Pastorale dialogante e condanne selettive

anticattocomunismo:

di Marco Bongi (27/03/2014)

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Preti anti-mafia ed anti-camorra: hanno saputo condannare e combattere la criminalità organizzata. Qualcuno è stato pure ucciso e dunque meritano lodi, encomi e processi di beatificazione. Nessuno ha nulla da contestare ai loro metodi pastorali.

Vescovi che si sono coraggiosamente opposti alle dittature sud-americane. Hanno condannato i soprusi e tuonato contro i regimi anti-democratici. Bene…, bene. Anche per loro grandi Osanna ed elogi sui media cattolici.

Lo stesso dicasi per quegli ecclesiastici che hanno condannato e duramente continuano a stigmatizzare il razzismo, l’antisemitismo, lo sfruttamento dei capitalisti sui lavoratori, la pena di morte e, forse ancora per poco, la pedofilia.

Non intendo assolutamente, in queste poche righe, entrare nel merito di tali delicate questioni. Mi limito soltanto ad esporre alcune semplici riflessioni di carattere metodologico.

Quando infatti i “normalisti” si sforzano di giustificare alcuni orientamenti pastorali del nuovo corso ecclesiale, spesso ci ammanniscono commoventi fervorini coniugati sulla seguente lunghezza d’onda:

“Non serve a nulla lanciare condanne e scomuniche: è assai più utile annunciare il Vangelo in senso positivo. Mostrare quanto sia bella la famiglia, l’amore fra un uomo e una donna, allevare tanti figli, aiutare gli anziani malati cronici… Questo è il metodo più sicuro per diffondere la vera dottrina che comunque non cambia”.

Ed allora mi chiedo: se così stanno le cose… perché non criticate anche i preti anti-mafia. Non sarebbe meglio che essi mostrassero, con l’esempio, come sia bello vivere onestamente ma si astenessero dalle omelie infuocate dal pulpito?

Perché criticate aspramente i supposti silenzi di alcuni pastori durante i regimi militari sud-americani e, addirittura, quelli, costruiti a tavolino, di Pio XII sullo sterminio degli ebrei?

Perché non invocate, in tutte le situazioni citate sopra, la pastorale dialogante fatta propria dal Concilio Vaticano II?

E’ assolutamente inevitabile, del resto, che chiunque si accinga a sostenere un’idea a cui tiene molto, qualunque possa essere la sua tesi, dovrà argomentare le proprie posizioni, sia in senso positivo, sia contestando le obiezioni e le prassi contrarie.

Tutti hanno fatto così, in ogni luogo e in ogni tempo. Se l’idea è considerata importante le si dedicano molti studi e sforzi espositivi. Se tale non la si considera, può bastare qualche buona parola, tanto per tacitarsi la coscienza.

In verità dunque, per quanto mi sforzi di riflettere, non riesco a trovare, a queste importanti domande, altre risposte se non la seguente:

Non si deve condannare ciò che il mondo non vuole che si condanni: divorzio, aborto, omosessualismo, eutanasia, relativismo, mondialismo ecc.

Si deve invece condannare, ed anzi guai a chi non condanna, ciò che il mondo vuole che sia condannato: disegualianze sociali, unicità della Verità, valori tradizionali nella Religione e nella Liturgia, legge naturale ecc.

Questa è purtroppo la realtà delle cose e molti cristiani, compresi parecchi pastori, si stanno rapidamente adeguando. Ammantano la vergognosa capitolazione culturale con discorsi accattivanti, con ragionamenti buonisti, con parole levigate e distinguo sofistici.

Tutto bene, salvo il fatto, inequivocabile e incancellabile, che non è questo l’atteggiamento che Nostro Signore ci ha insegnato con il Suo Vangelo. Possibile che così pochi se ne rendano conto?

© RISCOSSA CRISTIANA

L’odio per Benedetto XVI

anticattocomunismo:

"The Tablet", nota rivista "cattolica" britannica, sospende il suo corrispondente da Roma che su Facebook chiama "Topo" Ratzinger e auspica il suo funerale. Ma quanto è diffuso nei media cattolici, sotto l’entusiasmo per papa Francesco, e al di là della piaggeria, l’odio per il pontefice tedesco?

MARCO TOSATTI (27/03/2014)

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L’odio per Benedetto.

Il fatto in sé è abbastanza minuscolo; ma è significativo di un’atmosfera e di come un papa coraggioso, onesto e fedele al Vangelo come Benedetto XVI ha dovuto compiere la sua missione. “The Tablet” il noto giornale cattolico britannico, ha sospeso il suo corrispondente da Roma, Robert Mickens. Perché? Per un commento postato su Facebook, in cui si parlava della porpora concessa a Loris Capovilla, segretario di Giovanni XXIII. Scriveva Robert Mickens, in colloquio con un’altra persona:

“Avrebbe dovuto accadere molto tempo fa. Pensa che ce la farà per il funerale del Topo?”.

In inglese la frase era: “the Rat’s funeral”. Dove Rat indicava ovviamente Benedetto XVI, Joseph Ratzinger.

Rispondeva il suo amico: “Spero che starà abbastanza bene per concelebrare la canonizzazione di Giovanni XXII e di un altro il 27 aprile. Il funerale del Topo sarebbe un bonus”.

Ieri pomeriggio The Tablet annunciò su Twitter che il corrispondente da Roma era stato sospeso, e che era in corso un’inchiesta.

Un episodio minimo, ma che offre lo spunto ad alcune riflessioni.

La prima: pensiamo a che tipo di informazione obiettiva e spassionata sulla Chiesa cattolica e sul pontificato di Benedetto XVI può essere partita da Roma, e recepita dai cattolici britannici, in tutti questi anni. E se questi sono, almeno in via di principio, gli “amici”, che bisogno c’è di nemici?

La seconda. L’amico di Mickens parla della canonizzazione di Giovanni XXIII e di “un altro”. Che sarebbe poi Giovanni Paolo II. E anche questo è significativo: sia papa Ratzinger che il suo predecessore sembrano accomunati in un sentimento non positivo.

C’è da chiedersi poi quanto questo genere di comportamenti sia diffuso, anche all’interno di quanti seguono professionalmente le vicende della Chiesa, e magari non sono così ingenui come Robert Mickens da esternare il loro pensiero su Facebook.

Una spia di questo sentimento sono – al di là della piaggeria ecclesiastica, che non appare seconda a nessuna piaggeria – forse gli elogi sperticati a papa Francesco.

Citiamo l’editoriale che una rivista – di un grande gruppo editoriale religioso – dedicava al primo anniversario di papa Bergoglio: “È passato un anno dall’elezione di Papa Francesco, il 13 marzo 2013, ma la sensazione è che si siano fatti enormi passi in avanti nella Chiesa, riducendo quel ritardo di 200 anni di cui parlava il cardinale Martini”. In occasione di questo anniversario bisogna “riflettere sulla Chiesa del futuro, sulle prospettive aperte dalla rinuncia di Benedetto XVI, gesto profetico che ha desacralizzato la figura del Papa, e l’elezione di Bergoglio che ha rimesso al centro il Vangelo”.

Ora, chi vi scrive segue dal 1982 le vicende della Chiesa. Con atteggiamento spesso critico, e sempre distaccato, come pensiamo debba fare chi informa. E non ho notato che né Giovanni Paolo II né Benedetto XVI mettessero al centro del loro spendersi per la Chiesa il Corano, o il Talmud, o il Baghavad Gita, tanto apprezzati da alcune pubblicazioni cattoliche specializzate in ecumenismo.

Povero Benedetto! Povero Karol!

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Pio XII aiutò a creare una “homeland” ebraica in Palestina

piusppxii:

Pave the Way Foundation pubblica alcuni documenti che mostrano come Pio XII ebbe un ruolo nella nascita del moderno stato di Israele

MARCO TOSATTI (21/03/2014)

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Pave the Way Foundation, la fondazione che ormai da anni svolge un lavoro prezioso di ricerca e diffusione di documenti e testimonianze su papa Pacelli per aiutare a modificare la “leggenda nera” creata dalla propaganda politica ostile a Pio XII, ha pubblicato una serie di documenti che illustrano la posizione di Pacelli favorevole alla creazione di uno Stato ebraico.

“Questi nuovi documenti – afferma Pave the Way Foundation – dimostrano che papa Pio XII ha avuto un ruolo nella fondazione del moderno Stato di Israele. Questa evidenza nuova prova che questo Papa, che è stato ampiamente maltrattato dalla comunità ebraica, ha in realtà aiutato la Zionist Organization (ZO) a cominciare dal 1917 a stabilire un focolare ebraico in Palestina”. Pave teh Way è un’associazione senza connotazione religiosa, fondata nel 2003 dall’industriale ebreo Gary Krupp, che ha come scopo quello di rimuovere gli ostacoli di carattere non teologico che impediscono una migliore comprensione e collaborazione tra le fedi.

Elliot Hershberg, presidente della Pave the Way, ha rivelato che documenti trovati nell’Archivio Vaticano dimostrano come nel 1917 Eugenio Pacelli, allora arcivescovo, organizzò un incontro fra Nahum Sokolow, presidente della Zionist Organization e papa Benedetto XV per discutere della creazione di un focolare ebraico in Palestina. L’incontro che durò 45 minuti fu estremamente cordiale. Sempre Pacelli si mosse per proteggere gli ebrei che vivevano in Palestina (migliaia di loro erano stati deportati da Jaffa dai turchi, e si temeva che potessero essere massacrati come gli armeni) sia a Monaco che a Berlino; e il governo tedesco diede ordine al generale Falkenhaym di proteggerli.

L’interesse verso la creazione del focolare ebraico proseguì nel tempo. Altri documenti successivi, e persino notizie stampa, dimostrano che Pacelli intervenne ancora, nel 1925, per organizzare altri incontri fra Sokolow e esponenti del Vaticano in modo da far progredire il progetto

Eugenio Pacelli fu nunzio in Baviera e in Prussia nel primo dopoguerra. Nel 1926 insieme ad altre personalità cattoliche e ebraiche come Albert Einstein e Ludwig Kaas fu di incoraggiamento ad aderire all’organizzazione tedesca “Pro Palestina”. Nel 1946, da Papa, rivolgendosi a una delegazione araba che si opponeva alla creazione dello Stato ebraico, Pacelli dichiarò: “Proprio come abbiamo diverse volte in passato condannato le persecuzioni che un antisemitismo fanatico ha scatenato contro il popolo ebraico, abbiamo sempre mantenuto questa attitudine di perfetta imparzialità nelle circostanze le più svariate e intendiamo attenerci ad essa in futuro”.

Secondo Pave the Way nel 1947 Pacelli ignorò alcune resistenze interne al Vaticano e incoraggiò Paesi cattolici a votare a favore della spartizione della Palestina durante la storica seduta che decise la spartizione far due Stati, uno arabo e uno ebraico. La risoluzione ebbe una vita travagliata, non passò per due volte e fu infine approvata il 29 novembre del 1947 con 33 voti a favore, 13 contro e 10 astensioni. Il presidente di Pave the Way, Hershberg, ha rivelato che alcuni documenti ufficiali della diplomazia israeliana rivelano che un amico di infanzia di Pacelli, il dottor Guido Mendes, ebreo ortodosso, ebbe un ruolo da diplomatico dietro le quinte.

Gary Krupp, co-fondatore e presidente di Pave the Way, ha dichiarato: “Migliaia di documenti originali possono essere scaricati dal nostro sito, www.ptwf.org. Tristemente molti di coloro che si considerano storici e studiosi semplicemente non hanno cercato le fonti originali dall’Archivio Segreto Vaticano, aperto al pubblico dal 2006. Si sono basati fondamentalmente sui lavori pubblicati da altri”.

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Chi è Baldisseri, il cardinale più veloce del pontificato

anticattocomunismo:

Il cerchio papale. A capo del Sinodo dei vescovi, parla di dottrina ma per attualizzarla.

di Mattia Matzuzzi (25/03/2014)

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Papa Francesco ritiene che sia opportuno riprendere il grande tema della famiglia alla luce del Vangelo e in più, con i tempi mutati, dare uno sguardo che possa essere di attualizzazione della dottrina della chiesa”. Il fatto è che “molti temi, molti problemi, molte situazioni sono mutate da quel tempo, per cui la chiesa deve essere capace di rispondere alle sfide”. A tracciare l’obiettivo dei prossimi due sinodi sulla famiglia è il neo cardinale Lorenzo Baldisseri, che del Sinodo dei vescovi è (da poco) il segretario generale. È lui che, a margine del convegno internazionale “Papa Giovanni Paolo II: il Papa della famiglia”, spiega alla Radio Vaticana i motivi per cui la chiesa debba prendere atto di quanto è cambiato rispetto all’epoca in cui Karol Wojtyla scrisse l’esortazione Familiaris Consortio e agire dunque di conseguenza.

Il cardinale Baldisseri è colui che ha coordinato la sintesi dei rapporti sui questionari inviati alle diocesi lo scorso novembre e giunti a Roma nelle settimane scorse. È lui che, un po’ irritato, lamentava il fatto che diverse conferenze episcopali avessero violato la consegna della riservatezza, diffondendo alla stampa giudizi poco lusinghieri sull’Humanae Vitae di Paolo VI e più in generale sull’insegnamento cattolico in fatto di morale. “La pubblicazione non era prevista. Si tratta di un’iniziativa unilaterale delle singole conferenze episcopali. Se c’è qualcuno che fa quello che vuole, io non ci posso far nulla”.

Toscano di Lucca, settantatré anni, Baldisseri conosce bene Papa Francesco. Sette anni fa, quando il cardinale Jorge Mario Bergoglio sovrintendeva ai lavori per la stesura del Documento finale della Quinta conferenza generale dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida, mons. Lorenzo Baldisseri era in Brasile già da cinque anni come nunzio. È lì che Baldisseri vede all’opera il futuro Papa intento a lavorare al lungo documento che fungerà, anni dopo, da agenda del pontificato. In quelle pagine è delineato il modello di chiesa fatto proprio da Francesco: periferia, poveri, missione, uscita. In Brasile lo aveva mandato Giovanni Paolo II, a coronamento di una carriera diplomatica che l’aveva portato in Guatemala, Salvador, Giappone, Paraguay, Francia, Zimbabwe e per lunghi anni a Haiti. Studi alla Lateranense in Teologia dogmatica e Diritto canonico, è poi entrato nella Pontificia accademia ecclesiastica, dove riuscì a coltivare anche la sua grande passione per la musica: dopotutto, nella diplomazia “si parla pur sempre di concerto delle nazioni”, disse.

Pianista, nel 2007 Benedetto XVI gli chiese di suonare per lui a Castel Gandolfo: “Non ebbi neppure il tempo di provare il pianoforte Steinway, che era appena stato regalato al Papa. Ero emozionato, ma tutto è andato per il meglio”. Tra i compositori prediletti, c’è Villa-Lobos, “scoperto durante gli anni da nunzio in Brasile”.

Richiamato a Roma nel 2012, fu nominato segretario della Congregazione per i vescovi e segretario del collegio cardinalizio. Ed è in questa veste che nel 2013 sarebbe rimasto sorpreso dal gesto che il neoeletto Pontefice, appena rientrato in Sistina dopo la vestizione nell’attigua stanza delle lacrime. Avvicinatosi per omaggiare Francesco, Baldisseri vedrà imporsi sul capo lo zucchetto rosso cardinalizio appartenuto a Bergoglio. Il Papa preso quasi alla fine del mondo recuperava un’antica tradizione ormai caduta in desuetudine: fu Papa Roncalli l’ultimo a porre la porpora in testa al segretario del Conclave, all’epoca Alberto di Jorio. Gesto che preconizza il cardinalato, come infatti poi è accaduto.

Alla prima occasione utile, un mese fa, Baldisseri - nel frattempo già promosso alla segreteria generale del Sinodo - veniva creato cardinale. Secondo in lista, subito dopo il segretario di stato, Pietro Parolin, e prima del prefetto custode della fede, Gerhard Ludwig Müller.

© - FOGLIO QUOTIDIANO

Ferrara ha ragione: un papa non deve piacere troppo

di Marco Renna (20/03/2014)

La croce di Cristo è scandalo, la parola di Gesù una spada tagliente e l’indice di gradimento non si addice alla Chiesa. E questo basta a spiegare l’intelligenza e il buon senso della parole di Giuliano Ferrara, uno dei più lucidi e illuminati giornalisti italiani.Il direttore de Il Foglio dice chiaramente che “questo papa piace troppo”. Ed è vero, perché è la realtà. Siamo perfettamente in sintonia col giornalista quando asserisce che per un Sommo Pontefice l’eccesso di consensi può essere un limite, perché potrebbe confondere o, peggio, oscurare l’obiettivo più importante.

Il fatto che Papa Bergoglio piaccia a tanti (quasi a tutti) (leggi) è una cosa rilevante sul piano dell’umana simpatia, ma non sposta di una virgola il piano divino della salvezza. Certo aiuta. Perché la testimonianza data agli uomini è un elemento significativo, perché i gesti nobilitano l’animo umano. Perché il buon esempio, il carattere, il modo di essere e di fare, sono garanzia di successo nelle relazioni umane. Ma la fede non si basa sulle relazioni tra gli uomini, o almeno non solo; si basa, invece, sulla relazione tra l’uomo e Dio, di cui il Papa è un tramite. Indispensabile, perché vescovo di Roma, cioè capo della Chiesa di Cristo. La sua di (Dio), di nessun altro.

Ecco perché la religione cristiana e la fede cattolica non si fondano sul gradimento di cui gode un papa. Né il loro valore viene stabilito dalla considerazione di cui godono o meno i preti. Essi, tutti, dal papa all’ultimo parroco di provincia sono mezzi, di certo determinanti per raggiungere il Cielo, ma restano strumenti, puri e semplici mediatori. Il gradimento di un papa non comporta necessariamente un accrescimento della frequentazione religiosa, non si traduce nell’assicurazione della salvezza da parte delle anime dei credenti; magari bastasse, magari servisse a questo, magari fosse così semplice.
Se il consenso di cui gode un papa serve solo a riempire Piazza san Pietro a Roma e non le chiese di tutto il mondo, è solo un’inutile controsenso. Come è inutile fare pellegrinaggi in qualche santuario sparso nel mondo quando invece sarebbe meglio andare semplicemente a Messa la domenica. La parola di Dio va certamente spiegata e condivisa con rinnovato spirito di partecipazione emotiva, ma non dipende tanto dal tono con cui la si proclama ma dal fatto che la si proclami e che magari la si metta in pratica. Un fatto che va al di là della simpatia o della capacità comunicativa di un prete.

Non è il papa, insomma, che da valore ai sacramenti, e che rimette i peccati, non è il papa la formula magica per la salvezza del’umanità. È piuttosto la Chiesa, intesa come l’Assemblea dei credenti in Cristo che operano in comunione con i vescovi, successori degli Apostoli, e il vescovo stesso di Roma, capo del collegio apostolico. È la romanità l’elemento speciale che conferisce forza, senso e significato al ministero papale. Il papa in quanto vescovo di Roma, assume su di sé il portato storico, culturale, sociale, dottrinale di cui la Chiesa cattolica romana si fa interprete esclusiva. Di Dio si hanno poche prove, la Chiesa e la sua organizzazione terrena rappresentano, invece, la via di intermediazione senza la quale non ci sarebbe possibilità né di dialogo, né di incontro, né di conoscenza con il Padreterno.

Questa lettura di fede non deriva dall’opera di questo o quel sacerdote in quanto tali, ma dalla Tradizione che rende reali ed efficaci le azioni dei preti. Così il papa, chiunque esso sia, simpatico o meno, brutto o bello, alto o magro, introverso o estroverso, custodisce sempre la verità della Fede. Il vescovo di Roma (per la sua funzione di vescovo di Roma, come ha ricordato lo steso Papa Bergoglio nel giorno della sua elezione al soglio petrino) è la garanzia della credibilità del messaggio di Dio, come è sempre stato in venti secoli di storia cristiana.

© LECCENEWS24

C’è chi vuole “aggiornare” la dottrina sulla famiglia

anticattocomunismo:

In vista del Sinodo per la Famiglia, il suo segretario generale, il cardinale Lorenzo Baldisseri, ritiene che la dottrina vada rivista. Considera superata l’esortazione apostolica “Familiaris Consortio” alla luce dei “tempi mutati”. Nemmeno il cardinale Kasper si era spinto così avanti. E le reazioni non si fanno attendere.

di Matteo Matzuzzi (24-03-2014)

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L’obiettivo dei prossimi due Sinodi sulla famiglia (ottobre 2014 e 2015) lo ha spiegato direttamente colui che del Sinodo è (dallo scorso settembre) segretario generale, il neocardinale Lorenzo Baldisseri. L’occasione era data dal Convegno internazionale su “Giovanni Paolo: il Papa della famiglia” organizzato dal Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia in collaborazione con i Cavalieri di Colombo, che si è tenuto a Roma il 20 e 21 marzo. Intervenuto nell’ultima sessione riservata ai delegati delle conferenze episcopali europee, il cardinale Baldisseri ha poi rilasciato una breve intervista alla Radio Vaticana. Premesso che «l’iniziativa di trattare il tema della famiglia, quindi anche del matrimonio, è stato un momento importantissimo per la chiesa, stabilito da Papa Giovanni Paolo II», è venuto il tempo di andare oltre, dice sostanzialmente il porporato. In che modo? «Oggi naturalmente sono passati molti anni da quella famosa enciclica, la Familiaris Consortio (che in realtà è un’esortazione apostolica, ndr), e Papa Francesco ritiene che sia opportuno riprendere questo grande tema alla luce del Vangelo e in più, con i tempi mutati, dare uno sguardo che possa essere di attualizzazione della Dottrina della Chiesa». E questo perché – ha aggiunto il segretario generale del Sinodo dei vescovi – «molti temi, molti problemi, molte situazioni sono mutate da quel tempo, per cui la chiesa deve essere capace di rispondere alle sfide».

La posizione, dunque, è chiara: attualizzare la dottrina e aggiornare la Familiaris Consortio perché non rispondente più a quelle problematiche “inedite” che si sono affermate nell’ultimo trentennio. Su tutte, la questione del genere e delle unioni tra persone dello stesso sesso. Una prospettiva, quella illustrata dal cardinale Baldisseri, che si pone sulla scia di quanto scritto e dichiarato nelle recenti e numerose interviste dal cardinale Walter Kasper, il teologo cui Francesco aveva chiesto di tenere la relazione concistoriale sulla famiglia, e che già a gennaio era stata fatta propria in un’intervista a un quotidiano tedesco dal cardinale honduregno Oscar Rodríguez Maradiaga, ascoltatissimo coordinatore del gruppo di otto porporati che studia la riforma della curia.

Ma il segretario generale del Sinodo va oltre, perché se Kasper ha ribadito che in discussione non c’è la dottrina, quanto piuttosto la prassi da adottare caso per caso a seconda delle circostanze concrete e particolari con cui ci si trova a dover fare i conti, Baldisseri parla di necessità di attualizzare la dottrina. Una prospettiva, questa, che era già stata respinta con forza dal cardinale Carlo Caffarra: «L’immagine quindi di una Familiaris Consortio che appartiene al passato, che non ha più nulla da dire al presente, è caricaturale. Oppure è una considerazione fatta da persone che non l’hanno letta», aveva detto una settimana fa al Foglio. Il problema, per Caffarra, non sta tanto nel parlare di adeguamento o accomodamento dell’insegnamento cristiano al tempo d’oggi, quanto nel ribadire che c’è una verità che deve fungere da bussola. Concetto che l’arcivescovo di Bologna ha ripetuto anche nell’intervento pronunciato al convegno su Giovanni Paolo II chiuso proprio da Baldisseri: «La nostra ragione è talmente indebolita che sentendo parlare di verità, pensa subito ad opinioni circa il matrimonio, ad una qualche teoria della famiglia. Opinioni alla quali si contrappongono altre opinioni; teorie contestate con altre teorie. E così è accaduto nel mondo di oggi. Il risultato non poteva che essere la convinzione che non esiste alcuna verità circa il matrimonio», ha detto il cardinale Caffarra.

Sul tema è intervenuto nuovamente anche il prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, il cardinale Gerhard Ludwig Müller. Presente a Capua per presentare il sesto volume dell’opera omnia di Joseph Ratzinger - Benedetto XVI e per ritirare il premio assegnatogli dall’associazione “Tu es Petrus”, il porporato tedesco ha espresso ben più di una riserva quando sente «cardinali che vanno in giro parlando di tante cose». Il tema in oggetto era quello della concessione della comunione ai divorziati risposati e pur senza mai nominare Walter Kasper, Müller ha ricordato che seguire la prassi ortodossa e quindi autorizzare il riaccostamento sacramentale a chi ha dato vita a una seconda unione «significherebbe tradire la volontà e la parola del Signore» e proprio per questo «non possono essere riconosciute». Una chiusura netta, quella del prefetto già vescovo di Ratisbona, che si colloca sulla scia di quanto da egli stesso già dichiarato in altre circostanze, a partire dal lungo articolo pubblicato il 22 ottobre scorso sull’Osservatore Romano. In ballo c’è quel falso concetto di misericordia “slegato dalla verità” contro cui s’è scagliato anche il cardinale conservatore Raymond Leo Burke, intervenendo qualche giorno fa alla Catholic University of America di Washington. Sulla stessa linea, benché con maggiore prudenza, sembra essersi inserito anche il cardinale Sean O’Malley, arcivescovo di Boston che pure può vantare un solido e stretto rapporto di collaborazione con Francesco. Certo, ha detto O’Malley, «si cercherà di aiutare chi ha sperimentato il fallimento del matrimonio», ma «la Chiesa non muterà il suo insegnamento sull’indissolubilità del matrimonio». Già lo scorso febbraio, intervistato da John Allen per il Boston Globe, l’arcivescovo della capitale del Massachusetts si era mostrato refrattario a cambiamenti in materia: «Non vedo alcuna giustificazione teologica per mutare l’atteggiamento della Chiesa sulla riammissione dei divorziati risposati ai sacramenti».

© LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA

Che bella la Chiesa anti-mafia

anticattocomunismo:

Accantonato il problema della salvezza dell’anima e della vita eterna, si direbbe che la maggior preoccupazione della Chiesa cattolica sia un’azione sociale che, lodevolissima, è però un po’ pochino per chi vorrebbe sentir ancora parlare di vita eterna, di dottrina e di fede. E poi ci sono tanti equivoci dietro l’angolo…

di Paolo Deotto (22/03/2014)

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Bellissimo. Un bellissimo appello contro la mafia, un invito ai mafiosi a pentirsi e a cambiare vita. Tutto lodevole, tutto indiscutibile… però, c’è un però legittimo. Mi vorrete scusare, sarà per l’età ormai un po’ avanzata, ma continuo a ricordare, con nostalgia, una Chiesa che aveva anzitutto come preoccupazione il depositum Fidei, l’annuncio della Parola di Cristo, l’indicazione per i fedeli sulla via da seguire per salvare l’anima e andare in Paradiso. E poiché la via può essere solo una, perché la Verità, per sua natura, non può essere che una, continuo a ricordare con nostalgia una Chiesa custode della Tradizione. Già, perché “Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto” (Mt, 5, 17-18).

Beh, che c’entra? Forse che allora la Chiesa dovrebbe tacere sul crimine, sulla mafia? Assolutamente no, perbacco! Altri Pontefici hanno già fatto sentire la loro voce contro la criminalità organizzata. Lo stesso Giovanni Paolo II e poi Benedetto XVI, entrambi hanno parlato chiaro in materia.

Però avevano parlato chiaro, chiarissimo, anche su altre materie.

Facciamo un esempio pratico: in preda all’entusiasmo, don Luigi Ciotti ha dichiarato: “sarebbe bello che il 21 marzo diventasse istituzionalmente per tutti gli italiani” ciò che è per i familiari delle vittime, e cioè “il giorno in cui i loro cari, in tante città d’Italia, vengono chiamati per nome, uno a uno, in un appello rivolto alle coscienze di tutti”. E allora, mi chiedo, perché non istituire anche un giorno della memoria per le vittime innocenti, per le più innocenti che ci siano? La data potrebbe essere quella del 22 maggio perché, per chi lo avesse scordato, il 22 maggio del 1978 fu approvata in Italia la famigerata legge 194, che legalizzò l’aborto. Da allora, fino alla fine del 2012 (il ministero della Salute non ha ancora fornito i dati del 2013) sono stati uccisi oltre 5.414.000 bambini. Nel 2012 la produttività del sistema che assicura l’esercizio del “diritto” di aborto è stata di 290 assassinati al giorno. Sfuggono da questo conto gli assassinati con aborto chimico o farmaceutico. Le supreme gerarchie non parlano di questo, forse perché la Dottrina in materia è chiara, e allora non vale la pena parlarne…

C’erano una volta i valori non negoziabili, ma ci è stato detto che non bisogna essere “ossessionati” da queste bazzecole e di recente è stato detto anche che non era comprensibile che si parlasse di valori “non negoziabili”. Glissons.

Proviamo un attimo a fare il punto sul rassicurante panorama morale della nostra Patria e del mondo cosiddetto civile in genere:

- L’aborto è talmente entrato nelle menti e nelle coscienze (laddove ce ne siano ancora), che non se ne parla più, è un dato di fatto consolidato e incontrovertibile

- L’eutanasia è alle porte, tanto più dopo l’appoggio irresponsabile fornito da chi dovrebbe (divertente, vero?) essere “super partes”. Per la cronaca è lo stesso tizio che ha ricevuto un’onorificenza dalla Pontificia Università Lateranense

- La famiglia è allo sfascio, ma la cosa non sembra preoccupare troppo le menti più “aperte”, tant’è che abbiamo un’eminenza, teologo tenuto in gran conto, che non trova di meglio che ragionare sul perché e sul percome i divorziati risposati potrebbero di nuovo accostarsi ai Sacramenti

- L’omosessualismo, che diffonde le più infami e ripugnanti perversioni, che corrompe alla radice la società, avanza a grandi passi e a breve anche nel nostro Paese avremo una legge che tapperà la bocca a chiunque voglia dire la verità. Del resto, nelle scuole circolano già istruttivi testi in cui si spiegano tutte le peggiori schifezze, e le si fanno passare per cose belle e normali. La cosa sembra non preoccupare la Chiesa, visto che solo pochi Vescovi – che Dio li benedica! – hanno fatto sentire la loro voce in materia, difendendo l’ordine naturale voluto dal Creatore

Ora qualcuno scriverà che noi siamo “contro il Papa” e scriverà una fesseria ciclopica, perché proprio perché amiamo il Vicario di Cristo chiediamo a gran voce che la Chiesa faccia sentire la sua voce autorevole e freni la corsa verso l’abisso. La società è avviata alla morte, nel modo più turpe, e non abbiamo mai il conforto di sentire la voce della Chiesa, quell’unica voce che può dare chiare indicazioni al mondo, levarsi alta e forte. Non sentiamo mai ammonire i politici sulle tremende responsabilità che si stanno assumendo, condannando il Paese alla distruzione e loro stessi alla dannazione. Sembra che la schifosa legge Scalfarotto sia discussa su Marte, e invece è discussa a pochi chilometri da Santa Marta. Come può la voce della Chiesa tacere su questo? E come può la voce della Chiesa tacere sullo sterminio inarrestabile dei bambini? Re Erode ormai è dimenticato, era un dilettante al confronto di un qualsiasi medico “democratico” del giorno d’oggi.

La Chiesa tace. Ma si rifà il look con una bella predica antimafia. Rispettabilissima, beninteso. Ma allora sempre più la Chiesa si confonde con tante altre, lodevolissime, organizzazioni puramente umane, che si occupano di lotta al crimine, e con tante altre cosiddette “chiese” che altrettanto tuonano contro il crimine e la mafia. Forse che i protestanti, o i valdesi, o gli ebrei sono favorevoli al crimine? No di certo. E allora ecco che queste commoventi manifestazioni di “impegno civile” diventano anche un ottimo ausilio per il sincretismo, altro cancro che avanza sempre più.

Che bello. Una Chiesa che non dà seccature sul peccato, sulla famiglia di coppie di fatto, di divorziati risposati, e magari a breve anche sulle famiglie omosessuali. Una Chiesa misericordiosa con tutti (beh, i Francescani dell’Immacolata saranno un caso particolare…) , che fa la voce grossa contro la mafia e così di sicuro riceve l’applauso del mondo.

No, così non va. Qualcuno in un domani ormai alle porte dovrà ben spiegarci perché Nostro Signore è disceso in terra si è fatto crocifiggere ed è risorto. Ci sono cose belle e lodevoli che possono fare in tanti. C’è una cosa che può fare solo la Chiesa cattolica, custode della Vera Fede: indirizzarci sulla strada della salvezza, custodendo quella Parola eterna che le è stata affidata. Questo, francamente, viene ben prima della lotta anti-mafia. Ma se non c’è questo, e lo si vede e si sente sempre di meno, che ci interessa della lotta anti-mafia?

© RISCOSSA CRISTIANA

Ariel S. Levi di Gualdo scrive:
22 marzo 2014 alle 20:33

Caro Paolo Deotto.

Per poco possa interessare, perchè giustamente la cosa non può interessare a nessuno, vorrei dirti la differenza che corre tra il presbìtero Luigi Ciotti e il presbìtero sottoscritto, segnati entrambi dallo stesso carattere sacramentale.

Trovandomi in soggiorno presso una splendida città siciliana dove mi reco da anni, fui spettatore come tutti di atti intimidatori portati avanti dai malavitosi del racket delle estorsioni, ossia quelli che taglieggiano i commercianti: auto date alle fiamme, porte di negozi bruciate, taniche vuote di benzina lasciate davanti alle porte di certi imprenditori a titolo di primo avvertimento …
Una domenica, predicando il Vangelo – e ripeto: il Vangelo, non la carta dei diritti civili – chiamai severamente in causa questi “accoliti del Demonio”, i mafiosi, dicendo che a poco valeva che andassero in processione dietro alla “santuzza bedda”, la venerata patrona, con il cero in mano, perchè sarebbero finiti comunque all’Inferno a scontare dannazione eterna per avere rubato la speranza ai giovani e la dignità a una terra intera, ecc … ecc…

Ebbene: la differenza tra Luigi Ciotti e me è questa: terminata quella predica, a notte già scesa io me ne tornai a casa a piedi passando per strade e vicoli, quella sera e tutte le altre sere a seguire per un intero mese. Il tutto a differenza dell’ “eroico” Luigi Ciotti che, quando scende dal palco dei comizi, è protetto dovunque dagli agenti di scorta che provvedono alla tutela della sua sacra persona politica.

Che impari quindi a dire le cose e poi, come me che sono un prete felicemente anonimo e non certo un Vip come lui, si presti altrattanto a fungere da tiro al piccione da parte di chiunque volesse eventualmente tirargli addosso, proprio come ho fatto io, ed anche più volte, a mio felice rischio e pericolo.

Luigi Ciotti è una autentica vergogna di prete: politicizzato sino al midollo e pur malgrado tollerato non solo da intere conferenze episcopali, a quanto pare oggi anche perecchio più in su …

Come preti, noi siamo a servizio del Vangelo e della Dottrina sociale della Chiesa; non possiamo essere dei politici mancati trasformati in politici di fatto che abusano del Vangelo e della Dottrina sociale della Chiesa per parlare di quei diritti civili e sociali indubbiamente preziosi e sacrosanti, ma che competono ad altri; competono ai secolari e soprattutto ai politici eletti dai cittadini come espressione della libera volontà popolare basata sul diritto di voto.

Questo prete confonde la Carta Costituzionale col Vangelo e le poche volte che rammenta Cristo e il Vangelo, lo fa solo per avallare i principi della Carta Costituzionale.

Lasci pertanto il sacerdozio e si faccia eleggere al Parlamento della Repubblica, che male c’è? Lo ha fatto persino un vescovo: Fernando Lugo, eletto nel 2008 presidente della Repubblica del Paraguay.

Eterno riposo per la vittima dell’amore liquido L’Wren Scott anzi Laura Bambrough. Vittima dell’instabilità sentimentale, qualunque ipotesi relativa al suo suicidio (debiti o abbandono) venga confermata. Cos’erano quei pochi ed eventuali milioni di perdita societaria rispetto al gigantesco patrimonio del cantante degli Stones? Se fosse stata una moglie, possibilmente una moglie vera (moglie vera è la donna unita in matrimonio vero e matrimonio vero, checché ne dicano cardinali poco cristiani e molto mondani, è il matrimonio indissolubile), oggi la stilista sarebbe ancora viva. Cos’erano Laura e Mick? Amanti? Si vedevano forse di nascosto? Fidanzati? Qual è il senso di un fidanzamento a settanta e cinquant’anni? Compagni? Ma perfino la convivenza è dubbia. Ennesima vittima, Laura, dell’amore ridotto a desiderio, della notte confusa con il giorno, dell’emozione lasciata allo stato brado. Eterno riposo, quindi, presso chi ha mandato il figlio sulla terra proprio per dire agli uomini che le donne non si lasciano (vale anche viceversa, chiaro). — Camillo Langone (20/03/2014)

Concistoro Segreto: cosa accadde

anticattocomunismo:

Nel Concistoro Segreto in cui si è discusso di divorziati risposati e di eucarestia il “teorema Kasper” ha avuto pochissimi consensi, e molte critiche. Ecco una ricostruzione di alcuni degli interventi più significativi e importanti. “Sarebbe un errore fatale”, ha detto qualcuno, voler percorrere la strada della pastoralità senza fare riferimento alla dottrina.

MARCO TOSATTI (24/03/2014)

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Doveva essere segreto, il Concistoro del 22 febbraio, per discutere della famiglia. E invece dall’alto si è deciso che fosse opportuno rendere pubblica la lunga relazione del card. Walter Kasper in tema di eucarestia ai divorziati-risposati. Probabilmente per aprire la pista in attesa del Sinodo di ottobre sulla famiglia. Ma una metà del Concistoro è rimasta segreta: e ha riguardato gli interventi dei cardinali. E forse non a caso, perché dopo che il card. Kasper ha illustrato la sua lunga - e a quanto pare non lievissima, quando pronunciata - relazione parecchie voci si sono levate per criticarla. Tanto che nel pomeriggio, quando il Papa gli ha dato il compito di rispondere, a molti il tono del porporato tedesco è parso piccato, se non stizzito.

L’opinione corrente è che il “teorema Kasper” tenda a far sì che possano comunicarsi in generale i divorziati-risposati, senza che il precedente matrimonio venga riconosciuto nullo. Attualmente questo non avviene; in base alle parole di Gesù, molto severe ed esplicite sul divorzio. Chi ha una vita matrimoniale completa senza che il primo legame sia considerato non valido dalla Chiesa si trova, secondo la dottrina attuale, in una situazione permanente di peccato.

In questo senso hanno parlato chiaro il cardinale di Bologna, Caffarra, così come il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il tedesco Mueller. Altrettanto esplicito il card. Walter Brandmuller («Né la natura umana né i Comandamenti né il Vangelo hanno una data di scadenza…Serve il coraggio di enunciare la verità, anche contro il costume corrente. Un coraggio che chiunque parli in nome della Chiesa deve possedere, se non vuole venir meno alla sua vocazione…Il desiderio di ottenere approvazione e plauso è una tentazione sempre presente nella diffusione dell’insegnamento religioso…». E in seguito ha reso pubbliche le sue parole). Anche il presidente dei vescovi italiani Bagnasco si è espresso in maniera critica verso il “teorema Kasper”; così come il cardinale africano Robert Sarah, responsabile di “Cor Unum” che ha ricordato, in chiusura dei suo intervento come nel corso dei secoli anche su questioni drammatiche ci siano state divergenze e controversie all’interno della Chiesa, ma che il ruolo del Papato è sempre stato quello di difendere dottrina.

Il cardinale Re, uno dei grandi elettori di Bergoglio, ha fatto un intervento brevissimo, che si può riassumere così: prendo la parola un attimo, perché qui ci sono i futuri nuovi cardinali, e magari qualcuno di loro non ha il coraggio di dirlo, allora lo dico io: sono del tutto contrario alla relazione. Anche il Prefetto della Penitenzieria, il card. Piacenza si è detto contrario e ha più o meno detto: siamo qui adesso e saremo qui a ottobre per un Sinodo sulla Famiglia, e allora volendo fare un Sinodo in positivo non vedo perché dobbiamo toccare solo il tema della comunione ai divorziati. E ha aggiunto: «Volendo fare un discorso pastorale mi sembra che dovremmo prendere atto di un pansessualismo diffusissimo e di un’aggressione dell’ideologia del gender che tende a scardinare la famiglia come l’abbiamo sempre conosciuta. Sarebbe provvidenziale se noi fossimo lumen gentium per spiegare in quale situazione ci troviamo e cosa può distruggere la famiglia». Ha concluso esortando a riprendere in mano le catechesi di Giovanni Paolo II sulla corporeità perché contengono molti elementi positivi sul sesso, sull’essere uomo, l’essere donna e la procreazione e l’amore.

Il cardinale Tauran, del Dialogo Inter-Religioso, ha ripreso il tema dell’aggressione alla famiglia, anche alla luce dei rapporti con l’islam. E anche il cardinale di Milano, Scola, ha elevato perplessità teologiche e dottrinali.

Molto critico anche il card. Camillo Ruini. Che ha aggiunto: «Non so se ho preso bene nota, ma fino a questo momento circa l’85 per cento dei cardinali che si sono espressi paiono contrari all’impostazione della relazione. Aggiungendo che fra quelli che non hanno detto niente e non si possono classificare coglieva dei silenzi “che credo che siano imbarazzati”».

Il cardinale Ruini ha poi citato il Papa Buono. Dicendo, in buona sostanza: quando Giovanni XXIII fece il discorso di apertura del Concilio Vaticano II disse che si poteva fare un concilio pastorale perché fortunatamente la dottrina era pacificamente accettata da tutti e non c’erano controversie; quindi si poteva dare un taglio pastorale senza timore di essere fraintesi, poiché la dottrina rimane molto chiara. Se avesse avuto ragione in quel momento Giovanni XXIII, ha chiosato il porporato, lo sa solo Dio, ma apparentemente in buona parte forse era vero. Oggi questo non si potrebbe più dire nel modo più assoluto, perché la dottrina non solo non è condivisa ma è combattuta. «Sarebbe un errore fatale» voler percorrere la strada della pastoralità senza fare riferimento alla dottrina.

Comprensibile dunque che il card. Kasper sembrasse un po’ piccato, nel pomeriggio, quando papa Bergoglio gli ha permesso di rispondere, senza però permettere che si desse vita a un vero contraddittorio: solo Kasper ha parlato.

Da aggiungere che alle critiche elevate in Concistoro al “teorema Kasper” se ne stanno sommando, in forma privata verso il Papa, o pubblica, altre, da parte di cardinali di ogni parte del mondo. Cardinali tedeschi, che conoscono bene Kasper, dicono che è dagli anni ’70 che questo tema lo appassiona. Il problema rilevato da parecchie voci critiche è che su questo punto il Vangelo è molto esplicito. E non tenerne conto – questo il timore – renderebbe molto instabile, e modificabile a piacere, qualunque altro punto di dottrina basato sui Vangeli.

© LA STAMPA

"Questo Papa non mi piace e dirlo è un preciso dovere"

anticattocomunismo:

Il giornalista e scrittore Alessandro Gnocchi: «Lo dispone il codice di diritto canonico. Francesco ha “assolto” al telefono il mio amico morto 24 ore dopo l’uscita del libro: “Le critiche fanno bene”».

di Stefano Lorenzetto (23/03/2014)

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Vittorio Feltri, pur dichiarandosi ateo, dice che non bisogna mai parlare male del Papa e cita a mo’ d’esempio il caso di Umberto Bossi, che nel 2004 attaccò Giovanni Paolo II e pochi giorni dopo fu colpito da ictus cerebrale. «Essendo cattolico, le superstizioni non mi sfiorano», sorride mesto Alessandro Gnocchi, che firma con Giuliano Ferrara e Mario Palmaro il saggio Questo Papa piace troppo, «un vademecum al vetriolo» - così lo presenta l’editrice Piemme - contro Jorge Mario Bergoglio: «I gesti e le parole di Papa Francesco sono un campionario di relativismo morale e religioso; le sue esibizioni di ostentata povertà stucchevoli e ben poco francescane; la sua proclamazione dell’autonomia della coscienza in palese contrasto con il catechismo e il magistero dei papi precedenti».

Anche a Gnocchi, per la verità, è accaduto qualcosa di terribile. Mercoledì 12 marzo, appena 24 ore dopo che il volume era arrivato nelle librerie, ha dovuto accompagnare al camposanto Palmaro, 45 anni, l’amico di una vita, del quale nel 1998 era stato testimone di nozze insieme con Eugenio Corti, autore del celebre romanzo Il cavallo rosso. «Martedì 4, ormai consumato dal cancro al fegato, ha voluto inviarmi alcune integrazioni per il nostro articolo sulla relazione con cui il cardinale Walter Kasper aveva aperto il concistoro sulla famiglia, uscito l’indomani sul Foglio: conservo le note battute al computer con caratteri rossi come se fossero una reliquia. Giovedì 6 ha fatto in tempo a vedere la copia staffetta di Questo Papa piace troppo: era felice. Domenica 9 ha reso l’anima a Dio».

Ma è il modo in cui quest’anima è tornata a Dio che forse dovrebbe impressionare, più del libro, l’augusta persona oggetto degli strali di Gnocchi e Palmaro. «Sono arrivato a casa di Mario alle 19.30. Al capezzale c’erano la moglie Annamaria con i figli Giacomo, 14 anni, Giuseppe, 12, Giovanna, 8, Benedetto, 7, la matrigna, perché la madre morì nel 1968 partorendolo, e due vicine. L’agonia è stata dolorosa, tremenda. Alle 22 abbiamo cantato il Salve Regina. Alle 22.10 è spirato».

Papa Francesco sapeva che quel suo censore, laureato in giurisprudenza alla Statale di Milano con una tesi sull’aborto procurato, docente di filosofia teoretica, etica e bioetica al Pontificio ateneo Regina Apostolorum e di filosofia del diritto all’Università Europea di Roma, era gravemente malato, senza speranza, da quasi due anni. E lo scorso 1° novembre, festa di Ognissanti, intorno alle 18 gli telefonò nella sua casa di Monza, senza passare per il centralino del Vaticano. «Sono Papa Francesco», si presentò. «La riconosco dalla voce, Santo Padre», rispose con candore la moglie, «attenda un attimo». Non disponendo di un cordless, la signora andò a chiamare il marito, che giaceva nel letto. «So che sta male, professore, e prego per lei», si sentì confortare Palmaro, dopo aver raggiunto con fatica la cornetta. «Mario fu molto rincuorato dalla chiamata», racconta Gnocchi. «Al momento del congedo, disse a Francesco: “”Santità, forse lei saprà che le ho dedicato alcuni rilievi assai severi. Voglio però confermarle che la mia fedeltà al successore di Pietro resta intatta””. Il Pontefice gli rispose: ““Penso che abbia scritto per amore verso la Chiesa. E comunque le critiche fanno bene””».

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Adesso guardi, a pagina 35, il capitolo iniziale dell’ultimo libro, con quell’intestazione assai più assertiva del titolo, Questo Papa non ci piace, e quella firma commerciale, «di Gnocchi & Palmaro», e potresti scambiarlo per un copione farsesco alla Garinei & Giovannini o per un pamphlet ingiurioso. Invece la poco premiata ditta Gnocchi & Palmaro, ben nota ai lettori del Giornale, è stata un’autentica fucina di libri - una ventina - sempre molto documentati, rigorosissimi, dettati soltanto da ardore apologetico nella difesa della Chiesa, della tradizione, della dottrina e della morale, in una parola di quello che un tempo si definiva «depositum fidei».

Gnocchi, 54 anni, bergamasco di Villa d’Adda, sposato, tre figli, è giornalista professionista dal 1992. All’anulare sinistro porta, unito alla fede nuziale, un rosario d’oro di forma circolare; un altro rosario da frate trappista, con i grani di legno che sembrano chicchi di caffè, il teschio ai piedi della croce e otto medagliette sacre ciondolanti, lo tiene nella tasca dei pantaloni. Laureato in filosofia alla Cattolica, ha scritto come free-lance per Gente e Oggi prima d’essere assunto a Historia e poi a Tv Sorrisi e Canzoni. Oggi lavora per i periodici Mondadori. È considerato il maggior studioso di Giovannino Guareschi, al quale ha dedicato cinque saggi, oltre a due antologie scritte in collaborazione con Palmaro. «L’amicizia con Mario nacque proprio da una recensione che dedicò nel 1995, sul Cittadino di Monza, al mio primo saggio sull’inventore di don Camillo e Peppone».

Perché è innamorato di Guareschi?
Don Camillo fu l’unico libro che mio padre, un operaio, mi regalò. Avevo 14 anni. Non ho più smesso di leggerlo.

Com’è approdato al giornalismo?
Avrei voluto fare il ricercatore, ma l’università non garantiva il pane. Cominciai a collaborare al Candido, il settimanale fondato da Guareschi. Due colleghi, Maurizio Cabona e Alberto Pasolini Zanelli, mi trovarono un posto nella segreteria di redazione del Giornale diretto da Indro Montanelli. Era il 1987.

In che modo si definirebbe?
Cattolico tradizionalista. Partecipo alla messa tridentina che si celebra la domenica alle 9 nella chiesa di Santa Maria della Neve a Bergamo. Non provengo da una famiglia bigotta. A 8 anni feci le prove per diventare chierichetto, ma resistetti solo due settimane.

Che cosa non la convince di Papa Francesco?
Il consenso generale di cui gode. Il Vangelo insegna: “Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi”. Luca 6, 26. Mi allarma l’assoluta omogeneità con i mass media, ai quali è sensibilissimo. Crede di servirsene, invece lo usano in chiave mondana. Ormai è costretto a dire solo ciò che s’aspettano da lui.

Che altro?
Ha demolito lo spirito della liturgia. Porta una croce pettorale che “deve” sembrare povera. In realtà è d’argento, non di ferro. Ma pare fatta apposta per attirare l’attenzione sulla persona che la indossa, più che su Colui che vi è appeso. Anche quell’incomprensibile decisione di abitare nella Casa Santa Marta, anziché nel Palazzo apostolico… È come se rimproverasse ai predecessori d’essere stati fuori posto.

Dice che là si sarebbe sentito solo.
Ma il Papa è solo! L’uomo più solo che esista al mondo. Dei precedenti pontefici percepivo che erano diversi da me. In Francesco non colgo il senso del sacro.

«La Chiesa è un ospedale da campo dopo una battaglia», ha spiegato, non una fortezza. «È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti».
Come dire che al malato non va imposta nessuna terapia. Invece io penso che la medicina per chi è lontano da Cristo sia molto amara. È l’aspetto forse più inquietante del suo magistero: far credere che vi sia un’alternativa insanabile fra rigore dottrinale e misericordia. Ma il Padreterno è prima di tutto giusto nel distribuire premio e castigo. Se fosse solo buono, non avremmo motivo di migliorarci. Quando poi il Papa in un’intervista a Eugenio Scalfari arriva a dire “io credo in Dio, non in un Dio cattolico, non esiste un Dio cattolico”, è arduo per L’Osservatore Romano o Avvenire dare la colpa a una frase estrapolata dal contesto.

Perché avrà invitato a pranzo proprio Scalfari?
Qualche consigliere gli avrà fatto credere che La Repubblica era il pulpito perfetto per farsi ascoltare dai non credenti. Ma quella su Dio che non sarebbe cattolico è un’affermazione che acquista valore dottrinale anche se raccolta da un giornalista, perché nel mondo secolarizzato di oggi un’intervista conta assai più di un’enciclica, forma le coscienze. Il cattolico medio è ignorante, pensa che il Papa sia infallibile sempre, anche quando non parla ex cathedra. Ecco, Francesco ha trasformato un quotidiano laicista in cattedra, dando ragione a Marshall McLuhan, secondo il quale il mezzo è il messaggio. La stampa s’è erta a cathedra e veicola il verbo pontificio che più le fa comodo.

In meno di sei mesi Francesco ha dato interviste anche alla “Civiltà cattolica”, alla “Stampa”, al “Corriere della Sera”, alla radio argentina Bajo Flores.
Dovrebbe parlare meno. Il silenzio è eloquente. Giovanni Paolo II evangelizzò di più con la sua muta agonia che non con tutti i viaggi apostolici. So di molti atei che si sono convertiti nel vederlo inchiodato alla croce della sofferenza.

Dall’intervista che Leone XIII concesse nel 1892 a Caroline Rémy del Figaro a quella che Paolo VI rilasciò nel 1965 ad Alberto Cavallari del “Corriere”, trascorsero 73 anni. Ora non passa mese senza un’uscita pubblica.
«Quando lavoravo a Historia, un collega propose: “Dovremmo intervistare il Papa”. Il caporedattore Gian Piero Piazza, un non credente, lo zittì: “Il Papa non concede interviste perché è un re”. Aveva colto in pieno la maestà del ruolo».

Ma a un cattolico è consentito criticare il Sommo Pontefice?
È addirittura un obbligo sancito per i laici dal canone 212, paragrafo 3, del codice di diritto canonico: “In modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli”. Non creda che sia stato facile, per Palmaro e per me, dire a nostro padre che cosa pensassimo di lui.

E nemmeno conveniente.
Mi ha turbato il modo in cui padre Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria, ci ha cacciati dopo 10 anni di interventi trasmessi gratis et amore Dei. Non erano neppure passate 24 ore dalla sepoltura di Mario quando l’ho sentito infierire via etere, vantandosi del “bel repulisti” compiuto fra i conduttori: “”Qualcuno ho dovuto farlo scendere dalla cattedra e metterlo su un semplice seggiolino””. Fra tanti denigratori, nessuno, neppure un prete, ha presupposto la nostra buona fede. Siamo stati inondati di mail e telefonate d’insulti, ci hanno cancellato le conferenze già fissate in giro per l’Italia. Non potendo demolire gli argomenti, sono state demolite le persone.

Sa che cosa diceva Nello Vian, amico di Paolo VI e padre di Giovanni Maria Vian, quando il futuro direttore dell’Osservatore Romano da giovane osava avanzare qualche timida critica a un pontefice in carica? «Il Papa è il Papa e tu sei un furfante!».
Si vede che conosceva bene suo figlio. Battuta a parte, capisco l’argomento: il Papa ha sempre ragione. Vorrei tanto che fosse così. Ma bisognerebbe andare a rileggersi la profezia, tanto cara a padre Fanzaga, che la Madonna fece nel 1846 ai ragazzi francesi di La Salette, là dove dice che “Roma perderà la fede”.

Come mai le gerarchie sono sempre pronte a bastonare i difensori della tradizione e a rincorrere gli atei?
Me lo chiedo anch’io. Ho visto Giovanni Zenone, editore di molti dei libri che ho scritto con Palmaro, relegato al ruolo di bidello e poi estromesso dall’insegnamento della religione cattolica nelle scuole. Il vescovo di Verona, Giuseppe Zenti, che dialogava in pubblico con Margherita Hack, ha giustificato la rimozione con presunte “carenze pedagogiche e didattiche”. Eppure Zenone, sposato, 6 figli, laureato, ha più titoli di tutti i suoi colleghi, è assiduo ai sacramenti, e tre mesi dopo il provvedimento ha ricevuto in Vaticano il premio Giuseppe Sciacca dalle mani del cardinale Darío Castrillón Hoyos con questa motivazione: “Docente di straordinaria perizia e qualità pedagogiche, ha dato impulso alla diffusione di una sana cultura teologica e storica, scevra da compromessi ideologici e unicamente orientata a superiori finalità spirituali nel rispetto della verità oggettiva, secondo il perenne insegnamento del magistero della Chiesa”.

Ma lei che cosa si aspettava da un pontefice nato e vissuto in un Paese dove il 70% dei minori vive nell’indigenza e ogni 5 minuti una ragazza madre fra i 13 e i 17 anni partorisce un bimbo concepito per caso?
«Chi diventa Papa, non è più lui: è il vicario di Cristo sulla terra, non l’arcivescovo di Buenos Aires. Anche se si chiama Francesco, dovrebbe tenere ben presente che i diseredati non sono più buoni per il solo fatto d’aver fame. La miseria non rende migliori. È il primo insegnamento che don Camillo impartisce a don Chichì, curato progressista: “La povertà è una disgrazia, non un merito”».

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