Recensioni. Un’illustre bocciatura della “Gaudium et spes”

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di Sandro Magister (19/06/2013)

Il cardinale Giovanni Colombo fu arcivescovo di Milano dal 1963 al 1979. “È stato l’ultimo dei grandi ambrosiani”, ha scritto di lui il cardinale Giacomo Biffi, in implicita polemica con i successori Carlo Maria Martini e Dionigi Tettamanzi (su Angelo Scola il giudizio resta sospeso). E di Giovanni Colombo è appena uscito in libreria, edito da Jaca Book, il volume “Il Concilio Vaticano II. Discorsi e scritti”, che raccoglie i suoi testi, alcuni inediti, concomitanti e successivi alla grande assise.

Nella prefazione il teologo milanese Inos Biffi (nessuna parentela ma una grande amicizia con il cardinale omonimo) riporta dei giudizi interessanti sia di Giovanni Colombo che di Giacomo Biffi e di altri uomini di Chiesa su quello che anche Joseph Ratzinger riteneva il documento meno riuscito del Vaticano II: la costituzione “Gaudium et spes” sulla Chiesa nel mondo.

Ecco il brano “ad hoc” della prefazione:

“Tra i documenti approvati e promulgati nell’ultima sessione del concilio vi è la costituzione ‘Gaudium et spes’. Colombo ritiene che ‘il documento più che a una costituzione assomiglia a una lettera stesa a cuore aperto, a eloquio effuso’. Dunque, come si vede, un elogio della costituzione. Anche se, di fronte all’espressione ‘eloquio effuso’ della penna di Colombo, è legittimo qualche sospetto.

“Giacomo Biffi nelle sue memorie ricorda l’osservazione di Hubert Jedin: ‘Questa costituzione fu salutata con entusiasmo, ma la sua storia posteriore ha già dimostrato che allora il suo significato e la sua importanza erano stati largamente sopravvalutati e che non si era capito quanto profondamente quel ‘mondo’ che si voleva guadagnare a Cristo fosse penetrato nella Chiesa’.

“Anche Karl Barth, ricorda sempre Giacomo Biffi, aveva notato che il concetto di ‘mondo’ della ‘Gaudium et spes’ non era quello del Nuovo Testamento.

“Quanto al cardinale Colombo, Giacomo Biffi riferisce la risposta che l’arcivescovo, ‘acuto e libero come sempre’, aveva dato a monsignor Carlo Colombo, soddisfatto del risultato di tante discussioni: ‘Quel testo ha tutte le parole giuste; sono gli accenti a essere sbagliati’. ‘Purtroppo – conclude Biffi – il postconcilio è stato influenzato e ammaliato più dagli accenti che dalle parole’”.

Sempre nella prefazione al volume, Inos Biffi ricorda come Colombo mettesse in guardia i suoi fedeli contro i resoconti della stampa sulle discussioni conciliari.

In una delle sue lettere dal Concilio ai fedeli dell’arcidiocesi di Milano, Colombo scrisse:

“Una di queste sere, guardando da piazza San Pietro, scorgevo, bassa sul cielo in fondo a via della Conciliazione, una luna piena, così strana e buffa che simile non avevo mai vista: bislunga, di colore arancione fosco, sembrava un uovo enorme, ripieno di brace fumosa che trasparisse attraverso il guscio. Tanto al mio sguardo la luna appariva deformata dai densi vapori del tramonto d’ottobre. Così, pensavo non senza tristezza, il Concilio viene spesso sfigurato agli occhi degli uomini dalle nebbie della stampa…”

© SETTIMO CIELO

Siamo nella quarta grande crisi della Chiesa

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Recentemente, prima di conferire le ordinazioni presso la FSSP di Omaha, Mons. Athanasius Schneider ha tenuto una serie di allocuzioni e conferenze in giro per l’Inghilterra, riconoscendo che oggi la chiesa sta vivendo una «confusione tremenda» tanto che stiamo attraversando la sua «quarta grande crisi». Il Catholic Herald ha pubblicato le sue affermazioni in occasione di un’intervista, che ho tradotto e inserisco di seguito. Colpisce la chiarezza e la precisione del vescovo ausiliario soprattutto se la si paragona con l’imprecisione e la confusione dei discorsi cosiddetti «pastorali» della maggior parte dei vescovi di oggi. In precedenza abbiamo pubblicato il suo intervento in occasione del Convegno sul Concilio Vaticano II organizzato dai Francescani dell’Immacolata nel 2010 e una sua vibrante relazione sulle Cinque piaghe del corpo mistico e liturgico. Ogni volta che l’ho incontrato, ho trovato un punto di riferimento saldo e corroborante. Il Signore lo benedica lo custodisca e ce lo conservi. Dovrebbero leggere e meditare i “normalisti” che crescono come funghi, persino tra i tradizionisti oggi voltagabbana. Nulla di nuovo rispetto a quanto andiamo sostenendo da tempo. Ma almeno abbiamo una conferma da parte di un autorevole membro della gerarchia ecclesiale, che non teme di esprimersi in pubblico. (MIC)

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Siamo nella quarta grande crisi della Chiesa

Mons. Athanasius Schneider, specialista in liturgia, sta portando avanti una lotta di retroguardia contro gli “abusi” nella Chiesa. Egli afferma che i liberali, collaborando con il “nuovo paganesimo”, stanno guidando la Chiesa cattolica verso una scissione.

I problemi sono così gravi, che questa è la quarta grande crisi nella storia della Chiesa, paragonabile alla eresia ariana del IV secolo nella quale è stata coinvolta una grande parte della gerarchia della Chiesa.

Se non avete sentito parlare del vescovo nato in unione Sovietica, ora lo conoscete. Sacerdote studioso e schietto, egli è vescovo ausiliare della lontana Arcidiocesi di Santa Maria in Astana, Kazakistan. Ma questo mese ha ricevuto un’accoglienza da rock star da parte di congregazioni di tutto il paese per il suo tour in Inghilterra e ha abbracciato il cyberspazio per collocarvi una tagliente difesa della Chiesa tradizionale. Ha detto: “Grazie a Dio, internet esiste”.

Le sue vedute non sono popolari presso tutti, soprattutto presso alcuni dei suoi colleghi liberali, oppure, dice, presso i media di regime del mondo secolare. Ma chi lo ascolta e lo segue racconta un’altra storia.

Mons. Schneider è meglio conosciuto per il fatto che sostiene che la Santa Comunione dovrebbe essere ricevuta sulla lingua in ginocchio. Egli ripete che è il modo più efficace per favorire il rispetto del Sacramento e per prevenire l’abuso sulle Sacre Specie. Il vescovo 53enne ha anche chiesto chiarimenti (un nuovo Sillabo), rivolto ai sacerdoti, per porre fine alla deriva liturgica e dottrinale su una serie di questioni nello “spirito del Concilio Vaticano II”.

Nella sua intervista, Mons. Schneider ha detto che il trattamento “banale” e casuale del Santissimo Sacramento è parte di una grave crisi nella Chiesa nella quale alcuni, sia tra i laici che tra il clero, non escluse posizioni di autorità, risultano schierati con la società laica. Egli crede che al cuore dei problemi, ci sia l’introduzione strisciante di un’agire centrato sull’uomo, mentre in alcune chiese Dio, nel tabernacolo, in realtà è materialmente messo in un angolo, mentre il sacerdote prende il centro della scena. Mons. Schneider ha sostenuto che questa situazione sta ora venendo al pettine. “Direi che siamo nella quarta grande crisi [della Chiesa], in una confusione tremenda sulla dottrina e la liturgia. Ci siamo già da 50 anni”.

Quanto durerà ancora? «Forse Dio sarà misericordioso verso di noi in 20 o 30 anni».

In autunno, il Sinodo dei Vescovi si riunirà in sessione straordinaria per discutere sula famiglia, alla luce del questionario che Papa Francesco ha invitato i fedeli a compilare, dando loro punti di vista sul matrimonio e sulla sessualità. Si fanno sempre più strada aspettative sul rilassamento delle regole intorno ad una serie di questioni sessuali e riguardo alle persone divorziate che ricevono la Comunione come un segno di “misericordia” dalla Chiesa.

Tali visuali, secondo il vescovo Schneider, rivelano la profondità del problema. “Penso che la questione della ricezione della Santa Comunione da parte dei risposati farà saltare in aria e mostrerà la vera crisi della Chiesa. La vera crisi della Chiesa è l’antropocentrismo e l’abbandono del Cristo-centrismo…

"Questo è il male più profondo: l’uomo, o il clero, ponendosi al centro quando si celebra la liturgia e quando si cambia la verità rivelata da Dio, ad esempio, per quanto riguarda il sesto comandamento e la sessualità umana".

Anche se sostiene che i discorsi di cambiamento vengono principalmente da “media anti-cristiani”, egli vede clero e laici cattolici “collaborare” con quello che lui chiama il nuovo paganesimo. Mons. Schneider è particolarmente critico con l’idea che questi cambiamenti devono essere fatti in modo da essere misericordiosi verso coloro ai quali attualmente è vietato ricevere i Sacramenti. È “una sorta di sofisma”, egli ha detto. “Non è misericordia, è crudeltà.”

Ha suggerito quindi che si tratta di “un falso concetto di misericordia”, dicendo: “È paragonabile a un medico che dà dello zucchero ad un paziente [diabetico], anche se sa che lo ucciderà”

Il vescovo ritiene che vi siano evidenti parallelismi con le grandi crisi del passato, quando i sacerdoti erano complici con eresie. Durante l’eresia ariana, ha detto, solo una manciata della gerarchia, da contare sulle dita, ha resistito. “Noi [i cristiani] siamo una minoranza. Siamo circondati da un mondo pagano molto crudele. La tentazione e la sfida di oggi possono essere confrontati con i primi secoli.”

Ha aggiunto: “Purtroppo ci sono stati …membri del clero e persino vescovi che hanno bruciato grani di incenso di fronte alla statua dell’imperatore o di un idolo pagano o che hanno consegnato i libri della Sacra Scrittura, perché fossero bruciati. Tali cristiani collaborazionisti e chierici sono stati chiamati in quei tempi thurificati o traditores”.[1]

E anche oggi, ha confermato, abbiamo coloro che collaborano, i nostri “traditori della Fede”.

Si ha la percezione che Papa Francesco sia in prima linea in un nuovo atteggiamento liberale proveniente da Roma. Ma Mons. Schneider dice: “Grazie a Dio, Papa Francesco non si è espresso nel modo in cui i mass media si aspettano da lui. Fino ad ora, nelle sue omelie ufficiali, ha espresso cose molto belle della dottrina cattolica. Spero che continuerà a insegnare con chiarezza la dottrina cattolica”.

Il vescovo ha detto che spera che “la maggioranza dei vescovi abbia ancora abbastanza spirito cattolico e fede per respingere quanto proposto e non accettarlo”.

Tuttavia, si può prevedere una imminente divisione, che porti ad un eventuale rinnovamento della Chiesa sulle linee tradizionali. Ma, egli crede, questo non avverrà prima che la crisi getti la Chiesa ulteriormente nel caos. Alla fine, pensa, il sistema clericale “antropocentrico” ​​crollerà. “Questo edificio ecclesiale liberale crollerà perché non ha radici e non dà frutti”, ha detto.

Nel tumulto, il vescovo Schneider, teme che i cattolici tradizionali possano, per un certo tempo, essere perseguitati o discriminati, anche per volere di coloro che hanno “potere nelle strutture esterne della Chiesa”. Ma secondo lui avverrà che coloro che sono coinvolti con l’ “eresia non prevarranno contro la Chiesa”. E, nella speranza, il vescovo ha detto: “Certamente il Supremo Magistero rilascerà una dichiarazione dottrinale inequivocabile, rifiutando ogni collaborazione con le idee neo-pagane.”

A questo punto, il vescovo Schneider ritiene che, i moderni thurificati e traditores lasceranno la Chiesa. Ha detto: “Posso presumere che tale separazione interesserà ogni livello di cattolici: laici senza escludere l’alto clero”.

Tali osservazioni rendono improbabile che Mons. Schneider possa acquistare popolarità in alcuni ambienti, ma lui sostiene: “È insignificante essere popolari o impopolari. Il primo interesse di ogni membro del clero dovrebbe essere quello di essere popolare agli occhi di Dio e non agli occhi dell’oggi o dei potenti. Gesù ha dato un avvertimento: ‘Guai a voi quando gli uomini diranno bene di voi.’ “

Ha aggiunto: “La popolarità è falsa … grandi santi della Chiesa, come Thomas More e John Fisher, hanno respinto la popolarità … quelli che oggi sono preoccupati per la popolarità sui mass media e nell’opinione pubblica … saranno ricordati come codardi e non come eroi della Fede”.

Mons. Schneider osserva con rammarico che ci sono molti, i cui punti di vista coincidono con quelli del mondo pagano, che “si dichiarano cattolici e anche fedeli al Papa”, mentre “coloro che sono fedeli alla fede cattolica o chi promuove la gloria di Cristo nella liturgia sono etichettati come estremisti”.

Tali critici potrebbero affermare che la preoccupazione del Vescovo Schneider sulla Santa Comunione equivale a preoccuparsi del numero degli angeli su una capocchia di spillo. Ma il vescovo insiste sul fatto che il trattamento riservato all’Eucaristia è al centro della crisi. “L’Eucaristia è il cuore della Chiesa”, ha detto. “Quando il cuore è debole, tutto il corpo è debole.”

Egli ha sostenuto che ricevere la Comunione in mano “contribuisce progressivamente alla perdita della fede cattolica nella presenza reale e nella transustanziazione”.

Mons. Schneider ha anche respinto l’idea che la preoccupazione per la liturgia è meno importante, o addirittura separata, dalla preoccupazione per i poveri. “Questo è falso. Il primo comandamento che Cristo ci ha dato è stato quello di adorare Dio solo. La liturgia non è un incontro di amici. È nostro compito prioritario adorare e glorificare Dio nella liturgia e anche nel nostro modo di vivere. L’amore per i poveri e il nostro prossimo cresce da una vera adorazione e amore di Dio. È una conseguenza. “

Le convinzioni del vescovo sono state plasmate dalla sua prima infanzia: è cresciuto come un perseguitato nella comunità cattolica tedesca in Unione Sovietica, dove ha anche dovuto frequentare lezioni di ateismo a scuola. Il suo libro Dominus Est rivela come la comunità cattolica tedesca abbia mantenuto viva la propria fede nonostante le gravi difficoltà e persecuzioni. Nella sua esperienza, la madre e la prozia hanno corso grandi rischi per la loro fede e per sostenere altri nella comunità. Così il vescovo Schneider e la sua famiglia erano inorriditi degli atteggiamenti e delle pratiche liberali in Occidente, soprattutto per quanto riguarda la Santa Comunione, che era stata così rara e così preziosa per i cattolici tedeschi perseguitati dell’Unione Sovietica.

Similmente al ragazzino della storia de I vestiti nuovi dell’imperatore, il vescovo ora si sente in dovere di parlare e lui non riesce a capire perché gli altri non fanno lo stesso. “Sembra che la maggioranza del clero e dei vescovi siano contenti di questo uso moderno della Comunione in mano… Per me questo è incredibile. Come è possibile, quando Gesù è presente nelle piccole Ostie?”[2]

Ha continuato: “C’è il fatto grave della perdita dei frammenti eucaristici. E i frammenti dell’Ostia consacrata sono calpestati. Questo è orribile! Il nostro Dio, nelle nostre chiese, è schiacciato sotto i piedi! “

Mons. Schneider ha ammesso che è “molto triste che mi sento come uno che è grida nel deserto”.

Egli ha detto: “È ora che i vescovi alzino la voce per Gesù Eucaristia che non ha voce per difendersi. Ecco, un attacco al Santissimo, è un attacco alla fede eucaristica “.

Ma nonostante le sue preoccupazioni, il vescovo Schneider non è pessimista e ritiene che vi sia già una ondata di sostegno per i valori tradizionali che, nel tempo, rinnovino la Chiesa: “i piccoli nella Chiesa sono state tenuti in basso e trascurati”, ha detto. “[Ma] hanno mantenuto la purezza della loro fede e sono loro che rappresentano il vero potere della Chiesa agli occhi di Dio, non quelli che gestiscono.

"Ho parlato con i giovani studenti di Oxford e sono stato molto impressionato da questi studenti. Ero così felice di vedere la loro purezza di fede e le loro convinzioni, e la loro chiara mente cattolica. Questo rinnoverà la Chiesa. Quindi io sono fiducioso e pieno di speranza anche nei confronti di questa crisi nella Chiesa. Lo Spirito Santo vincerà questa crisi con questo piccolo esercito. "

Ha poi aggiunto: “Io non sono preoccupato per il futuro. La Chiesa è la Chiesa di Cristo e Lui è il vero capo della Chiesa, il Papa è solo il vicario di Cristo. L’anima della Chiesa è lo Spirito Santo ed Egli è potente “.

Il Libro “Dominus Est - Riflessioni di un Vescovo dell’Asia Centrale sulla sacra Comunione”, scritto da Mons. Athanasius Schneider, Vescovo Ausiliare di Astana (Kazakhstan), è stato stampato dalla Libreria Editrice Vaticana, con prefazione del Segretario della Congregazione del Culto Divino e della Disciplina dei Sacramenti, Mons. Malcolm Ranjith.
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1. Termini anticamente usati per designare i cristiani che, nelle persecuzioni, cadevano nell’apostasia. I cosiddetti Lapsi (letteralmente “scivolati”), termine latino usato, nel III e IV secolo, per indicare i cristiani che, sotto la minaccia delle persecuzioni, compirono atti di adorazione verso gli dei pagani. Vigeva la seguente distinzione:
Turificati, coloro che avevano bruciato l’incenso agli dei.
Sacrificati, coloro che avevano offerto sacrifici agli dei.
Libellatici, coloro che si erano procurati documenti falsi che, pur non avendolo fatto, attestavano il loro sacrificio agli dei.
Traditores, termine riferito a vescovi e presbiteri che avevano consegnato le Sacre Scritture alle autorità romane. Il termine trae la sua radice dal verbo latino tradere che significava “consegnare” e assunse poi il significato di “tradire”, in riferimento a Giuda che aveva consegnato Gesù al sinedrio.
2. Naturalmente si tratta di un uso che deriva da tutto un atteggiamento di fondo sulla liturgia trasformata da Sacrificio che rende possibile il banchetto escatologico, in convito fraterno: da sacrificio di espiazione, di lode, comunione e ringraziamento - protagonista il Signore per il Padre e noi in Lui -, in festa e agape dell’Assemblea. L’uomo e non Dio, al centro.

[Traduzione e note a cura di Chiesa e post concilio]

© CHIESA E POST-CONCILIO

What will the Church be like after Pope Francis?

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We are very pleased and honored to post for the first time an article by a very wise and knowledgeable priest, writing under the pen name of don Pio Pace, whom we invited to contribute and who will be guiding us with good advice whenever he has the time to do so. His first contribution is one that is very important: should traditional-minded Catholics be anxious about the current pontificate? What about its aftermath?

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A guest-post by Fr. Pio Pace

Has the accession of Francis to the Throne of Peter really and deeply changed things? At close examination, it seems that this Pontificate is much less innovative that one would have thought when it began.

A Pontificate that is less innovative than it was first thought

The multiple “gestures” (not living in the papal apartments, explicit simplicity) show themselves to be without major consequences for the papal institution. As for surprising declarations amidst small sentences on matters which are media-sensitive, they do not seem to have been followed by institutional or magisterial effects. On the crucial area of episcopal and cardinalatial nominations, there are some that are extremely good, others that are extremely lousy, exactly as it happened in the previous pontificate — the general trend of the episcopates still pointing towards a generally moderate line.

The famous reform of the Curia will necessarily show itself to be very disappointing for those who imagined a Vatican II-style earthquake: it will be limited to the fusion of a certain number of dicasteries, to the creation of a few others, with a reaffirmation of collegiality — but with the background of a personalization of papal power greater than ever. As Sandro Magister remarked in his blog Chiesa, despite the violent attacks against the Curia and its personnel at the time of the last Conclave, the main heads of dicasteries are certain to remain in place. In fact, the Church does not have anymore either the capability, or the human reserves, to accomplish an upheaval similar to the one of the Council.

In sum, the new pope seems to have believed that he had the key for the fulfillment of Vatican II thanks to a charism of “return to the Gospel”, but the realities of the crisis are stubborn: just examine the recent ordinations for Rome, with only 2 priests for the diocese: no Francis effect in this domain, the most important one for the future of the Church (admittedly, one that demands some time, but no measurable effect is noticeable in other areas, either).

What about after this pontificate?

The election of Pope Bergoglio can be understood as a reaction to the previous pontificate. Those who elected Pope Francis wanted to “turn the page”, for various reasons: turn the page of a pontificate judged too restorationist, of an impotent governance, of a papacy victimized by all attacks, of a feeble financial administration. But it is quite possible that Francis be the last of the series of the, on the whole, “triumphalist” pontiffs of the post-Council, exalted by the recent canonizations.

In fact, few among the electors of Jorge Bergoglio truly knew him. Past the first moment of pleased or annoyed surprised, it has become evident that the not very efficacious agitation which they witness, the media stunts, the uncertainties carried on as method of government, the doctrinal imprecisions or even blunders, the absence of expression of doctrine at a magisterial level wear out many high-placed prelates today. All of this might cause two effects following the current pontificate:

- Undoubtedly, a search for “security”: the electors will not wish to throw themselves into new uncertainties, and will chose a candidate who is better prepared in a theoretical point of view, with a more “moderate” image and who will be a less disorganized administrator;
- And, above all, a display of realism: one way or the other, we will see an image of the papacy that is truly more modest, more in tune with what the Church really is in the contemporary world. The age of a papacy that is a shiny but deceptive showcase of a starkly weakened Catholicism cannot hold on for too long.

The affair of the Franciscans of the Immaculate as symptom

Will this realism reach the point of allowing for a clear-sighted inventory of the mistakes of the past half-century?

Nothing so far indicates a wish to face head-on the problems that remain, and that worsen: the dramatic crisis of vocations, the evaporation of the Creed and dogma, the trivialization of the liturgy. For something to truly change, the fundamental question is: will there be churchmen for a new situation?

Besides, one should not be too quick in assuming that nothing will change under Pope Francis. Standing still in a context of decline causes by itself an acceleration of this decline. Moreover, another scenario, much more disquieting, can be imagined for the end of the current pontificate. The agitation and the uncertainties brought upon a matter such as the indissolubility of marriage are already by themselves destructive, even if they are not followed by institutional decisions of a liberal bent.

There is more: attempts to forcefully impose the “Spirit of the Council” are not excluded. The coercion of the Franciscans of the Immaculate could perfectly extend to the totality of traditional Catholicism? Under what shape? Quite simply by a muzzling of the Summorum Pontificum dynamic, that is, of the acknowledgment of a right of citizenship recognized to a whole swath of Catholicism that is, at least liturgically, against the “Spirit of the Council”. One must have in mind that, for Francis, the authorization to celebrate the Traditional Mass is but a tolerance granted by Benedict XVI to a minority on the road to extinction: “I find that it is rather a kind of fashion; if it is a fashion, therefore it is a matter that does not need that much attention.” (audience to the Czech bishops) That this sentiment of the Pope rests upon a stunning misreading of the specific reality is not a problem. The problem is that this is the Pope’s opinion.

Very concretely, the disappearance of the tiny Commission Ecclesia Dei is very possible in the upcoming redesign of the dicasteries. It is true that, from the point of view of the celebration of the Traditional Mass, this Commission has never truly exercised a veritable activity of protection or promotion, but its disappearance would have a highly negative symbolic effect; if it happened, it would be a true bombshell. As for the transferal of the competence over the complete set of Ecclesia Dei communities to the Congregation for the Institution of Consecrated Life and Societies of Apostolic Life (the Congregation for Religious), whose Prefect is Cardinal Braz de Aviz and whose Secretary is Abp. Rodríguez Carballo, it would be disastrous for this part of Catholicism.

© RORATE CAELI (June 7, 2014)

Bergoglionate

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MARCO TOSATTI (09/06/2014)

Il blog in inglese Rorate Coeli lancia l’allarme: la Commissione Ecclesia Dei, l’organismo creato da Giovanni Paolo II nel 1988 per curare i rapporti con la sensibilità tradizionale all’interno della Chiesa, e fuori, e per favorire il rientro dei seguaci di mons. Lefebvre, potrebbe scomparire nell’imminente riforma della Curia. Sarebbe assorbita dalla Congregazione che si occupa dei religiosi, guidata dal card. Braz de Aviz. Proprio quella che ha gestito – e sta portando avanti – la durissima rieducazione dei Frati Francescani dell’Immacolata, un blitz di cui ancora non sono state rese pubbliche le ragioni. Visti i presupposti, non è difficile immaginare quale potrebbe essere l’esito del dialogo con coloro che hanno una sensibilità spiccata verso la Tradizione. 

Rorate Coeli pubblica un intervento di un ospite italiano, “un saggio e sapiente sacerdote” con lo pseudonimo di don pio Pace, a cui il blog farà ricorso – annuncia – quando l’informatore “avrà il tempo di farlo”. Ve ne traduciamo alcuni brani. “L’accesso al trono di Pietro di Francesco, ha realmente e profondamente cambiato le cose? A guardare da vicino sembra che questo pontificato sia molto meno innovativo di quanto si sarebbe pensato all’inizio”, esordisce il commentatore. “I numerosi gesti (non vivere nell’appartamento papale, la semplicità manifesta) appaiono senza conseguenze importanti per l’istituzione papale. E per quanto riguarda le dichiarazioni sorprendenti fra piccole frasi su temi a cui i media sono sensibili, non sembra che siano state seguite da effetti magisteriali o istituzionali. Nell’area cruciale delle nomine episcopali e cardinalizie, ce ne sono alcune estremamente buone, altre estremamente scadenti, esattamente come avveniva nel pontificato precedente – e la tendenza generale dell’episcopato è orientata verso una linea moderata. La famosa riforma della Curia si dimostrerà molto deludente per quelli che hanno immaginato un terremoto stile Vaticano II: si limiterà alla fusione di un certo numero di dicasteri, alla creazione di pochi altri, con una riaffermazione della collegialità, ma con un background di personalizzazione del potere papale più grande che mai”.

E’ probabile che i capi dicastero rimarranno al loro posto. Il futuro dirà quali saranno gli effetti da un punto di vista pastorale e sulle vocazioni. L’elezione di papa Bergoglio – continua il commentatore – può essere capita come una reazione al pontificato precedente: troppo “restaurazionista” governo impotente, papa vittima di attacchi, amministrazione finanziaria traballante. “Ma pochi fra gli elettori di Jorge Bergoglio lo conoscevano davvero. Passato il primo momento di sorpresa, compiaciuta o seccata, è diventato evidente che molti prelati di rango sono stanchi dell’agitazione priva di efficacia a cui assistono, dell’incertezza come metodo di governo, delle imprecisioni o addirittura errori dottrinali, dell’assenza di un‘espressione di dottrina a livello magisteriale”. Il commentatore si lancia verso un prossimo conclave, e prevede che i cardinali si muoveranno su due linee: “Certamente, la ricerca della ‘sicurezza’: gli elettori non vorranno gettarsi in nuove incertezze, e sceglieranno un candidato meglio preparato da un punto di vista teorico con un’immagine più ‘moderata’ e che sia un amministratore meno disorganizzato”. E che proietterà un’immagine diversa: “L’età di un papato che sia una scintillante ma ingannevole vetrina di un cattolicesimo fortemente indebolito non può reggere a lungo”.
Per quel che riguarda l’accoglienza nella Chiesa di anime con sensibilità diverse, più o meno legate alla Tradizione, il commentatore non sembra ottimista. Pensa che “La coercizione operata sui Frati Francescani dell’Immacolata potrà estendersi all’insieme del cattolicesimo tradizionale…semplicemente mettendo la museruola alla dinamica della Summorum Pontificum (il documento di Benedetto XVI con cui si davano le regole per la celebrazione della messa antica. N.D.R) cioè del riconoscimento di un diritto di cittadinanza a un’ampia fascia di cattolicesimo. Bisogna ricordare che per Francesco l’autorizzazione a celebrare la Messa Tradizione non è che un segno di tolleranza garantito da Benedetto a una minoranza in via di estinzione”.

Nell’udienza del febbraio 2014 ai vescovi cechi papa Francesco si stupiva dell’interesse dimostrato dai giovani verso il rito antico. “Quando cerco più a fondo - ha detto il Papa - trovo che è piuttosto una sorta di moda [in lingua ceca: Mòda, italiana moda]. E se si tratta di una moda, non conviene darvi molto peso. È solo necessario mostrare un po’ di pazienza e gentilezza alle persone che sono dipendenti da un certo modo di fare, ma ritengo molto importante andare in profondità nelle cose, perché se non approfondiamo queste tematiche, nessuna forma liturgica, questa o quella che sia, ci può salvare”.

Commenta don Pio Pace: “Che questo sentimento del Papa si basi su una stupefacente incomprensione della realtà specifica non è un problema. Il problema è che questa è l’opinione del Papa”.

E continua: “Concretamente, la scomparsa della piccola Commissione Ecclesia Dei è molto possibile nell’imminente ridistribuzione dei dicasteri…la sua scomparsa avrebbe un effetto simbolico altamente negativo, una vera bomba. E il suo trasferimento di competenze delle comunità nate dall’Ecclesia Dei alla Congregazione per gli Istituti di Vita consacrata, di cui è prefetto il cardinale Braz de Aviz e segretario l’arcivescovo Rodrìguez Carballo sarebbe disastroso per questa parte del cattolicesimo”.

© LA STAMPA

Cosa succederà con i papi emeriti?

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di Tommaso Scandroglio (04/06/2014)

L’alta quota scioglie la lingua a Papa Francesco che già di suo non inclina usualmente alla reticenza. Dal ritorno dalla Terra Santa parla con i giornalisti sull’aereo e questa volta, tra gli altri argomenti, la chiacchierata – della durata di una quarantina di minuti circa – tocca il tema del “papa emerito”.

Un giornalista chiede se potrà esserci anche per lui una rinuncia al pontificato e il Santo Padre così risponde: «Io farò quello che il Signore mi dirà di fare. (…) Io credo che un vescovo di Roma se sente che le forze vanno giù deve farsi le stesse domande che si è fatto Papa Benedetto. Settant’anni fa – continua – i vescovi emeriti non esistevano. Cosa succederà con i papi emeriti? Dobbiamo guardare a Benedetto XVI come a un’istituzione, ha aperto una porta, quella dei Papi emeriti». E così chiusa: «La porta è aperta, ce ne saranno altri o no, Dio solo lo sa». Messa così la questione sembra solo una faccenda di prassi burocratica: una volta si faceva in un modo e domani nulla vieta di cambiare le cose.

Invece la quaestio ha ben altro spessore. Il Pontefice deve rimanere in carica tutta la vita? Se andiamo a leggere il Codice di diritto canonico possiamo dedurre che l’obiettivo perseguito dalla Chiesa sia quello che ogni Papa chiuda gli occhi da Pontefice Regnante e non da Pontefice Emerito. Infatti non esiste nel Codice una norma che suona più o meno così: «Il Romano pontefice resta in carica fino a sua decisione contraria».

I Canoni 322 § 2 e 44 § 2 dedicati alla rinuncia dell’ufficio petrino non stabiliscono una norma, bensì una eccezione. Insomma il diritto della Chiesa è orientato affinché non solo il munus del Successore di Pietro sia vitalizio ma anche il suo esercizio. Una conferma viene anche da un titolo, anzi dal titolo che qualifica il Papa: Vicario di Cristo. E Cristo sappiamo che si assunse l’incarico affidatoGli dal Padre fino alla Croce. Solo allora fu in grado dire: «Tutto è compiuto».

Insomma la questione non è solo ecclesiale, ma coinvolge anche asserti di carattere teologico. Nulla toglie però, come testimoniato dalla decisione di Benedetto XVI, che se in coscienza un Papa comprende che Dio gli suggerisce di mettersi a riposo, tale scelta sia legittima. Ma è appunto una eccezione, per ragioni straordinarie, e non può diventare la regola. Qualcuno obietterà: la disciplina sulla rinuncia o meno del Pontefice non è dogma.

Ciò però non significa che tutto quello che non è dogma sia lecito. Non è dogma nemmeno che si debba vivere fino a 100 anni, ma chissà perché tutti si affannano per arrivare a quel traguardo. È il bene, fisico o morale, che funge da criterio orientativo. Detto in altri termini: che la durata della funzione petrina tenda ad essere vitalizia non discende da una norma di diritto divino positivo, ma è connaturata alla funzione del pontefice stesso. Un obiettivo verso cui orientarsi perché anche in questo aspetto è contenuto il vero bene della Chiesa, obiettivo ovviamente derogabile sempre per lo stesso motivo, cioè per il bene della Chiesa.

Papa Francesco sembra invece rovesciare la visuale. La durata vitalizia diventa eccezione e la rinuncia viene elevata a categoria giuridica propria del diritto ecclesiastico. Infatti il Pontefice parla di “istituzione” del Papa emerito. E l’istituzione è un insieme di normative tese a configurare una vera e propria realtà giuridica. Perché Papa Francesco propone questa soluzione? Forse per due motivi. In primo luogo sembra che egli intenda il proprio munus come una carica di carattere meramente amministrativo, come se fosse un impiego uguale a tanti altri, una funzione depauperata dall’afflato trascendente che la caratterizza, quasi desacralizzata. E come ogni carica umana questa può cessare. Tutti prima o poi andiamo in pensione.

In secondo luogo perché, secondo una certa prospettiva immanentista, è la prassi che genera la regola/le istituzioni, non viceversa. Un processo che premia il divenire rispetto alla norma, che piega quest’ultima ai fatti. Anche in questo caso è sufficiente non tanto un costume diffuso per legittimare il nuovo corso, bensì una sola eccezione – la rinuncia di un Papa – ed ecco che l’eccezione diviene regola.

Il Papa accenna al fatto che «settant’anni fa i papi emeriti non esistevano», ma poi la storia della Chiesa ha preso strade diverse. Ovvio che la storia ha offerto molte modalità attraverso cui il papato si è espresso, ma la rinuncia all’esercizio dell’ufficio petrino procede nella direzione dell’economia della salvezza oppure, pur non essendone certamente in contraddizione, ne segna una battuta di arresto?

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“Chiesa povera per i poveri”. Ma che vuol dire?

anticattocomunismo:

Se la Chiesa non ha beni, non ha soldi, come potrebbe aiutare i poveri, aiuto peraltro dato da sempre, nel tempo e dovunque?… ma innanzitutto deve esserci l’annuncio ai poveri medesimi della buona novella, del Regno di Dio, che va cercato primieramente, e il resto ci sarà dato…

di Giovanni Lugaresi (04/06/2014)

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Ci sono concetti poco comprensibili, forse perché male espressi, forse perché è colpa nostra non capirli, fatto si è che possono creare un po’ di confusione, almeno in menti semplici.

Per esempio, a noi sfugge il significato di una espressione come questa: “una Chiesa povera per i poveri”. Che cosa vuol dire?

Secondo la logica corrente, per la quale due più due fa quattro, ci verrebbe da obiettare: come farebbe una Chiesa povera ad occuparsi dei poveri? Se la Chiesa non ha beni, non ha soldi, come potrebbe aiutare i poveri, aiuto peraltro dato da sempre, nel tempo e dovunque?

L’offerta che io faccio, piccola o grande che sia, insieme a tantissime altre offerte, anch’esse piccole o grandi che siano, possono dare ricchezza alla Chiesa e la medesima può di conseguenza ridistribuire fra chi ha bisogno, dovunque ai quattro angoli della Terra.

Ma una Chiesa povera, priva di beni, che cosa può dare ai poveri?

Certo, può, anzi deve, dare prima di tutto l’annuncio del Regno (che non è di questo mondo), ma volendo aiutarli sul piano economico, questi poveri? Zero, zero, e ancora zero.

Sempre seguendo un ragionamento a base di buonsenso, che ci permettiamo di invocare sempre, anche a livello ecclesiale, appunto, non sarebbe meglio dire: “preti poveri”? Eh, sì… Perché non è infrequente imbattersi in sacerdoti benestanti, a volte ricchi, ben pasciuti, attaccati ai beni di questo mondo, ben preoccupati del dio denaro, invece di considerare il Dio Uno e Trino!!!

Preti dei quali veniamo a sapere dalle cronache quando accadono certi episodi spiacevoli, se non scandalosi, dove l’auto nuova, che pure serve per il ministero, non è una semplice utilitaria, bensì (addirittura) un Suv. E c’è bisogno di un macchinone costoso e vistoso per svolgere la missione sacerdotale? Occorre che qualcuno lo dica a quel tale parroco di Casalborsetti del quale si sono recentemente occupate le cronache, in quanto, piuttosto alticcio, era finito nottetempo in acqua al volante del suddetto macchinone – tanto per fare un esempio.

Ancora: si è letto in passato di preti passati nel mondo dei più, la cui eredità consisteva in qualche miliardo di lire, eredità disputata fra perpetua e parenti del defunto con tanto di ricorso ai tribunali. Non ci sono parole, se non quelle della pena, dell’amarezza.

Ecco, questo, secondo noi, poveri vecchi cattolici, andrebbe detto, andrebbe annunciato, e denunciato, dai sacri palazzi, fosse pure dall’umile residenza di Santa Marta.

Chiesa ricca e preti poveri… per i poveri!

Ma innanzitutto, l’annuncio ai poveri medesimi della buona novella, del Regno di Dio, che va cercato primieramente, e il resto ci sarà dato…

Quanto ci piacerebbe sentirlo dire da alte cattedre.

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Divorzio breve. La sconfitta della ragione

L’approvazione alla Camera del divorzio breve non poteva non trovare su Repubblica l’adeguato commento di Michela Marzano, e chiunque abbia avuto modo di valutare le sue attitudini speculative non si è meravigliato né dello stile né dei contenuti (clicca qui). Ma la lettura merita comunque attenzione perché vi si trova rappresentato perfettamente il vuoto di pensiero che domina la vita pubblica, entra nella vita privata, e si manifesta puntualmente nei discorsi che provengono dalle più alte cariche sia dello Stato che della Chiesa cattolica.

di Patrizia Fermani (04/06/2014)

Si tratta di affermazioni che denunciano ancora una volta quella incapacità generalizzata di pensare in termini generali ed astratti, l’incapacità di leggere il senso oggettivo delle cose, ricercare i criteri di valore, il significato e la funzione dell’istituzione, come il significato generale di un comportamento particolare. E tutto ciò, per chi viene qualificata e si auto-qualifica come filosofa, non è cosa di poco conto.

E l’interesse offerto da quella lettura sta appunto nel fatto di rispecchiare il modo ormai diffuso di guardare la realtà attraverso una lente che, mentre ingigantisce il particolare, rende del tutto incomprensibile l’insieme, ovvero proprio il suo aspetto reale e il suo significato ultimo. Quella incapacità di comprendere che l’uomo non può sottrarsi alla scelta morale senza relegarsi nell’indistinto biologico animale e riservare il caos per sé e per i propri simili. L’incapacità di vedere il significato generale del comportamento particolare, di comprendere che la vita collettiva comporta una assunzione di responsabilità. Quasi che non si dovesse più applicare alle questioni etiche neppure il principio che guida la raccolta differenziata e per il quale si richiede lo sforzo individuale in vista dell’utile generale.

Poco male, infatti, se da carenze logiche e gnoseologiche e da presupposti fallaci non venissero tratti criteri di giudizio falsi e proposte operative devastanti per tutti. Se tutto un modo di non pensare non comportasse l’indifferentismo morale e la imposizione per legge di tutto un repertorio buono solo per la autodistruzione collettiva.

Il pensiero corrente non ha neppure la pretesa, in fondo tragica e disperata, del nichilismo puro. Non c’è quel rifiuto totale dei criteri di valutazione di uno scetticismo che in genere tradisce la fame insoddisfatta di verità, lo sconforto di una sconfitta della ragione sopraffatta dal pessimismo o dalla stanchezza della disillusione. I criteri di valutazione ci sono, ma sono tratti dal particolare, presi ad unità di misura, ed estesi all’essenza stessa di una realtà. Cioè si prende ad unità di misura l’oggetto stesso che deve essere misurato. Vedo una sedia Luigi XVI e deduco che sia l’ideale per arredare un autobus. Così come l’architetto di fama progetta chiese che non sono chiese, perchè non ha il concetto di chiesa e il criterio estetico e pratico adottato arbitrariamente corrisponde alla propria incomprensione del sacro o a quella imposta da una nuova teologia dissacrante.

Alla base di questi procedimenti di cui in ogni campo vediamo le conseguenze, c’è spesso molto banalmente un deficit culturale, il disimpegno intellettuale, l’insensibilità morale, o, non ultimo, il brutale automatismo ideologico.

Questo stravolgimento dei canoni del ragionamento logico emerge in modo disarmante con riferimento al diritto di cui, ignorata la essenza, messa da parte la funzione, abusata la terminologia, vengono utilizzati arbitrariamente gli strumenti, vera e micidiale arma impropria al servizio di ogni nuova follia.

Dunque il nichilismo con cui abbiamo a che fare oggi non nega affatto la esistenza di criteri di valutazione, ma li prende nel calderone di ciò che è più indeterminato e soggettivo, cioè da ciò che non può essere per natura sua un valido metro di giudizio. Il risultato è naturalmente la perdita generalizzata del senso delle cose e la dissoluzione delle strutture etiche della società, che non riesce più ad orientare i propri comportamenti se non in modo disarticolato e alla fine autodistruttivo.

Così viene il plauso della Marzano a quei quasi quattrocento deputati incapaci, per natura o per cultura, di elaborare un pensiero all’altezza del tema trattato che, votando allegramente il divorzio breve, hanno votato in realtà il matrimonio a tempo indeterminato salvo risoluzione del contratto previa disdetta con un termine di preavviso non inferiore a sei mesi.

La signora ci spiega finalmente come il divorzio sancisca il venir meno del presupposto primo della validità del matrimonio, che è l’amore. Così apprendiamo che tra le condizioni di validità del matrimonio (oltre ai requisiti di capacità personale e alla mancanza di impedimenti legati al sesso, al rapporto di parentela o il legame di precedente matrimonio valido; tutti peraltro, quale più quale meno, in odore di essere superati dallo spirito del tempo) c’è sicuramente l’amore.

Non è il caso di soffermarsi sulle acute osservazioni di cui è corredata la tesi di fondo che ben rappresenta il pensiero forte di Repubblica e che si può sintetizzare così: “Finito l’amore, che senso ha continuare questa commedia?” Ovviamente non è elegante tirare in ballo i figli, che come tutti sanno oggi sono un inconveniente marginale.

Ma alla signora sfugge del tutto che la promessa reciproca non esaurisce in sè la propria ragione d’essere come uno scambio commerciale qualunque, perchè è in funzione di una entità superiore ai singoli e anche ai sentimenti che li legano reciprocamente. Ma sfugge anche del tutto che l’amore può essere un ottimo ingrediente e può continuare ad esserlo, come è stato per secoli, e tuttavia esso mantiene tutta la propria forza decisiva e il proprio senso se si trasforma sin dall’inizio nell’amore coniugale. Purché, a partire dal matrimonio, si ponga su un piano più alto e significativo, quello del sodalizio, del dono reciproco incondizionato come base propizia per affrontare il peso di una responsabilità che è privata e pubblica allo stesso tempo. Nella fucina in cui si formano quelli che verranno, l’amore non può prescindere dalla volontà e dal superamento di sè, dalla gratuità e dalla generosità, dalla compassione, che è la forma più nobile di partecipare in modo gioioso o dolente alla comune umanità.

La solennità del rito, la specialità delle tutele giuridiche, hanno sempre dimostrato quanto fosse chiaro ad uomini capaci di guardare oltre il proprio asfittico ego quello spazio più ampio in cui i moti, gli istinti, le passioni, le inclinazioni vengono sublimate in un orizzonte di più profondo sentire, rispondendo ad una vocazione più grande di quella segnata dalla natura. Idea questa espressa magnificamente con tutta la forza di pensiero che sta nella vera poesia, dai versi di Foscolo “Dal dì che nozze e tribunali ed are diero alle umane belve esser pietose di se stesse e d’altrui…”.

La qualità tutta sublimata dell’amore coniugale era chiarissima fin dai tempi più remoti e fu già cantata da Omero e più tardi dalla tragedia .

Ma ci sono anche quei versi bellissimi dell’Otello che scopre la profondità più dolente e salvifica dell’amore, là dove esso si allarga ad abbracciare il destino e il dolore, e si offre come forza di salvezza e di consolazione perpetua. L’amore coniugale quale forza spirituale con cui affrontare il destino: “ella mi amava per la mia ventura ed io l’amavo per la sua pietà”, verso che il genio di Verdi rivestirà di una melodia commossa e struggente.

Non bisogna pretendere che a Marzano o a Natalia Aspesi come a tutta l’equipe di Vanity Fair questi versi non facciano magari l’effetto di una riduzione dell’amore ad impegno assistenziale. Ma è proprio questo il punto. Stiamo parlando di una involuzione che è perdita di sapienza oltreché offuscamento dello orizzonte morale. Del venire meno del senso della vita e del coraggio di affrontarla con la invocata dignità che non si identifica nella possibilità di eludere il male e le difficoltà, ma nella forza di affrontarli.

Quello che vede la vispa Michela è un uomo piccolo imprigionato da impulsi sui quali egli non si prende la briga di applicare le risorse della ragione, anzi nei quali egli si compiace di rimanere chiuso tra le cianfrusaglie del piccolo cabotaggio ideologico, senza tentare la conquista di un punto di vista più elevato da cui dominare un più ampio orizzonte.

Del resto l’esempio di ottusità intellettuale prima che morale arriva, come dicevamo in apertura, dai vertici stessi dello Stato, se consideriamo la pervicacia con cui Napolitano insiste per costringere l’intero popolo ad una visione di morte programmata (clicca qui).

E sarebbe proprio il caso di avvertire costoro, fabbricatori insieme a tanti altri di una società alienata e pericolosa, che “ci sono più cose in cielo e in terra di quante non ne conosca la vostra filosofia”.

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Sul divorzio breve inizia la valanga laicista e libertaria

di Danilo Quinto (04/06/2014)

Su 411 votanti, 30 hanno detto no, 14 si sono astenuti, lo scorso 29 maggio, alla Camera dei Deputati, sulla legge sul cosiddetto divorzio breve. Una valanga laicista e libertaria – conforme al voto espresso nelle recenti elezioni europee – che riduce da 3 anni a 12 mesi la durata del periodo di separazione ininterrotta dei coniugi che legittima la domanda di divorzio, nel caso di separazione giudiziale. Il periodo di separazione sufficiente è ulteriormente ridotto a 6 mesi, nel caso di separazione consensuale. Ora la legge passerà rapidamente al vaglio del Senato.

Questo risultato è il prodotto delle blande posizioni espresse dai deputati che si definiscono cattolici. Non di queste settimane o mesi, ma di questi decenni. Sono riusciti a subire i nefasti effetti di una cultura dominante e da pensiero unico, che ha le sue radici profonde in quel ’68 che ha elevato i diritti a totem e la libertà a desiderio, massacrando la morale naturale. Hanno rinunciato ad opporre alla cultura del mondo, la loro fede e quindi la loro testimonianza di persone, impegnate in politica non per registrare fenomeni sociali o per assecondare le dinamiche umane, ma per difendere il bene comune, che non è una categoria astratta, ma molto concreta, che fa parte, o che dovrebbe far parte, del vissuto di una collettività.

A qualunque schieramento o partito appartenessero, da legislatori non sono stati in grado né di fare approvare una sola legge che tutelasse e promuovesse l’istituto matrimoniale tra un uomo e una donna, riconoscendone il suo ruolo fondamentale – concorrendo anche loro, di fatto, alla piaga della crisi della natalità, che rende questo paese sempre più povero e triste – né di arginare il suo dissolvimento a favore di matrimoni tra persone dello stesso sesso, al quale dovrebbero essere affidati figli, prodotti in laboratorio, da allevare e istruire. Si sono appellati alla disciplina di partito, nel caso dell’approvazione della legge sul divorzio breve, così come faranno per la legge sull’omofobia e sulla transfobia – la prossima, in dirittura d’arrivo – sancendo la loro connivenza con le lobby omosessualiste. Non ha forse ragione Marco Pannella quando sostiene che «i cattolici veri sono con noi»?

In nome di una maggioranza, che vuole affermare i suoi desideri e i suoi interessi, costi quel che costi, si abdica all’affermazione dei principi. Perché il sentiero aperto dalla legge sul divorzio breve è proprio questo. Non si tratta, come ha dichiarato il segretario della Conferenza Episcopale Italiano, Mons. Nunzio Galantino, di «un’accelerazione che può consentire una deriva culturale» né di proclamare che «il matrimonio e la famiglia restano il fondamento della nostra società». Parole al vento.

Il tempo della deriva culturale è già ampiamente superato e forse Galantino ha vissuto in questi anni in un altro paese. Si tratta di riconoscere che matrimonio e famiglia sono dissolti, perché si concorre a dissolvere i principi che li sorreggevano, se anche nella Chiesa c’è chi diffonde – a livello planetario, come fa il Cardinale Kasper – la necessità di aprirsi al mondo per consentire la Comunione ai divorziati risposati.

Non è questo un segno? Perché, d’altra parte, legislatori laici dovrebbero difendere principi che guide spirituali e pastori ritengono ormai superati dalla modernità, che vuole distruggere la famiglia e aprire alle coppie di fatto? La modernità di oggi è quella di Nichi Vendola e del suo compagno, che danno i loro volti alla pubblicità del Gay Pride che si terrà a Roma il 7 giugno, patrocinato dalla Regione Lazio e da Roma Capitale. Che difesa, allora, conviene fare dei principi del diritto naturale, che non portano né voti, né consenso, né lusinghe da parte del mondo?

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Il Concilio parallelo di Paolo Pasqualucci

anticattocomunismo:

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di Cristina Siccardi (05/06/2014)

La Chiesa, essendo di carattere soprannaturale, a differenza di tutte le altre istituzioni del mondo, non trova la sua ragion d’essere nella maggioranza di coloro che sostengono determinate posizioni, ma nella Verità di cui si fa latrice.

Per tale ragione, finché i nodi maturati, cresciuti e legiferati durante il Concilio Vaticano II, non saranno sciolti, continueranno ad alimentare la permanenza della crisi della Chiesa. Siamo quindi grati al filosofo e saggista Paolo Pasqualucci che da tanti anni esamina ed approfondisce le questioni conciliari, dimostrando, in ogni suo lavoro, che i dilemmi teologici e dottrinali che hanno inondato l’ultima Assise ecumenica hanno avuto risposte atte non a risolverli, bensì a complicarli e moltiplicarli.

Pasqualucci ha scritto un saggio, appena uscito in libreria, in grado di spiegare a tutti, anche ai non addetti ai lavori, che cinquant’anni fa venne a costituirsi un vero e proprio Concilio in linea con la Tradizione della Chiesa a fianco di un Concilio rivoluzionario, e ciò accadde fin dall’alba di quella che Giovanni XXIII definì «la nuova pentecoste», come se lo Spirito Santo dovesse scendere in terra una seconda volta e per volere umano.

Fu proprio Giovanni XXIII a manovrare segretamente in accordo con gli “ecumenici”. L’autore de Il Concilio parallelo. L’inizio anomalo del Vaticano II (Fede & Cultura, Verona 2014, pp. 123, € 12.00) spiega accuratamente lo svolgersi dei fatti, dove la cronaca storica, metodologica e tecnica si intreccia alla volontà di gettare alle ortiche gli schemi preparatori, ovvero le architravi che avrebbero dovuto sostenere l’intero impianto conciliare. Esistevano delle vere e proprie commissioni atte a preparare gli schemi sulle tematiche che si sarebbero affrontate durante il Concilio.

Per la commissione teologica e dottrinale venne incaricato di presiederla il cardinale Alfredo Ottaviani, il quale fu affiancato, in qualità di segretario, da padre Sebastiano Tromp sj. Venne a costituirsi, parallelamente alla Commissione teologica, un Consilium «concepito come una sorta di organo di controllo o di supervisione sia nei confronti di fondamentali istituzioni della Curia sia nei confronti delle Commissioni conciliari. Ma che cosa doveva controllare? La corrispondenza delle loro inizitive all’indirizzo voluto da Giovanni XXIII, ossia ai canoni del nuovo verbo ecumenico» (p. 93).

Tale Segretariato venne predisposto per diventare «polo alternativo» al Sant’Uffizio. Infatti, «il Segretariato di Bea fu in pratica il contraltare della Commissione Teologica, presieduta da Ottaviani, perché fu l’organo che vagliava la correttezza ecumenica di tutti gli schemi da presentare in aula ossia la loro conformità alle direttive ecumeniche impartite da Giovanni XXIII. Alla correttezza dogmatica si contrapponeva così – da parte di un organo voluto da papa Roncalli proprio con questa finalità – una correttezza ecumenica, in fatale, stridente contrasto con la prima» (pp. 93-94).

Il cardinale Augustin Bea era stato, già nel 1960, presidente del Segretariato per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, carica che lo rese figura-chiave nello sviluppo dell’ecumenismo nel senso più deleterio del termine: deturpare la Fede per accondiscendere alle illusioni e alle utopie menzognere del mondo. Con Pasqualucci si entra nel vivo di quella che fu una vera e propria arena di pensieri liberali che si prefiggevano di scalzare i principi tradizionali, paludandoli di pastoralità: l’aggiornamento era, in realtà, vero e proprio cambiamento dettato dalla mens ecclesiastica progressista.

La pessima pastorale propugnata nei documenti conciliari e applicata negli anni a seguire, non è altro che il prodotto di quel “colpo di Stato” che maturò nei mesi che preparano il tumultuoso e anomalo Vaticano II e le cui conseguenze sono già presenti nell’elaborazione della costituzione Dei Verbum sulla Divina Rivelazione, la cui storia viene peculiarmente riportata dall’autore, il quale, insieme ad altri studiosi, in particolare a monsignor Brunero Gherardini, a padre Serafino Lanzetta e al prof. Roberto de Mattei, è andato a colmare quel vuoto accademico che, fino ad alcuni anni fa, era lasciato ai figli di Rahner, Teilhard de Chardin, Bea, Suenens, Lercaro.

La maggioranza dei Vescovi che entrarono in Concilio erano pastori genuini, che vennero trascinati dalla piccola, ma solida e combattiva corrente dell’avanguardia teologica. Essi non erano uomini d’apparato assimilati alla macchina divorante del liberalismo, bensì uomini di Chiesa ancora e veramente liberi perché si sentivano in obbligo di servire Cristo e la Sua Sposa: la loro vita era costituita e condizionata non da idee rivoluzionarie e dall’opinione pubblica dettata dalle testate giornalistiche, bensì dai loro parroci, dai loro religiosi, dalle loro suore e dal loro gregge cattolico. Un gregge che oggi vuole sempre più comprendere la strana Chiesa emersa nel terremoto vaticano del 1962-1965.

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Abbiamo davvero due papi?

di Nicodemo Grabber (03/06/2014)

Nel febbraio di quest’anno il noto giornalista cattolico Antonio Socci ha pubblicato sul quotidiano “Libero” una inchiesta in quattro puntate dal titolo Due Papi in San Pietro. I perché di un evento mai visto in duemila anni. In questo scritto Socci poneva a tema la questione inedita e tutt’altro che irrilevante della copresenza di due Papi, del così detto Papato emerito, della natura della rinuncia di Benedetto XVI, etc…

Alle domande di Socci il mondo giornalistico, della cultura ed ecclesiale rispose sostanzialmente con il silenzio, ad eccezione di Vatican Insider, protagonista di una dura polemica contro Socci. Polemica che Andrea Tornielli volle risolvere a vantaggio della propria tesi ricorrendo allo stesso Benedetto XVI, raggiunto da una lista di domante scritte dallo stesso Tornielli. Le risposte che Tornielli dice aver ricevuto dal Papa emerito, non solo non spensero la polemica ma anzi generarono ulteriori dubbi.

Non vogliamo qui ripercorrere le tappe del dibattito, le chiarificazioni fornite dal Segretario del Papa emerito e Prefetto della Casa Pontificia, la questione dell’arma araldica “da Papa emerito” proposta a Benedetto XVI dal card. Montezemolo e dal Papa emerito rifiutata per mantenere il proprio stemma precedente (quello da Papa con chiavi di san Pietro, pallio e mitria papale), etc.

Non vogliamo neppure sottolineare troppo il ruolo significativo e non sempre nascosto che Benedetto XVI svolge tuttora: partecipa in abiti papali a pubbliche cerimonie come la benedizione del monumento a San Michele Arcangelo o la canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, rivede, apportando correzioni, alcuni documenti magisteriali di papa Francesco (sarebbe interessante conoscerle queste correzioni/integrazioni per valutare la dialettica esistente tra i due Papi), etc…

Il 28 maggio usciva sul “Corriere della Sera” l’articolo Ecco perché abbiamo davvero due Papi a firma di Vittorio Messori dove il principe dei giornalisti cattolici, pur con diversità di stile e senza le preoccupazioni ecclesiologiche di Socci, sviluppava di fatto una analisi incentrata sul riconoscimento della copresenza di due Papi. Il giorno seguente su Libero interveniva nuovamente Socci con Ora perfino il “Corriere” e Messori scoprono che ci sono due Papi.

Con lo stile sereno e alieno da toni forti suo proprio, Messori, in verità, tocca nervi scoperti e suggerisce ipotesi dalla portata ecclesiologica inquietante.

Appoggiandosi su uno studio del canonista Stefano Violi, Messori analizza il testo della dichiarazione di rinuncia pronunciata da Benedetto XVI rilevando che papa Benedetto avrebbe rinunciato non al munus petrinus ma solo al ministerium, ovvero all’esercizio di quell’ufficio. Di più, Benedetto XVI non avrebbe neppure rinunciato interamente all’executio del ministero petrino ma unicamente all’esercizio del governo, riservandosi l’esercizio spirituale del ministerium stesso. Benedetto XVI non avrebbe, cioè, rinunciato al compito di Successore di Pietro ma unicamente alla esecuzione concreta dello stesso.

Avremmo così Benedetto XVI ancora pienamente investito del munus petrinus, nel pieno possesso del ministerium spirituale del Vicario di Cristo ma non più della potestà di governo universale che sarebbe, invece, in capo a papa Francesco.

Non sfuggirà a nessuno l’arditezza di una simile tesi e le conseguenze ad essa implicate. Una tra tutte: se il munus petrinus fosse ancora in capo a Benedetto XVI (perché non vi avrebbe mai rinunciato restando, così, tuttora Papa), si dovrebbe ipotizzare, contro il dogma e la costituzione stessa della Chiesa, una titolarità dello stesso o di uguale munus in capo a Francesco (munus petrinus condiviso o sdoppiato). Oppure dire che Papa (titolare del munus petrinus) è ancora Benedetto XVI mentre Francesco sarebbe l’esercente della sola potestà di governo universale. Tutte ipotesi gravemente problematiche, per non dire inaccettabili.

Non è nostra intenzione portare nuovi contributi polemici al già vasto archivio di articoli, saggi, interviste, dichiarazioni sul tema. Neppure svolgere una analisi dello studio condotto da Stefano Violi e da Messori rilanciato. Ci limitiamo a segnalare un dato di fatto e un nostro timore. Il dato di fatto è che due dei maggiori giornalisti cattolici d’Italia hanno sollevato il problema su due quotidiani a diffusione nazionale e che, ormai, il tema è dibattuto a livello internazionale tra teologi, canonisti, preti e semplici fedeli con grande confusione e disorientamento di molti. È come se Socci e Messori avessero dichiarato al mondo che il re è nudo; che fare ora?

La preoccupazione maggiore, invece, è che questa situazione di fatto con due Papi entrambi nel recinto di San Pietro, uno regnante e uno emerito di cui è confuso e fonte di confusione lo status ecclesiologico, divenga occasione per un tentativo di (auto)demolizione del Papato secondo uno schema pensato da Rahner già nel 1974. Nelle pagine iniziali di Vorfragen zu einem okumenischen Amtsverstandnis il gesuita Karl Rahner ipotizzava di sciogliere il munus petrinus dalle dirette responsabilità di governo in capo ad una sola persona – il Papa –per affidarne l’esercizio a due o più persone.

È innegabile che l’ipotesi ecclesiologica di Rahner, mutatis mutandis, è quella che meglio si presterebbe a giustificare teologicamente una condizione del Papato come quella tratteggiata da Violi-Messori se questa fosse realmente la situazione creatasi con la rinuncia di Benedetto XVI e l’elezione di Francesco. Purtroppo, però, sarebbe una soluzione ecclesiologica contraria alla volontà positiva di Cristo, alla costituzione essenziale della Chiesa, al dogma cattolico. Sarebbe la morte del Papato!

Il sasso è stato ormai lanciato, la confusione è grande e non si vede come se ne possa uscire. Solo il Vicario di Cristo può fare chiarezza. Preghiamo perché il Signore provveda presto alla Sua Chiesa!

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