di Sandro Magister, da Settimo Cielo (27/05/2012)
Il giorno di Pentecoste, sul Corriere della Sera, nella sua consueta pagina mensile di dialogo con i lettori, il cardinale Carlo Maria Martini risponde così a un lettore impressionato dal Dies iræ e dall’idea di un Dio che “castiga e…
di Roberto de Mattei, da Corrispondenza Romana (26/05/2012)
Che cosa succede in Vaticano? I cattolici del mondo intero si domandano costernati qual è il senso delle notizie che esplodono sulla stampa e che sembrano rivelare l’esistenza di una guerra ecclesiastica interna alle Mura Leonine, la cui portata è artatamente ingigantita dai mass media. Però, se non è facile capire che cosa succede, si può tentare di capire perché tutto ciò oggi accade.
Non è privo di significato il fatto che l’autocombustione divampi proprio mentre ricorre il 50esimo anniversario del Concilio Vaticano II. Tra tutti i documenti di quel Concilio, il più emblematico, e forse il più discusso, è la costituzione Gaudium et Spes, che non piacque al teologo Josef Ratzinger. In quel documento si celebrava con irenico ottimismo l’abbraccio tra la Chiesa e il mondo contemporaneo. Era il mondo degli anni Sessanta, intriso di consumismo e di secolarismo; un mondo su cui si proiettava l’ombra dell’imperialismo comunista, di cui il Concilio non volle parlare.
Il Vaticano II vedeva i germi positivi della modernità, ma non ne scorgeva il pericolo, rinunciava a denunciarne gli errori e rifiutava di riconoscerne le radici anticristiane. Si poneva in ascolto del mondo e cercava di leggere i «segni dei tempi», nella convinzione che la storia portasse con sé un indefinito progresso. I Padri conciliari sembravano aver fretta di chiudere con il passato, nella convinzione che il futuro sarebbe stato propizio per la Chiesa e per l’umanità. Così purtroppo non fu. Negli anni del postconcilio, allo slancio verticale verso i princìpi trascendenti si sostituì l’inseguimento dei valori terrestri e mondani.
Il principio filosofico di immanenza si tradusse in una visione orizzontale e sociologica del Cristianesimo, simboleggiata, nella liturgia, dall’altare rivolto verso il popolo. La conversio ad populum, pagata a prezzo di inaudite devastazioni artistiche, trasformò l’immagine del Corpo Mistico di Cristo in quella di un corpo sociale svuotato della sua anima soprannaturale. Ma se la Chiesa volta le spalle al soprannaturale e al trascendente, per volgersi al naturale e all’immanente, capovolge l’insegnamento del Vangelo per cui bisogna essere «nel mondo, ma non del mondo»: cessa di cristianizzare il mondo ed è mondanizzata da esso.
Il Regno di Dio diviene una struttura di potere in cui dominano il calcolo e la ragion politica, le passioni umane e gli interessi contingenti. La “svolta antropocentrica” portò nella Chiesa molta presenza dell’uomo, ma poca presenza di Dio. Quando parliamo di Chiesa ci riferiamo naturalmente non alla Chiesa in sé, ma agli uomini che ne fanno parte. La Chiesa ha una natura divina che da nulla è offuscata e che la rende sempre pura e immacolata. Ma la sua dimensione umana può essere ricoperta da quella fuliggine che Benedetto XVI, nella Via Crucis precedente alla sua elezione, chiamò «sporcizia» e Paolo VI, di fronte alle crepe conciliari, definì, con parole inconsapevolmente profetiche, «fumo di Satana» penetrato nel tempio di Dio.
Fumo di Satana, prima delle debolezze e delle miserie degli uomini, sono i discorsi eretizzanti e le affermazioni equivoche che a partire dal Concilio Vaticano II si susseguono nella Chiesa, senza che ancora sia iniziata quell’opera che Giovanni Paolo II chiamò di «purificazione della memoria» e che noi, più semplicemente, chiamiamo «esame di coscienza», per capire dove abbiamo sbagliato, che cosa dobbiamo correggere, come dobbiamo corrispondere alla volontà di Gesù Cristo, che resta l’unico Salvatore, non solo del suo Corpo Mistico, ma di una società alla deriva. La Chiesa vive un’epoca di crisi, ma è ricca di risorse spirituali e di santità che continuano a brillare in tante anime. L’ora delle tenebre si accompagna sempre nella sua storia all’ora della luce che rifulge.
di Marco Mancini, da Campari e de Maistre (31/05/2012)

Davanti al terremoto dell’Emilia, uno potrebbe semplicemente rivolgere un pensiero e una preghiera alle popolazioni colpite dal sisma, oppure, come l’amico Marco Piazza, dedicarsi alla teodicea. Invece no. Tocca occuparsi delle solite, misere polemiche. Quando c’è da sparare sulla Chiesa, si sa, tornano comode pure le disgrazie.
In principio fu la disputa, rilanciata dal c.d. “popolo del Web” (versione aggiornata dell’uomo-massa di cui aveva parlato Ortega y Gasset), sulla beneficenza a favore delle vittime del terremoto. “Il Papa si limita ad assicurare le sue preghiere, mentre il Dalai Lama ha donato 50000 euro!”, hanno strillato scandalizzati gli anticlericali feisbucchiani, per la verità in un italiano più zoppicante (di cui potete avere un saggio qui).
Poi è seguita la pretesa, anche questa lanciata a gran voce, di annullare non solo la parata militare del 2 giugno, ma soprattutto la visita del Papa a Milano. E’ scandaloso – continuano a lamentare i laicisti – che vengano spesi tre milioni di euro per il VII Incontro mondiale delle famiglie, quando questa cifra potrebbe essere utilizzata per il soccorso alle popolazioni terremotate. Anche Giuda, del resto, si era lamentato per il fatto che Maria avesse cosparso di unguento i piedi di Gesù, anziché venderlo per donare il ricavato ai poveri: “questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro”, chiosa acutamente Giovanni (Gv 12, 6).
Di fronte a tutto questo il sottoscritto è colpito da un senso di sconforto. Diventa quasi umiliante cercare di ripristinare un po’ di verità. Far presente, ad esempio, che Benedetto XVI ha donato 100.000 euro ai terremotati attraverso il Pontificio Consiglio “Cor Unum” e che un ulteriore milione è stato appena stanziato dalla CEI. Ricordare che buona parte dei soldi richiesti per l’organizzazione dell’evento di Milano è stata già spesa e che, in ogni caso, la visita del Papa produrrà un ritorno economico stimato sopra i 50 milioni di euro, che certo non nuocerà, in tempi di crisi, ad albergatori e commercianti milanesi. Che, soprattutto, non dovrebbe spettare al Vaticano, sempre etichettato come “Stato estero” quando si tratta di respingerne le presunte ingerenze, la ricostruzione di territori italiani colpiti da una catastrofe naturale. Si tratta di argomenti scontati, addirittura banali, ma che si prova imbarazzo a tirare in ballo, tanta è la bassezza del livello al quale si pretende di farci scivolare.
C’è qualcosa di miserabile e di meschino in questo voler fare i conti in tasca alla Chiesa, scagliandosi contro un uomo di 85 anni, che nella sua vita si è concesso al massimo due settimane di villeggiatura al fresco di un seminario trentino. Cosa ancora più grottesca, a fare la morale al Papa sono i figli devoti della società dei consumi, i “selvaggi con telefonino” magistralmente descritti da Maurizio Blondet. Personaggi troppo indaffarati a godersi la vita per potersi preoccupare di darle un senso, ma che pretendono poi di atteggiarsi a benefattori universali e paladini dei derelitti solo per aver pubblicato su Facebook o su Twitter uno di questi desolanti link. Gente che, abituata a condurre un’esistenza puramente zoologica, non riesce a sollevare lo sguardo al di sopra dei propri bisogni materiali (mangiare, bere, fare sesso, consumare) e per questo manifesta tutto l’astio possibile nei confronti di chi tenta di porsi, pur con tutte le debolezze umane, su un piano più elevato. Per questo si prova disagio nel doversi abbassare fino a questo punto: è meglio, forse, abbandonarli alla loro contabilità e alle loro squallide polemicucce, al loro strumentalizzare i morti e la disperazione di un’intera terra per fare un po’ di triste propaganda. Meglio lasciarli rotolare nella melma fangosa di cui pare che si circondino con una certa voluttà.
“Non affannatevi dunque dicendo: che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6, 31-33). Le preghiere del Papa, dunque, valgono infinitamente di più dei soldi donati dal Dalai Lama o chi per lui: almeno noi cattolici faremmo bene a non dimenticarlo.
di Saba Giulia Zecchi, da Campari e de Maistre (30/05/2012)

Avventori di Campari e de Maistre, avete fatto caso a Radio Londra in questi giorni? Dopo tre giorni lontana dal web e tv, ho provato a ridurre al minimo indispensabile il numero di schede aperte su Chrome, senza affogare negli aggiornamenti su Vaticanleaks, M5S e conferenze presidenziali, e concentrarmi solo sul Tea Party che in questi giorni è sbarcato anche a Napoli grazie a www.storialibera.it.
E in mezzo a questo sforzo arriva il commento non richiesto: quello di Ferrara che chiede le dimissioni del Papa. “Non sarebbe adatto a guidare la Chiesa in questo momento. Troppo stanco, non abbastanza forte da respingere i lupi”. Se mi confermate che il senso dei suoi interventi era questo, presumo che la vostra prima reazione sia stata la stessa di casa mia: “ma che stai a dì?”. La Chiesa non è guidata dal Pontefice in solitaria, e se si dovessero applicare i criteri dell’efficienza umana, la Chiesa di Roma non sarebbe mai sorta; e poi ce lo viene a dire proprio in questi giorni di festa di Pentecoste?
Il post potrebbe finire qui. Eppure Giuliano Ferrara è uno dei pochi che ha sempre pubblicato i discorsi del papa per intero, l’unico ateo devoto che lo ha sempre difeso in ogni affermazione difficile. Non si può pensare che sia uno scivolone per mancato approfondimento delle questioni teologiche. In definitiva, il “problema” è quella sua dichiarata mancanza di fede e non mi stupisce quindi che la pensi così. Più semplicemente è il segno che i cristiani, e in particolare i cattolici oggi, devono tenere alta l’attenzione più di prima e abbassarla laddove non serve: non si può appaltare a nessun altro il proprio criterio di giudizio, neanche al buon Ferrara, che va anche capito d’altronde: la situazione politica è confusa e scivolosa per tutti, e rifugiarsi sulla notizia di OltreTevere diventa un’inevitabile tentazione…
Un cattolico non deve aver bisogno di vati dell’informazione. Può sembrare una nostra mancanza non essere rappresentati mediaticamente da un sant(or)o cattolico, e ne può nascere qualche complesso, ma a ben guardare è solo un buon segno: non ne abbiamo alcun bisogno. Ammesso, però, che lo spirito critico e l’impegno dei cattolici siano supportati da un solido approfondimento e, aggiungo, si esercitino anche su temi molto laici, prima di arrivare a quelli non negoziabili, dove lo spazio di manovra per definizione non c’è.
di Gianni Mereghetti, da Il Sussidiario (27/05/2012)
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Carissimo Scalfari, prima di scrivere l’editoriale con cui oggi si aprono le pagine di Repubblica avrebbe dovuto ascoltare quanto ha detto ieri il Papa, avrebbe dovuto piegarsi al suo dolore e sentire la forza della sua certezza. L’analisi che ci propone oggi degli ultimi pontificati da Pio XII a Benedetto XVI è un tentativo di interpretare la vita della Chiesa con logiche di potere puramente politico, come se la questione seria della Chiesa fosse di sopravvivere al mondo e non di portare dentro la storia ciò per cui Gesù l’ha posta e la sostiene, la proposta ad ogni uomo della via per trovare se stesso.
Non che, come lei sostiene, la Chiesa non soffra delle ferite a lei inferte da un potere sempre più subdolo e incombente, ma le energie di cui vive la Chiesa le sono date dalla presenza di Gesù, la sua affezione sempre appassionata e viva, capace di mantenere salda la sua dimora, e mentre tutto cospira per farla precipitare è più certo il suo procedere dentro la storia.
E’ grande il dolore del Papa di fronte al male che entra dentro le mura della casa del Signore, ancor più certo il suo cammino, perché, come ha detto ieri il Papa, sa che sulla vita della Chiesa è Gesù a vigilare, a renderla più certa di ciò che porta.
È questo che lei, nelle sue analisi, non prende in considerazione; del resto in questi difficili momenti la Chiesa è chiamata a verificare proprio questo, se la sua presenza nella storia si riduce a logiche di puro potere - e allora siamo vicini alla fine - oppure se ciò che fa vivere la Chiesa è Colui che le ha dato inizio e che oggi è in grado di darle un nuovo inizio. Nel dolore e nella certezza di Benedetto XVI c’è già questo nuovo inizio, è ciò di cui vive la Chiesa, è la presenza che sa portare il male per il bene di cui consiste.
Vi è una domanda che emerge dentro la scena del mondo, oggi portata a travolgere tutto con lo scandalo di chi tradisce, è la domanda sulla consistenza della vita, è la domanda che si legge tra le pagine del Vangelo, “che serve all’uomo conquistare il mondo intero, se alla fine perde se stesso?”: è questa la domanda che urge oggi, non le sue analisi, ma come poter ritrovare se stessi!
E la Chiesa porta questo dentro la storia la tenerezza per l’umano, la possibilità che Gesù apre ad ogni tornante del tempo di scoprire il punto che dà forza all’io.
Oggi è questo che la Chiesa ha da scoprire, dentro la bufera in cui sta passando. Diversamente da quanto lei pensa, essa ha un Papa che sa sorreggerla dentro questa dura sfida, un Papa che sa di che tenerezza è investita la vita dell’uomo, una tenerezza di cui viene vitalizzata ogni fibra dell’umano. E’ per questo che al posto della sua pessima conclusione - “Il pontificato lezioso andrà avanti finché potrà, poi non ci sarà il diluvio ma una pioggia da palude piena di rane, zanzare e qualche anitra selvatica. Quanto di peggio per tutti. ” - c’è invece un’altra cosa da dire, che la Chiesa sa già trarre dalla presenza di Chi la fa vivere il meglio che deve ancora venire, quella tenerezza per l’uomo che Cristo ha portato nel mondo e ha consegnato alla sua dimora perchè diventi sempre più appassionante e travolgente. Dentro le brutture del mondo è la bellezza di Cristo che la Chiesa porta ed è questa la sfida ancor più incalzante di oggi!
Messaggio del 25 maggio 2012 - Cari figli! Anche oggi vi invito alla conversione e alla santità. Dio desidera darvi la gioia e la pace attraverso la preghiera ma voi, figlioli, siete ancora lontano, attaccati alla terra e alle cose della terra. Perciò vi invito di nuovo: aprite il vostro cuore e il vostro sguardo verso Dio e le cose di Dio e la gioia e la pace regneranno nel vostro cuore. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.
Messaggio del 18 maggio 2012 (Ivan) - Cari figli, anche oggi desidero invitare anche voi: pregate insieme con me per i miei pastori, perché guidino il loro gregge instancabilmente nella fede. La Madre prega insieme con voi: pregate, cari figli, con la Madre. Grazie, cari figli, anche oggi perché avete risposto alla mia chiamata.
Messaggio del 2 maggio 2012 (Mirjana) - Cari figli, con amore materno io vi prego: datemi le vostre mani, permettete che io vi guidi. Io, come Madre, desidero salvarvi dall’inquietudine, dalla disperazione e dall’esilio eterno. Mio Figlio, con la sua morte in croce, ha mostrato quanto vi ama, ha sacrificato se stesso per voi e per i vostri peccati. Non rifiutate il suo sacrificio e non rinnovate le sue sofferenze con i vostri peccati. Non chiudete a voi stessi la porta del Paradiso. Figli miei, non perdete tempo. Niente è più importante dell’unità in mio Figlio. Io vi aiuterò, perché il Padre Celeste mi manda affinché insieme possiamo mostrare la via della grazia e della salvezza a tutti coloro che non Lo conoscono. Non siate duri di cuore. Confidate in me ed adorate mio Figlio. Figli miei, non potete andare avanti senza pastori. Che ogni giorno siano nelle vostre preghiere. Vi ringrazio.
Alcuni manufatti, chiamati comunemente balaustre per molti secoli hanno costituito una presenza regolare all’interno delle chiese. Nonostante l’apparente banalità di questi oggetti, sarebbero necessari fiumi d’inchiostro per descrivere tutte le funzioni e tutti i significati che essi hanno rivestito.
di Andrea Di Meo, da Il Timone (05/2012)

Varcare un confine a piedi, scavalcare il crinale di un monte, addentrarsi in una caverna, sono piccole esperienze accomunate, come molte altre, da una sensazione particolarissima. A chi le ha vissute non sarà sfuggita l’impressione di oltrepassare una linea oltre la quale vigono altre regole, oltre la quale il comportamento deve mutare perché al di là di quel punto lo spazio è diverso, non è più lo stesso di prima. Gli esempi che ho citato, a solo scopo narrativo, hanno tutti la caratteristica di essere accompagnati da segnali visibili, che quasi suggeriscono con la loro stessa presenza l’incipiente mutamento di stato. In alcuni casi, come l’ingresso in una grotta, tale segnale è offerto dalla natura, in altri, come il passaggio del confine, il segnale è posto dagli uomini.
Esiste un parallelo a queste sensazioni anche nell’esperienza dello spazio sacro? Questo è sacro per effetto di un rituale che vi si celebra e di una formula di dedicazione che lo dedica solennemente alla divinità, ma è vero tuttavia che tale dedicazione, pur comportando un mutamento di stato e quasi di natura del luogo stesso, non ne condiziona però le leggi fisiche né le apparenze, e potrebbe quindi passare inosservato. Ecco dunque che si rende necessario apporre degli avvertimenti, dei nuovi segnali volti a rendere visibile ciò che altrimenti potrebbe non essere percepito. Fu così che nacquero già in tempi ancestrali e presso i culti più antichi i primi recinti per separare i luoghi più sacri dallo spazio circostante, e molto tempo dopo, ma in modo simile, furono create anche le prime recinzioni nei luoghi cristiani per separare il santuario o presbiterio dal resto della chiesa, come si può verificare dalle tracce archeologiche delle più antiche domus ecclesiae.
Nel percorso di attraversamento dello spazio sacro cristiano che in questa rubrica si sta compiendo, sarà infatti inevitabile inciampare, per così dire, in alcuni manufatti, chiamati comu¬nemente balaustre, che per molti secoli hanno costituito una presenza regolare all’interno delle chiese. Nonostante l’appa¬rente banalità di questi oggetti, sarebbero necessari fiumi d’inchiostro per descrivere tutte le funzioni e tutti i significati che essi hanno rivestito, e tutta la storia che li ha modellati fino ad arrivare alla semplicità delle ultime balaustre, mandate in soffitta, se non proprio distrutte, da tanti parroci nei passati cinquant’anni. Le balaustre, infatti, non furono che l’ultima mutazione di quegli elementi separatori che assunsero di volta in volta la forma della transenna lapidea, della tenda, del cancello e dell’iconostasi, e che replicavano quanto già la facciata della chiesa, o il suo portale, esprimevano fin dal primo approccio all’edificio sacro.
Il loro messaggio era un avvertimento, un caveat, posto a segnalare che oltre la linea sulla quale essi si ergevano si entrava in un’area dove l’azione e il pensiero individuale avrebbero dovuto abbandonare le consuetudini mondane e, lasciando alle spalle i diritti del mondo, piegarsi al diritto di Dio e conformarsi ad attitudini più sante. Al contrario infatti di come molti hanno erroneamente pensato, il compito primario delle balaustre e degli elementi ad esse affini non era di tipo funzionale, ma simbolico. Non era dunque di chiudere l’ingresso al presbiterio, ma di manifestare all’esterno di esso cosa il presbiterio dovrebbe realmente significare. Le balaustre dunque, più che elementi di divisione, vanno piuttosto percepite come tramiti di comunicazione. Se esse infatti non fossero esistite, quale spazio avremmo garantito al sacro?
Le balaustre, non diversamente dall’abito talare, custodivano uno spazio esigente, una riserva di santità e ne manifestavano l’esistenza al di fuori rendendola visibile. Quegli umili elementi, che diventavano l’appoggio dei comunicandi e che reggevano gli sguardi inginocchiati dei fedeli verso l’altare, sostenevano inoltre il peso immane di rendere il sacro percepibile e quasi tangibile. Quando, dopo gli anni Sessanta, tanti chierici e religiosi vollero disfarsi del concetto del sacro rivoluzionandolo, si accanirono proprio contro quei recinti che, delimitandolo, lo rendevano riconoscibile. Ma quest’opera di distruzione fu solo apparente: si possono cancellare le tracce del sacro ma esso sussisterà non visto, e presto o tardi tornerà a manifestarsi. Il ristabilimento delle balaustre nel restauro della Cappella Paolina al Vaticano voluto da Papa Benedetto XVI ben manifesta che questi elementi non hanno esaurito la loro funzione e che anzi mai più di oggi si sente nuovamente l’urgenza di restituirli al loro gravoso compito.
Confererenza della dott.ssa Cristina Siccardi e del prof. Roberto de Mattei sul tema ”Il messaggio di Fatima e la passione della Chiesa”. Nel corso della conferenza sarà presentato l’ultimo libro di Cristina Siccardi, Fatima e la passione della Chiesa (SugarCo, Milano 2012) e il libro di padre Elia Giacobbe, Il segreto di Fatima (SugarCo, Milano 2011). L’incontro si svolgerà mercoledì 13 giugno alle ore 18 presso la sede della Fondazione Lepanto a piazza S. Balbina 8, Roma. Seguirà, come d’abitudine, un momento conviviale.
di Marco Bongi, da Messainlatino Blog (28/05/2012)

Le apparizioni di Fatima furono già previste nel 1454 da una monaca mistica piemontese.
Questa eccezionale scoperta archivistica rappresenta senz’altro la novità più eclatante contenuta nel nuovo volume di Cristina Siccardi Fatima e la Passione della Chiesa, ed. SUGARCO.
La nota storica torinese, già distintasi per la pubblicazione di numerose biografie, ha ripercorso, in uno dei capitoli, la lunga storia dei complessi rapporti, assolutamente sconosciuti ai più, che legarono la dinastia dei Savoia al piccolo villaggio portoghese dove avvennero le grandiose apparizioni mariane del 1917.
Già la prima regina del Portogallo, Matilde o Mafalda, proveniva infatti da questo casato e, secondo una tradizione, venne sepolta, nel 1157, in una cappella fatta costruire, in onore della S. Vergine, a Fatima. Qui giunse altresì un altro personaggio sabaudo che, sul finire del XIV secolo, dopo essere scampato ad una condanna a morte, percorse le contrade di mezza Europa, come pellegrino vagante. Si chiamava Filippo II di Savoia Acaja e fu lui il padre della monaca mistica Filippina de’ Storgi, vissuta presso il monastero delle domenicane di Alba, la quale, in punto di morte, profetizzò gli eventi che si sarebbero verificati dopo quasi cinque secoli.
In realtà il manoscritto che narra questo straordinario episodio risale al 1640 in quanto quello originale sarebbe stato distrutto da un certo padre Barosio allo scopo di non danneggiare il processo di beatificazione di Margherita di Savoia, fondatrice del monastero albese. Ai nostri occhi tuttavia nulla cambia in quanto ci troviamo ancora a quasi tre secoli dalle apparizioni ai pastorelli.
Leggendo le poche righe seguenti dunque non si può che rimanere esterrefatti: ”Poscia, rapita di gioia celeste, volgendo in alto lo sguardo, salutava nominatamente ed altamente i Celicoli che venivanle incontro, ossia: la S. Madonna del Rosario, S. Caterina da Siena, il Beato Umberto, l’Abbate Guglielmo di Savoia; parlava de’ futuri eventi, prosperi e funesti della Casata Sabauda, fino a un tempo non preciso di terribili guerre, dell’hesilio di Umberto di Savoia in Lusitania, di un certo mostro d’Horiente, tribulatione dell’Humanità, ma che sarebbe ucciso dalla Madonna del S. Rosario de Phatima, se tutti li huomini l’havessero invocata con penitentia grande. Dopo lo che spirò tra le braccia della cugina, la santa nostra Madre Margherita di Savoia, che le aveva posto al collo una medaglia del Beato Umberto, lassata per lei da Filippo suo padre”. (pag. 53).
Ma il libro di Cristina Siccardi non si limita ovviamente alla narrazione di questi, sia pur straordinari, avvenimenti. Il lavoro si prefigge anzi di dare un ulteriore prezioso contributo al dibattito, sempre quanto mai attuale, circa il vero contenuto della terza parte del segreto di Fatima.
Il tono dell’autrice, come del resto in tutte le sue opere, si mantiene comunque sempre ben lontano dal linguaggio polemico che ha contraddistinto, sul punto, altri studiosi. Non mancano tuttavia messaggi e prese di posizione ben precise come i due punti di partenza da cui si sviluppa poi tutta la trama del suo discorso: ”Giunti a questo punto, nel 2012, e con tutti i dati raccolti ed esaminati, possiamo esprimere una semplice quanto lineare considerazione: si sono verificati degli inganni e degli occultamenti. Non sappiamo se la storia saprà indicare gli ingannati e gli ingannatori. Per certo, invece, sappiamo due cose:
1. Le apparizioni di Fatima sono vere, come attestò, per la prima volta, monsignor Giuseppe Alves Correia da Silva nella Lettera Pastorale A Providência Divina (Carta Pastoral sobre o culto de Nossa Senhora da Fátima), del 13 ottobre 1930.
2. La Passione della Chiesa è evidente ed è correlata alle apparizioni di Fatima. Come santa Teresina di Lisieux (1873-1897) è divenuta maestra di altissima e raffinata spiritualità, pur non avendo mai studiato in alcuna facoltà teologica, così la Madonna ha voluto consegnare i messaggi divini di punizione e di salvezza a tre bambini, poveri, indifesi, e anche per questo, puri. Nel loro candore, i tre veggenti hanno dimostrato di essere dei semplici strumenti nelle mani di Dio, scelti per indirizzare la Chiesa secondo i suoi piani e non quelli degli uomini. Fatima ha messo in imbarazzo la Chiesa, ancor prima dell’apertura del Concilio Vaticano II (1962-1965), una Chiesa che era, sia pure in parte, già infettata da una grave malattia: il Modernismo, un virus che penetrò nel Concilio stesso, indirizzandone lo “spirito”. Niente più condanne, niente più penitenze, niente più Novissimi… Niente più rigore dottrinale. «Dialogo» divenne la parola d’ordine. «Dignità umana» il totem a cui guardare. «Pluralismo» la metodologia. « Sociologia » e « psicologia » le scienze da studiare”. (pagg. 16 - 17).
Altra importante novità della corposa opera sono le dichiarazioni del noto vaticanista Giuseppe De Carli (1952-2010), fra i maggiori divulgatori, almeno a livello italiano, della riduzione del Terzo Segreto di Fatima al preannuncio del fallito attentato a Giovanni Paolo II del 13 maggio 1981, nota al grande pubblico come «tesi Bertone», in quanto il cardinale Bertone ne è sempre apparso come il maggiore ideatore. Ebbene, poco prima di morire, De Carli, che si spense il 13 luglio 2010, nel mese di maggio espose il suo ripensamento al Congresso The Fatima Challenge, organizzato dal Centro di Fatima di Padre Gruner: «In quell’occasione formulò la sua conferenza su un piano scettico nei confronti della versione degli eventi sostenuta dal cardinale Tarcisio Bertone […] Rivelò tutto il suo disagio […] prendete un giornalista che non è un esperto di Maria: sono stato buttato dentro semplicemente perché, facendo le direttive televisive del Vaticano, mi sono dovuto occupare di questi elementi» (pagg. 66-67).
L’attenta analisi di Cristina Siccardi, che intende approfondire proprio la presenza e le sottolineature, spesso misconosciute o rimosse, della crisi ecclesiale nelle rivelazioni private, si articola ovviamente, in via principale, sull’attenta lettura dei messaggi celesti inviati attraverso le principali apparizioni mariane ufficialmente riconosciute: da La Salette a Lourdes, da Pontnain a Banneux.
Ma il volume indaga anche in ambiti più nascosti che appaiono tuttavia non meno interessanti come le rivelazioni ricevute dalla Beata Elisabetta Canori Mora (1774 - 1825). Questa donna straordinaria, elevata all’onore degli altari da Giovanni Paolo II nel 1994, viene spesso ricordata soprattutto per la santità di vita, in difesa della famiglia. Assai meno note risultano invece le sue esperienze mistiche: ”La vita mistica di Elisabetta Canori Mora, nonostante la sua beatificazione, è rimasta comunque celata e le sue rivelazioni private, dove si evince tutta la problematicità di corruzione dentro la Chiesa, sia nei suoi insegnamenti che nei suoi costumi, non sono state finora oggetto né di attenzione né di studio. Il motivo di tale occultamento è riconducibile ad un’unica ragione: quando i documenti denunciano i mali della Chiesa viene scelta la via del silenzio, proprio come accadde per la terza parte del Segreto di Fatima. Parlare di crisi della Chiesa è mettere il dito nella piaga, è sollevare una polvere che si vuole tenere nascosta sotto i tappeti, è tirare una tenda su uno scenario che offre scandalo e non edificazione. In realtà la piaga va curata, la polvere va eliminata, la tenda va calata per poter liberare la Sposa di Cristo dalla insipienza, dalla ignoranza e dall’infedeltà”. (pag. 133)
Lo stesso discorso vale per la coetanea e più conosciuta Beata Anna Caterina Emmerick (1774 - 1824). Anche lei ricevette numerose visioni e fu stigmatizzata. L’episodio mistico maggiormente noto della sua vita fu la descrizione precisa della casa dove la S. Vergine trascorse gli ultimi anni della sua esistenza terrena. Seguendo infatti quanto da lei riferito precedentemente, nel 1881, si riuscì ad identificare tale abitazione, oggi Santuario, su una collina vicina ad Efeso.
Anche la Emmerick si espresse più volte in merito ad una futura crisi della Fede all’interno della Chiesa Cattolica: ”L’ho veduta aumentare di dimensioni; eretici di ogni tipo venivano nella città [di Roma]. Il clero locale diventava tiepido, e vidi una grande oscurità. […] Allora la visione sembrò estendersi da ogni parte. Intere comunità cattoliche erano oppresse, assediate, confinate e private della loro libertà. Vidi molte chiese che venivano chiuse, dappertutto grandi sofferenze, guerre e spargimento di sangue. Una plebaglia selvaggia e ignorante si dava ad azioni violente. […]
Vidi una strana chiesa che veniva costruita contro ogni regola. […] Non c’erano angeli a vigilare sulle operazioni di costruzione. In quella chiesa non c’era niente che venisse dall’alto. […] C’erano solo divisioni e caos”. (pag. 136)
Al termine della lettura di questo volume non si può che rimanere pensosi. Tutto ciò che in esso è riportato risulta precisamente indicato nelle fonti ed esattamente verificabile da coloro che dovessero, come immagino, dimostrarsi scettici o troppo “adulti” per perdersi in simili analisi ben poco digeribili dall’uomo contemporaneo.
Ma i richiami del Cielo, se accolti, potrebbero sicuramente mutare la direzione in cui si sta incamminando purtroppo la nostra storia umana. Vale dunque davvero la pena di leggere, meditandone ogni capitolo, questo libro denso, assolutamente serio e scritto con il coraggio che dovrebbe contraddistinguere ogni cristiano.
di Federico Catani, da Campari e de Maistre (26/05/2012)
In Vaticano si sta consumando una guerra tra bande degna dei migliori thriller. Tutti contro tutti, cordate contro altre cordate, vecchia “classe dirigente” contro la nuova. Insomma, un disastro. Il libro di Gianluigi Nuzzi, Sua…
di Francesco Agnoli su Il Foglio del 24-05-2012
C’è un popolo cattolico che non rimarrà schiacciato dagli scandali perché non ha perso la speranza.
La Chiesa è travolta dagli scandali: dopo la pedofilia, gonfiata quanto si vuole, certo mondo gode a far conoscere altre miserie. Miserie di uomini di chiesa intrallazzoni, carrieristi, faccendieri… povera gente, che ha anche lei il suo significato nell’economia della salvezza:
mettere alla prova e fortificare la fede di chi, in qualche modo, riesce a conservarla, come un lumicino colpito dal vento del laicismo e da quello, molto più pericoloso, delle infedeltà dei credenti.
Immagino i poveri discepoli di fronte a Cristo prigioniero prima e crocifisso poi. Si saranno scandalizzati a venderne l’impotenza. Si saranno sentiti traditi, abbandonati. Quel Cristo che si lasciò imprigionare dalla soldataglia, schiaffeggiare e sputacchiare da tanti, si lascia anche oggi incarcerare dalla malvagità di tanti cattolici, di tanti ecclesiastici, anche molto in alto, forse per metterci alla prova come mise un tempo i suoi discepoli: voi credete in me? Credete nella mia chiesa, “una, santa, cattolica e apostolica”? Sì, scandalizzati, arrabbiati, confusi, crediamo.
Perché conosciamo la miseria prima di tutto di ognuno di noi, e chi conosce un poco il proprio peccato, si scandalizza meno di quello degli altri; mentre chi è sempre pronto a salvare se stesso, perdona molto di rado gli altri. Crediamo, perché chi vuole, scorge lo stesso, dietro tanto male, il bene che ancora la chiesa fa per tanti corpi e per tante anime; perché chi vede e conosce la miseria di tanti pastori, vede nel contempo anche, se vuole, che la dottrina della chiesa rimane l’unico spiraglio di luce nelle tenebre fitte della modernità.
Conosco per esperienza di cosa sono capaci certi sacerdoti; conosco a quali menzogne possono arrivare certi cattolici, so bene a quali bassezze giungono persone che sembrerebbero dedite a “opere buone”. Ma so anche che i pulpiti che per primi si lanciano nelle accuse, sono, sovente, sepolcri imbiancati, che nascondono vermi e putredine.
Prendiamo il libro di Gianluigi Nuzzi. Non lo comprerò mai, per non finanziare certe operazioni; perché non ritengo necessario, né per me né per il miglioramento del mondo, leggere di tante povertà umane. Ne ho letto solo un estratto, su Corriere Sette, e alla fine mi sento di condividere alcuni pensieri espressi da Francesco Colafemmina sul suo pugnace “Fides et forma”. Con lui condivido l’idea secondo cui molti documenti sono usciti non per un disegno di qualche tipo, ma come ribellione di persone che vivono con angoscia atmosfere e comportamenti.
Scrive Colafemmina: “E mi si parlava da tempo – a me che conto quanto il due di picche – di documenti scottanti, documenti che raccontano gli episodi più impensabili. Li si voleva rendere noti non certo per innescare guerre sante fra cordate cardinalizie, ma per destare una chiesa sclerotizzata dal sonno dell’indifferenza, dalla garanzia dell’impunità, dal culto del clericalismo autoreferenziale. E per questo più che di accuse e indagini basterebbe, a mio modestissimo parere, un mea culpa, un mea culpa forse non proclamato davanti ai media, ma vissuto attraverso una azione di governo a tutti i livelli più decisa e coerente con il Vangelo”.
Ma dopo le pagine sui segreti vaticani svelati, sempre sullo stesso numero di Corriere Sette, c’è un altro articolo, di Mauro Suttora. Si intitola: “Pio XI fu assassinato dal padre di Claretta Petacci?”. In esso si ipotizza, con argomenti convincenti, la possibilità che Pio XI fosse stato ucciso per la sua posizione avversa, oltre che al comunismo, anche al nazismo. Per le sue denunce coraggiose. Ecco, questo articolo mi ricorda di guardare anche al libro di Nuzzi con la lucidità di chi, per mestiere, insegna storia. Di chi, dovendo bilanciare i pro e i contro, non può che osservare un fatto: che il male esiste ed esisterà sempre nella storia, persino nel cuore dei papi, però è solo nella chiesa che accade qualcosa di straordinario: che uomini limitati e miseri, come siamo, compiano opere immense.
Che i santi camminino insieme agli altri. Pio XI sfidò i mostri dell’ateismo novecentesco, e come lui Pio XII, come nessun altro seppe fare. I pontefici per primi compresero l’intrinseca malvagità del comunismo, quando ancora non aveva fatto un morto; per primi denunciarono la barbarie del nazionalismo. Cristiani, e non per caso, sono stati e sono gli eroici nemici delle dittature disumane: da Solgenitsin ai ragazzi della Rosa bianca, da Armando Valladares a Cuba a Xiaobo e Chen in Cina…
La Chiesa è rimasta l’unica a lottare per i diritti veri dei bambini e della famiglia, mentre la cultura contemporanea assedia e cerca di distruggere ciò che resta di umano nella nostra civiltà. E allora, alla malora gli intrallazzoni, preti, vescovi o cardinali che siano. Esiste ancora un popolo, come quello festante e virile che ho conosciuto a Roma il 13 maggio, che non perderà mai la speranza, che non rimarrà schiacciato dagli scandali, né da quelli del mondo, né da quelli degli uomini di chiesa. La sua fede è in Colui che è risorto. Avrà la pazienza di aspettare sia il venerdì che il sabato santo.