Padre Sirico: famiglia, baluardo contro lo statalismo

«La disgregazione del matrimonio è iniziata con la diffusione della contraccezione»; «.Il matrimonio è una radicale, totale, donazione reciproca. Distruggere questo legame tra uomo e donna vuol dire minare tutti gli altri rapporti che ci sono in una società»; «Il concetto di famiglia è strettamente legato a quello di proprietà privata». Parla il presidente dell’Acton Institute.

di Stefano Magni (22/06/2014)

Grand Rapids, Michigan, in mezzo a un auditorium grande quanto un hangar, davanti a una tazza di liquido caldo e scuro, che qui si ostinano a chiamare “caffè”, incontriamo il presidente dell’Acton Institute, padre Robert Sirico, punto di riferimento importante del mondo cattolico statunitense.

In mezzo un via-vai continuo di ragazzi e ragazze volontari, incastrando il tempo libero fra un’iniziativa e l’altra con il cellulare sempre vibrante, Sirico è impegnatissimo. L’Acton Instute, inaugurato 25 anni fa come piccola associazione cattolica promotrice delle idee di libero mercato, oggi è diventato un think tank globale (c’è anche una sede a Roma). In questo ciclo di lezioni dell’università estiva ha raccolto 1048 partecipanti da una ventina di nazioni del mondo. Nessuno ignora che a un migliaio di chilometri a Sud-Est di Grand Rapids (“qui vicino” secondo la scala dimensionale del continente nordamericano) si è svolta con successo la Marcia per il Matrimonio di Washington DC, una grande manifestazione per far pressione ai membri del Congresso in difesa della famiglia naturale.

“Negli ultimi anni il dibattito sulla famiglia negli Usa è diventato veramente feroce – ci spiega Sirico – e sfortunatamente, molti cattolici in politica, come Nancy Pelosi (ex presidente della Camera, ndr) e Joe Biden (vicepresidente degli Usa, ndr) dissentono apertamente dagli insegnamenti della Chiesa. Eppure solo pochi anni fa, questi stessi politici, il presidente Obama e anche Hillary Clinton, affermavano che il matrimonio fosse l’unione di un uomo e di una donna. Il momento è molto delicato e nella comune retorica progressista chiunque si opponga al matrimonio omosessuale viene accusato di ‘bigottismo’. Si tratta di un’accusa fuorviante, se ripetuta tante volte e con forza è capace di seppellire quelli che sono i reali termini di questo dibattito. Ho partecipato alla stesura della Dichiarazione di Manhattan nel 2009, in difesa di vita, matrimonio e famiglia, firmata da 150 leader religiosi statunitensi (e poi sottoscritta da più di mezzo milione di religiosi e laici, negli anni successivi, ndr) e penso che il dibattito sul matrimonio sia già stato perduto molti anni fa, quando prese piede la contraccezione. Quando questa si diffuse la procreazione venne separata dall’amore. Nel momento in cui due persone si sposano, potrebbero avere figli, ma decidono di non metterli al mondo, il passo immediatamente successivo è quello del matrimonio puramente sterile, che è quello fra omosessuali. E da lì il passo ancora successivo e quasi automatico è il ‘matrimonio’ poli-amoroso, cioè il poter essere ‘sposati’ con più di una moglie o più di un marito, indipendentemente dal genere. Di fatto il matrimonio si è trasformato in una semplice licenza di sesso, anche fra consanguinei: è recente la notizia di un giovane che ha avuto un bambino da sua nonna”.

Padre Robert Sirico, Lei è presidente di un think tank che promuove le idee della società aperta e del libero mercato. Eppure è proprio il mercato ad essere sotto accusa, anche da parte di molti religiosi, per il suo effetto disgregante sulla famiglia. Cosa ne pensa?
Il matrimonio è una radicale, totale, donazione reciproca. Distruggere questo legame fra un uomo e una donna vorrebbe dire minare anche tutti gli altri legami esistenti in una società, perché è la famiglia il primo ambiente in cui una persona apprende la fedeltà, la lealtà e il rispetto delle regole. Concetti che poi saranno importanti in ogni amicizia, in ogni impresa economica, nella vita politica, ovunque. Una persona che ha subito un tradimento da parte di mamma o papà, a cui sono state raccontante menzogne, tende poi a non fidarsi più di nessun altro legame. Io credo che non sia un caso che proprio Marx ed Engels, i padri del comunismo, abbiano prima di tutto lottato contro la famiglia, oltre che contro la proprietà privata. Avevano capito che la famiglia fosse intrinsecamente legata alla proprietà privata. Dal loro punto di vista avevano ragione: per difendere l’integrità della famiglia hai bisogno di una proprietà privata, che non può essere violata da estranei, né dallo Stato. Ecco perché penso che coloro che, per difendere la famiglia, attaccano la proprietà privata e il libero mercato, stiano commettendo un errore veramente grave. Cadono in una trappola marxista.

Ma per competere nel libero mercato e aspirare all’accumulazione di beni materiali, non è necessario trascurare la vita familiare?
Io sono convinto che la famiglia sia minacciata maggiormente dall’intervento dello Stato. Tutti capiscono istintivamente che la famiglia è il miglior ammortizzatore sociale mai creato, proprio perché i membri di una famiglia, anche allargata, tendono a venire in soccorso gli uni degli altri, spontaneamente e con maggior passione rispetto a un burocrate. Quando lo Stato interviene, anche in tutta buona fede, per tutelare donne e bambini per esempio, allora si afferma l’idea che la famiglia non sia così necessaria e indispensabile, perché c’è un’altra “mamma” statale pronta ad aiutarti. Spesso si fa l’errore di non guardare alla vera causa della disgregazione familiare. La gente vede che viviamo in una società industrializzata e poi vede la famiglia in disgregazione e quindi, per un automatismo molto comune, attribuisce la causa alla società industrializzata e al libero mercato. Ma non è così ed è lo stesso errore che si commette per un altro fenomeno, quello della globalizzazione: vedi i Paesi poveri e attribuisci la loro miseria al capitalismo. In realtà è il capitalismo che rende insopportabile la vista della povertà, proprio perché la elimina gradualmente e in modo non uniforme. In realtà tutti vivono meglio, ma sopportano meno la disuguaglianza. La stessa cosa avviene per la famiglia. Attenzione, però: non sto affatto affermando che il mercato generi virtù. Il mercato è neutrale, permette alle persone di scambiare liberamente merci, informazioni, servizi. Permette di donarsi liberamente all’altro, ma permette anche di essere tentati dal vizio. Se per impedire la tentazione, aboliamo o limitiamo la libertà, però, non facciamo altro che degradare la dignità umana, che ha bisogno di una libertà, parte integrante della sua natura.

Il mercato libero è anche accusato di promuovere e permettere la diffusione del materialismo…
Il mercato non è un’ideologia, è azione umana. È semmai una competizione di ideologie in un contesto di libertà economica e di espressione. Se mi dice che qualcuno che opera nel mercato è un materialista … beh certo, ma non è il mercato a rendere materialisti. Nelle società comuniste, semmai, molte più persone sono realmente materialiste, perché per ottenere qualunque cosa si doveva fare molto più fatica e chi è alla fame tende a dare molta più importanza ai beni materiali, a partire da quelli di prima necessità. La libertà di mercato presenta opportunità e anche tentazioni. Ma per sostituire un’economia di comando (controllando per mezzo dello Stato il 20, 30, 50 o anche il 100% dell’economia) al libero mercato, si deve presupporre che i funzionari pubblici siano privi del peccato originale. Ma così non è. Anzi, dobbiamo continuamente essere vigili nei loro confronti. In un mercato libero, almeno, la virtù compete con il vizio. In un’economia di comando non può competere. Come ci ricorda il principio di sussidiarietà, lo Stato deve essere limitato, per difendere la libertà della famiglia, della persona, delle loro relazioni. La virtù non è promossa dallo Stato, ma dalla famiglia.

Finora abbiamo parlato di famiglia, mercato e proprietà. La finanza ha una natura differente rispetto all’economia “reale”?
Prima di tutto: non può esistere finanza senza economia reale, perché è su quest’ultima che si basano tutti gli investimenti e tutte le speculazioni. Per escludere la finanza dall’economia reale, per demonizzarla, si deve dimenticare tutta la scuola cattolica di Salamanca (XVII Secolo, ndr). L’idea stessa di finanza nasce da quella tradizione, incluso il concetto di speculazione, che non vuol dire altro che “guardare a”, o prevedere, la realtà per capire dove le risorse possano essere preservate o impiegate meglio. Escludere la finanza vorrebbe dire rendere l’economia “reale” più sprecona, meno produttiva e generalmente più misera. Il problema della finanza, così come quello di tutte le branche dell’economia, è la collusione con lo Stato, per chiedere favori, per ottenere protezione (dalla competizione e dal rischio). Un tipico esempio è stato l’aiuto statale alle banche dopo il crollo di Wall Street nel 2008. Ma non è colpa della finanza in sé, bensì dello Stato. Le banche stesse sono incoraggiate a fare passi falsi e cattivi investimenti eccessivamente rischiosi, se sanno di avere un’assicurazione dello Stato alle loro spalle, pronta a coprire i loro errori.

Attualmente si affaccia anche una nuova sfida, quella di un possibile mercato di esseri umani. Non ancora di cloni, ma di procreazione assistita e di uteri in affitto. Cosa dovrebbe fare lo Stato, in questo caso?
Non è affatto una sfida nuova, prima di tutto. Per migliaia di anni è esistito un mercato di esseri umani: la schiavitù. Il mercato è moralmente neutrale, ripeto. La premessa necessaria per una economia di libero mercato è la libertà della persona. Uno schiavo venduto non è una persona libera. Un mercato di schiavi dei secoli scorsi, un mercato di embrioni ai giorni nostri, un mercato di cloni, che temo diventi probabile nel prossimo futuro, sono tutte negazioni della libertà e della dignità di una persona. Si deve dunque impedire che un essere umano possa essere venduto, schiavizzato o manipolato. L’unico contesto degno della persona è quello dell’amore che produce una vita nuova. E qui torniamo alla famiglia e alla sua difesa. Perché solo chi rifiuta la famiglia può pensare di creare questi nuovi Frankenstein. Un mercato di esseri umani è in profonda contraddizione con la libertà di mercato, proprio perché mina la libertà stessa della persona. E credo che, proprio per questo, sia un esperimento che fortunatamente è destinato a fallire.

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Socci: la Chiesa pauperista rinunci all’8 per mille

anticattocomunismo:

Il segretario della Cei Galantino afferma che la Chiesa non ha bisogno di privilegi. Allora, agisca di conseguenza.

di Antonio Socci (22/06/2014)

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La Chiesa vuole essere “più povera di beni terreni e più ricca di virtù evangeliche, non ha bisogno di protezioni, di garanzie e di sicurezze”. Ce lo ripete in ogni modo e anche ieri lo ha ridetto monsignor Galantino, “inventato” da Bergoglio come nuovo Segretario generale della Cei per commissariare e punire il cardinal Bagnasco (“reo” di non aver appoggiato il prelato argentino in Conclave). Dunque - se le parole hanno un senso - la Chiesa non gradisce più i fondi dell’otto per mille. In un’altra circostanza Galantino aveva tuonato: “Ma cosa volete che se ne faccia oggi il nostro mondo di una Chiesa impegnata a difendere le proprie posizioni (qualche volta dei veri e propri privilegi)”.

Si sa che era il mondo laico di sinistra a definire “privilegi” della Chiesa l’otto per mille, l’esenzione dall’Ici e la scuola libera (che fra l’altro fa risparmiare un sacco di soldi allo Stato). Ora, a nome della Cei, lo fa anche Galantino, che brama di essere applaudito da quell’opinione pubblica “scalfariana”. A questo punto perché dargli il dispiacere di inondare la Chiesa italiana di milioni di euro? Bisognerà accontentarlo, sia pure a malincuore per i problemi che ne verranno a tanti bravi sacerdoti i quali svolgono, eroicamente, una missione bella e grande (e per tante opere di carità che potranno chiudere lasciando allo Stato l’incombenza di dover soccorrere chi ha bisogno). È giusto esaudire l’ardente desiderio di povertà di Galantino e compagni che detestano i “privilegi” e i soldi alla Chiesa. Anche se certi proclami sarebbero più credibili se - oltre alle parole - il Segretario della Cei fosse coerente e proponesse proprio la cancellazione dell’otto per mille. Se non devolveremo l’otto per mille quei fondi se li terrà lo Stato e magari si eviterà qualche tassa (come diceva Ezio Greggio: “L’otto per mille? No, no. Lotto per me stesso ed è già molto dura”). La Cei una volta diventata povera dovrà tagliare. Anche la sua Tv2000 (struttura che ha i suoi costi), il quotidiano “Avvenire” e l’agenzia Sir (427 fra giornalisti, tecnici e amministrativi).

Chi comanda

Però questo Galantino non deve averlo capito, perché, a proposito dei media, nei giorni scorsi ha convocato i diversi direttori informandoli che lui stesso farà «un piano editoriale» per rendere tutti questi media come un sol uomo, sotto la sua guida sapiente. Vuole comandare lui. Su tutti. Del resto Galantino ha appena chiamato alla direzione di Tv2000 quel Paolo Ruffini che è stato direttore delle reti televisive che più hanno fatto soffrire i cattolici. Era lui, per fare un solo esempio, il direttore di Rai 3 che realizzò con Fazio e Saviano «Vieni via con me», programma contro cui - per la sua unilateralità - polemizzarono a lungo “Avvenire” e i cattolici. Con la scelta di Ruffini, Galantino chiama l’applauso del mondo laico e del pensiero dominante. Cosa che va di pari passo con la sua ricerca smaniosa di microfoni e telecamere.

È voluto andare perfino a Ballarò dove la sua loquace vanità faceva venire in mente la battuta di Sacha Guitry: “Ci sono persone che parlano, parlano…finché non trovano qualcosa da dire”. Il suo problema è la ricerca dell’applauso ad ogni costo. Siccome l’applauso del mondo arriva solo quando si dicono cose conformi alla cultura egemone, ecco che si rende necessario il “riportino” ideologico. Galantino lo fa spesso. Anche ieri. Nella smania di attaccare quei cattolici militanti che invece lui dovrebbe difendere e rappresentare, con l’intervista al “Regno”, anticipata da alcuni giornali, ha messo ancora una volta in soffitta la battaglia sui “principi non negoziabili” che pure sono magistero ufficiale della Chiesa. E ha bocciato “certe adunate” del tempo di Wojtyla, Ruini e Ratzinger.

Galantinate

Poi ha rincarato la dose mettendo in guardia dai valori che “diventano ideologia” (senza spiegare che significa). Ha evocato a sproposito l’episodio di Pietro che sguaina la spada in difesa del Maestro e ha aggiunto una considerazione sconcertante: “Devo confessare che mi lasciano perplesso gli atteggiamenti di violenza anche verbale con i quali si difendono i valori”. Violenza? Dalla sintesi che ne ha fatto “Avvenire” non si capisce a cosa si riferisca e a occhio e croce pare l’ennesima “galantinata”. Pur essendo nel contesto della sua polemica contro i principi non negoziabili, sembra inverosimile che possa riferirsi ai cattolici, perché non esistono gruppi cattolici che pratichino la violenza. Anzi, in genere subiscono l’intolleranza altrui e Galantino si guarda bene dal protestare per questo. Del resto non dice nemmeno una parola sui tentativi in corso da sinistra di proibire la libertà di espressione sulle nozze gay con una legge liberticida.

Di recente Galantino ha proclamato che nella Chiesa si deve voltare pagina e si deve parlare “senza tabù di preti sposati, eucaristia ai divorziati e di omosessualità”. Poi ha voluto strafare e se n’è uscito con questa desolante dichiarazione: “In passato ci siamo concentrati esclusivamente sul no all’aborto e all’eutanasia. Non può essere così, in mezzo c’è l’esistenza che si sviluppa. Io non mi identifico con i visi inespressivi di chi recita il rosario fuori dalle cliniche che praticano l’interruzione della gravidanza”. A parte la spensierata liquidazione di anni di magistero della Chiesa, ha profondamente ferito quella sprezzante considerazione sui “visi inespressivi” di coloro che recitano il rosario per le donne e i bambini (Galantino si è mai guardato allo specchio? Si sente un Rodolfo Valentino?). Con quelle parole il Segretario della Cei ha immotivatamente ferito il grande “popolo della vita” suscitato dal magistero di Giovanni Paolo II e dall’esempio di santi come Madre Teresa di Calcutta.

C’è stata un’ondata di indignazione. Non solo perché non si è mai visto un vescovo che sbeffeggia dei cattolici che pregano, non solo perché a quelle preghiere - in Italia iniziate da una personalità come don Oreste Benzi - talora partecipano gli stessi vescovi. Ma anche perché a volte a organizzare questi momenti di preghiera sono donne che hanno vissuto sulla loro pelle il dramma dell’aborto. Qualcuna di loro ha risposto a Galantino con parole commoventi. Ma il vescovo di Cassano Jonico - ormai abbonato alle gaffe - non ha ritenuto di scusarsi. Anzi, la settimana scorsa ha lanciato nella sua diocesi un’altra sua pensata: «Vogliamo chiedere scusa ai non credenti perché tante volte il modo in cui viviamo la nostra esperienza religiosa ignora completamente le sensibilità dei non credenti, per cui facciamo e diciamo cose che molto spesso non li raggiungono, anzi li infastidiscono».

Più bravo di Gesù…

Con ciò Galantino intendeva mostrarsi più bravo di Gesù stesso che non risulta si sia scusato con il mondo per essere venuto a svegliarlo, per essere venuto a «disturbare» i peccatori. Anzi lo ha rivendicato: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra: sono venuto a portare non pace, ma spada!» (Matteo 10,34). In effetti Gesù di disturbo ne deve aver creato parecchio se si sono così infuriati da farlo fuori in modo bestiale. Poi nei secoli altri hanno continuato a uccidere martiri, fino ad oggi. Ma al “combattimento” cristiano Galantino non è interessato, né ai martiri cristiani. Con tutto il gran parlare del nostro mondo clericale, mai una volta che - in queste settimane - si sia sentito citare pubblicamente il caso di Meriam, la giovane madre incinta che è detenuta in catene in Sudan ed è stata condannata a 100 frustate e all’impiccagione perché è cristiana e perché ha sposato un cristiano. Per queste cose Galantino non s’indigna. Però testimonianze immense come quelle di Meriam o di Asia Bibi resteranno nell’eternità. Mentre le sue “galantinate” alle dodici del mattino hanno già incartato l’insalata ai mercati generali. Come diceva Chesterton, “non abbiamo bisogno di una Chiesa che si muova col mondo. Abbiamo bisogno di una Chiesa che muova il mondo”.

© LIBERO QUOTIDIANO

Dogma e liturgia. Il Vaticano II secondo il cardinale Giuseppe Siri

anticattocomunismo:

In un nuovo libro le istruzioni pastorali date dall’arcivescovo di Genova alla sua diocesi sull’applicazione della riforma liturgica del Vaticano II.

di Giuseppe Brianza (15/06/2014)

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Nell’ultima riunione della Congregazione dei vescovi, che papa Francesco ha tenuto in Vaticano il 27 febbraio scorso, il Pontefice ha tracciato le linee della missione episcopale secondo il suo pensiero. Non è stato molto ripreso dai media ma, in tale rilevante circostanza, Bergoglio ha indicato l’esempio di un pastore poco amato dai “progressisti” come il cardinale Giuseppe Siri (1906-1989), noto soprattutto per il suo impegno, durante il Concilio Vaticano II, nel cercare d’innestare i necessari “aggiornamenti” nella solida cornice della tradizione. Per esempio in campo ecclesiologico quando, all’inizio della discussione sullo schema De ecclesia nel dicembre 1962, al fine di contrastare una visione “troppo orizzontale” della Chiesa che andava profilandosi nelle discussioni e nelle prime bozze del documento, l’allora arcivescovo di Genova (lo fu dal 1946 al 1987) pronunciò un vigoroso intervento per chiedere ai padri conciliari di dedicare piuttosto un doveroso approfondimento al rapporto tra chiesa visibile e Corpo mistico di Cristo.

WOJTYLA E BERGOGLIO. Siri fu pubblicamente elogiato, per il suo encomiabile ruolo di pastore, da san Giovanni Paolo II quando si recò in visita pastorale a Genova nel giugno del 1985 e, come anticipato, anche Francesco ne ha richiamato di recente il luminoso insegnamento. Nel suo discorso alla Congregazione dei vescovi, infatti, ricordando la loro chiamata ad essere custodi ed apostoli della Verità, Bergoglio ha richiamato al proposito «[…] che il Cardinale Siri soleva ripetere: “sono le virtù di un Vescovo: prima la pazienza, seconda la pazienza, terza la pazienza, quarta la pazienza e ultima la pazienza con coloro che ci invitano ad avere pazienza”» (L’Osservatore Romano, 28 febbraio 2014).

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LA RIFORMA LITURGICA. Del cardinal Siri, che per lunghi anni è stato presidente della Conferenza Episcopale Italiana ed è considerato uno dei maggiori teologi del XX secolo, esce ora la raccolta Dogma e liturgia, che riunisce scritti e discorsi del porporato raccolti e commentati da monsignor Antonio Livi. Dalla lettura di tutti questi testi emerge una costante e “profetica” preoccupazione di Siri per salvaguardare, nell’applicazione delle riforme del Concilio, quel motivo teologico di fondo per cui il dogma dovrebbe continuare a suscitare ed orientare, anche in tempi di rinnovamento profondo, la vita liturgica e la prassi sacramentale della Chiesa. Nell’inviare i fedeli a rispondere alla rispettiva e specifica missione nel mondo, infatti, quella dottrina custodita e trasmessa infallibilmente che è il dogma, rappresenta l’unico mezzo in grado di far conoscere e guarire le malattie mortali dell’anima. «La fede viva e vissuta – scrive Livi nella presentazione -, che non può esistere senza una sempre più convinta adesione al dogma – porta innanzitutto allo spirito di adorazione, cioè a lodare e a ringraziare Dio che ci ha rivelato la sua natura (la trinità delle Persone nell’unità della sostanza divina) e i suoi disegni di salvezza in Cristo (l’Incarnazione, la Redenzione, la Chiesa). Ma l’adorazione non si esprime solo nell’intimità della preghiera individuale ma anche nella preghiera comunitaria e nei riti pubblici, e questo è appunto la liturgia».

DOGMA E LITURGIA. Le norme liturgiche oggi vigenti, dopo la riforma voluta dal Vaticano II, prevedono infatti l’istruzione catechistica (omelia) dopo le letture scritturistiche della santa Messa, all’inizio del rito del Battesimo e anche del Matrimonio fuori della Messa, come anche un ricordo esplicito della dottrina rivelata all’inizio del rito della Penitenza sacramentale. Ai tempi di Siri, la Conferenza Episcopale Italiana ebbe cura appunto di fissare delle norme precise in merito nel celebre documento che si intitola appunto “Evangelizzazione e sacramenti” e che fissa il piano pastorale per gli anni dal 1973 al 1980. Questi principi teologici riguardanti il rapporto tra dogma e liturgia hanno guidato i Pontefici che nell’ultimo secolo sono intervenuti con l’aggiornamento dottrinale e le necessarie riforme in materia liturgica, a partire da Pio XII, che pubblicò un’enciclica sul rinnovamento liturgico (la Mediator Dei et hominum, del 20 novembre 1947) e inoltre provvide a un’importante ristrutturazione dei riti della Settimana Santa. Tra i vescovi italiani diversi sono stati quelli che, nel “post-Concilio”, hanno tentato con successo d’impostare la loro azione pastorale assicurando nella propria diocesi l’osservanza delle norme liturgiche, sia tradizionali che nuove, facendo sì che l’adeguata conoscenza e a personale interiorizzazione dei misteri rivelati servissero a incrementare lo spirito di adorazione di tutti i fedeli e la loro la fruttuoso partecipazione all’azione liturgica comunitaria nelle parrocchie e negli istituti religiosi.


PASTORALE DEL LAVORO. Ma il card. Siri è stato anche un precursore dell’azione pastorale in Italia nei luoghi di lavoro. Infatti, come è stato recentemente ricordato anche dal suo successore della diocesi di Genova e nella CEI, il cardinal Angelo Bagnasco, nell’omelia pronunciata per la scorsa solennità di San Giuseppe patrono dei lavoratori, l’apostolato svolto nella diocesi dai Cappellani del lavoro è soprattutto «merito della tenacia lungimirante del cardinale Giuseppe Siri, che volle garantire questa forma di servizio pastorale anche in tempi difficili». Per rendere accessibili oggi a un pubblico vasto i documenti dell’illuminata azione pastorale del cardinale Siri la raccolta in questo libro dei suoi più significativi interventi dottrinali e disciplinari che vanno dal 1955 al 1972, è sicuramente opera meritoria ed, anzi, necessaria, per alimentare la santità del popolo di Dio a partire soprattutto dalla vita liturgica e sacramentale.

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Biffi: così i nostri peccati, le nostre meschinità e i nostri “no” bizzosi sono vinti e travolti sul nascere dall’amore del Padre

Un inedito dell’arcivescovo emerito di Bologna sul primato della misericordia di Dio e sulla colpa come «occasione per una vita spirituale più intensa»

17 giugno 2014

Pubblichiamo un estratto proposto dall’Osservatore Romano del nuovo libro del cardinale Giacomo Biffi, La multiforme sapienza di Dio. Esercizi spirituali con Giovanni Paolo II, (Cantagalli, 231 pagine, 14 euro) in vendita dal 17 giugno. Il volume raccoglie i testi inediti degli esercizi spirituali tenuti dal porporato in Vaticano tra il 12 e il 18 febbraio 1989 alla presenza di Giovanni Paolo II.

Dio è sempre il primo; perciò la sua misericordia non consegue al peccato ma lo anticipa. È vero che la pietà divina si effonde sul mondo per rimediare alla colpa, ma è ancora più profondamente vero che la colpa è accolta nel progetto eterno perché il perdono possa manifestarsi. Dio poteva scegliere tra infiniti mondi possibili. Nessuno di essi avrebbe potuto manifestare tutte le perfezioni divine; ciascuno di essi ne avrebbe manifestata qualcuna. Eleggendo un ordine tutto incentrato nel Figlio suo fatto uomo, crocifisso e risorto, redentore e capo di una moltitudine di fratelli, il Padre ha preferito a ogni altro un universo che esprimesse soprattutto la sua gioia di perdonare ed esaltasse nell’uomo l’umiltà dell’amore penitente.

Ci si fa più chiara allora nella sua verità l’affermazione di Gesù che «ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione» (Lc 15, 7). Il peccatore che si pente, esprime in modo diretto il senso specifico e il valore emergente di questo universo di fatto voluto da Dio.

Così arriviamo a capire che le nostre infedeltà, le nostre insipienze, i nostri “no” bizzosi (per i quali siamo e dobbiamo essere umiliati e confusi) possono diventare l’occasione per una vita spirituale più intensa; e che la stessa nostra colpa è vinta e travolta sul nascere dalla più grande forza d’amore del Padre che salva.

È una sofferenza vedersi nella propria meschinità. Ma appunto quando mi riconosco meschino, mi vedo proprio per questo chiamato alla salvezza e avvicinato al mio redentore: il mio peccato non fa in tempo ad esprimersi, che già è superato e dissolto dalla divina volontà di riscatto.

Alla fine c’è come una letizia dolente, che non dimentica le infedeltà e non lascia di piangerle, ma non riesce più a vederle se non già oltrepassate dal più grande impeto della misericordia del Padre.

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Apertura all’aborto del Katholikentag tedesco?

anticattocomunismo:

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di Tommaso Scandroglio (18/06/2014)

Come è noto Donum vitae è il nome dell’Istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede redatta nel 1987 che come sottotitolo riporta la seguente enunciazione di principio: «Il rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione».

In Germania alcuni membri del Zentralkomitee deutscher Katholiken (Comitato centrale dei cattolici tedeschi) fondarono nel 1999 un’associazione omonima il cui fine era quello di impegnarsi «per la tutela della vita umana, vale a dire proteggere la vita dei bambini non nati». L’associazione Donum vitae ha circa duecento centri sparsi su tutto il territorio nazionale e fornisce anche consulenza on line. Mediamente all’anno ha la possibilità di incontrare circa 50mila donne. Ma come spesso accade il troppo zelo sfocia nell’errore. Infatti l’associazione incontra sì le mamme che vogliono abortire per tentare di persuaderle, ma se non ci riesce rilascia un attestato, indispensabile a termine di legge, per accedere alle pratiche abortive.

A motivo di ciò i vescovi tedeschi nel 2006 hanno vietato all’associazione di fregiarsi del titolo di “cattolica”, proibendo altresì ai fedeli di aderirvi. Altre ammonizioni sono seguite negli anni successivi da parte dell’episcopato tedesco. Di recente però pare che ci sia stata una certa apertura verso questa realtà associativa. Infatti l’edizione di quest’anno del Katholikentag di Ratisbona ha visto anche la presenza di uno stand di Donum vitae.

L’associazione era conscia che il suo operato non era in linea con la dottrina cattolica, tanto è vero che nel gennaio del 1998 scese in campo lo stesso Giovanni Paolo II per vietare espressamente ai consultori il rilascio del certificato abortivo. Successivamente il Papa scrisse ancora una lettera specificando che, qualora i consultori avessero comunque firmato il controverso attestato, occorreva inserire questa dicitura: «Questo certificato non può essere utilizzato per l’esecuzione depenalizzata di aborti», rendendo quindi nullo in punta di diritto – e dunque inservibile – il certificato stesso. Ma per tutta risposta i Ministeri della salute di ogni Land precisarono che tale eventuale dicitura era «tamquam non esset», cioè era da considerarsi come se non fosse stata mai apposta perché priva di valore legale. Ergo quei certificati che avessero recato tale nota pontificia erano, nonostante ciò, assolutamente validi per richiedere l’aborto.

Si era quindi tornati nuovamente al punto di partenza tanto che la Congregazione per la Dottrina della Fede si trovò a precisare nel settembre del ‘99: «Se tale certificato dovesse ancora servire per una interruzione di gravidanza, sarebbe allora legittimo il rimprovero che viene sollevato da molti nei confronti della Chiesa, vale a dire che il suo messaggio è teorico e senza conseguenze concrete», ribadendo così il divieto di rilasciare il famigerato certificato perché incompatibile con l’insegnamento della Chiesa.

Nonostante queste parole adamantine, tredici vescovi si appellarono ancora una volta al Papa perché rivedesse le proprie posizioni. In particolare l’associazione Donum vitae fu ripresa nel 2000 dal Nunzio Giovanni Lajolo il quale senza mezzi termini giudicò l’operato della stessa «in aperta contraddizione con le istruzioni emanate dal Santo Padre», configurando il rilascio del certificato un coinvolgimento nella applicazione di una legge «che permette l’uccisione di persone innocenti».

La giustificazione di Donum Vitae, come di altre sigle “cattoliche”, alla base della decisione di voler rilasciare il certificato abortivo è la seguente: se ci togliamo dall’iter abortivo, che tra le altre cose prevede obbligatoriamente la sottoscrizione dell’attestato, non possiamo effettuare quei colloqui dissuasivi che permetterebbero a qualche donna di evitare l’aborto. Meglio che incontrino un operatore non abortista che offra alle donne valide alternative all’aborto che uno abortista. Ma in questo caso l’azione buona volta a dissuadere la donna è necessariamente connessa con una malvagia (rilasciare il certificato) e dunque nel caso che la prima non andasse a buon fine l’operatore sarebbe costretto ex lege a compiere un’azione intrinsecamente malvagia.

Nemmeno la seguente obiezione regge: «Se non rilascio io il certificato lo farà comunque un’altra persona». Infatti nella prospettiva etica l’aspetto importante è che non sia io a compiere il male. Vero è che nulla cambia nel risultato: il danno ci sarà comunque. Ma tutto cambia nella responsabilità morale: sarà un’altra persona che si sarà macchiata di questo crimine.

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Che bella “ripresa”, a settembre!

di Danilo Quinto (18/06/2014)

Gli 80 euro, che sono serviti a Renzi per sbancare le elezioni europee, saranno restituiti con gli interessi dai contribuenti italiani. È questa la previsione che si può fare per la “ripresa” di settembre. Si legge nel recente Documento di economia e finanza (Def): «Nel 2015 e 2016 il raggiungimento del pareggio di bilancio in termini strutturali richiederà misure aggiuntive per colmare il gap residuo, che il governo ipotizza perverranno unicamente dalla spesa».

Significa che occorre trovare 5 miliardi, ai quali bisogna aggiungerne altri 10, necessari per coprire gli sgravi decisi sull’Irpef. A questi 15 miliardi, secondo la stima che ha fatto l’Agenzia Reuters, bisogna aggiungerne altri 10 – derivanti dagli impegni previsti dalla legge di stabilità del precedente Governo – che coprono spese non evitabili, come il finanziamento della cassa integrazione in deroga e gli impegni delle missioni internazionali a cui partecipa l’Italia.

Da dove ricavare i 25 miliardi, cioè la cifra che occorre per correggere i conti, da inserire nella legge di stabilità prevista per metà ottobre? Una prima risposta l’ha già data la Banca d’Italia: «nel 2015 i risparmi di spesa indicati non sarebbero sufficienti, da soli, a conseguire gli obiettivi programmatici». È quindi evidente che le rassicurazioni dispensate dal Presidente del Consiglio e dal Ministro dell’Economia, lasciano il tempo che trovano. A meno che Renzi non punti sul semestre europeo, che gli tocca di presiedere, al fine di convincere i suoi interlocutori che l’annuncio delle riforme – nessuna delle quali è stata finora attuata – possa di per sé sanare i disastrosi conti pubblici italiani.

È difficile pensare, però, che la sua indiscussa capacità di affabulazione possa ottenere analogo effetto in Europa. D’altra parte, i tecnici della Commissione europea, nelle loro Raccomandazioni agli stati membri, hanno già scritto nel documento che è stato inviato qualche giorno fa che la richiesta italiana di «rinvio del pareggio di bilancio non può essere accettata», chiedendo aggiustamenti già nel 2014. Solo un’azione diplomatica messa in campo in maniera frenetica, ha evitato il varo immediato di una manovra correttiva.

L’altra “carta” che Renzi può giocare è quella che gli deriva dal plebiscito ottenuto alle elezioni europee: accelerare il processo della riforma elettorale – sul quale ora converge anche il Movimento di Grillo – e porsi l’obiettivo di nuove elezioni, magari nel prossimo autunno. Le elezioni non eviterebbero, naturalmente, le inevitabili misure draconiane per sistemare i conti pubblici, ma avrebbero l’effetto di consolidare il potere. È un’ipotesi da non scartare, omogenea alla natura illusoria e, nel contempo, ambiziosa, dell’esperienza renziana.

In questa prospettiva, non c’è solo da considerare la questione economica, che rimane inaffrontata e che lede la dignità di milioni di persone, che – nonostante i proclami – restano senza lavoro e in povertà. L’altra “sorpresa” – già annunciata da Renzi durante l’Assemblea nazionale del suo partito – riguarda le unioni civili tra persone omosessuali, sul modello inglese della “civil partnership“, che come ha scritto “L’Unità”, è tutt’ora applicato in Germania e permette di adottare il figlio del partner. «A settembre – ha detto Renzi – i gruppi parlamentari lavoreranno su quello che è un impegno vincolante rispetto al quale non ci possiamo più tirare indietro e che abbiamo preso durante le primarie».

Dopo l’estate, quindi, troveranno la loro realizzazione le due “gambe” dell’azione di Renzi, favorite dalla sterile opposizione dei parlamentari cattolici, presenti anche nella sua maggioranza: la non considerazione dei bisogni materiali delle persone che sono in sofferenza e la distruzione dell’istituto familiare formato tra un uomo e una donna.

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La “nuova teologia” di suor Fernanda Barbiero

anticattocomunismo:

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di Maurizio Grosso (18/06/2014)

Suor Fernanda Barbiero oltre ad essere stata di recente nominata dalla Congregazione dei Religiosi visitatrice delle Suore Francescane dell’Immacolata con poteri di commissaria è anche una maestra dorotea, laureata in teologia, docente presso la Pontificia Università Urbaniana.

A differenza di P. Volpi, commissario dei Frati, suor Fernanda ha un pensiero ben delineato, che vale la pena conoscere. Nell’ultimo editoriale firmato per la rivista dell’USMI “Consacrazione e servizio” (marzo-aprile 2014), Suor Fernanda dedica una sua meditazione al mistero della Risurrezione di Cristo, «nuovo inizio per l’uomo». Le donne che al mattino di Pasqua si recano al sepolcro fanno un’esperienza unica e sconvolgente: Colui che era morto ora è vivo. Con il Vivente bisogna lasciare anche la nostalgia del passato, le cose che con Lui sono morte. Scrive suor Barbiero: «Colui che cercano tra i morti è vivo! Il significato è chiaro: non ripiegatevi sul passato, non vivete di nostalgia; quel Gesù che avete amato è vivo; il rapporto con lui non è chiuso nel passato. Si tratta di credere e appoggiare su questa sicurezza di vita, di amore, di speranza con sincerità e semplicità».

Suor Fernanda però pare dimentichi, anche se così succintamente, che il Crocifisso è risorto non un altro Gesù. Il suo «passato», i segni della sua Passione e Morte dolorose, rimangono scolpiti per sempre nel suo corpo glorificato. Quella qui abbozzata da suor Fernanda è in realtà la via per rifiutare il valore sacrificale della S. Messa a favore di una Messa considerata solo convivio e comunione fraterna, mero servizio all’uomo.

Con la S. Messa c’è poi il rifiuto della vita religiosa come sacrificio e oblazione. Ma questo è un altro discorso e ci porterebbe altrove. Abbiamo invece uno spaccato del pensiero teologico applicato alla vita consacrata di suor Fernanda Barbiero in uno dei suoi articoli più riusciti e anche più interessanti per la profondità con cui unisce, senza necessariamente citarli, filosofi come Kant e Hegel, facendo esplicito riferimento a maestri come B. Secondin, Meister Eckart e il priore (non monaco) di Bose, Enzo Bianchi.

L’articolo dal titolo profetico: La vita religiosa abita ancora la storia? è apparso in due parti sulla stessa rivista dell’USMI, nel settembre e nell’ottobre 2005 (la seconda parte è molto più interessante e di questa ci occuperemo). Bisogna liberarsi delle immagini di Dio. Dio non abita le immagini, ma la quotidianità, cioè la storia, la quale, al dire della teologa, è come un tempio: «…dobbiamo interrogarci e riconciliarci con la storia come qualcosa di realmente importante, come unico tempio dove Dio ha preso volto e casa». Abitare la storia significa liberarsi della filosofia dell’essere, che è essenzialmente metafisica e ci spinge in un oltre indecifrato, oltre il visibile, per concentrarci invece nell’al di qua, trasformando la fede in un’etica. Scrive suor Barbiero: «Noi religiose siamo state formate a un tipo di fede e di spiritualità che ci trattiene nella ragione.È una spiritualità congelata nella filosofia dell’essere, non più attuale per l’urgenza di costruire un’etica. Ed etica vuol dire relazione di vita, non ragione. (…) Noi dovremmo semplificare la religiosità e renderla più vicina ai bisogni reali dei poveri. C’è troppo “invisibile”, troppo arcano. La direzione della vita religiosa pare dimostrare che la santità ha il suo epicentro nell’al di là, nell’invisibile, o in una carità molto più vicina all’elemosina che alla responsabilità e all’impegno per un mondo più giusto. «Cercate il regno di Dio e la sua giustizia», ha detto Gesù. Dove?».

Nella storia appunto. Nell’al di qua. Ma ciò che più sorprende è la base kantiana del suo discorso. La stessa critica di Kant, superficiale e unilaterale, viene mossa da suor Barbiero alla fede e quindi alla vita religiosa: dal momento che la ragione non può più conoscere le cose come tali e l’intelligenza non è più capace di Dio, della verità, Dio può essere al massimo il custode di una moralità, del dovere giustificato per se stesso. Smettere la ragione per ripiegarsi sull’etica. Che significherà: vivere la testimonianza religiosa non come contemplazione di Dio quale fine della vita religiosa, ma come servizio all’uomo, come impegno per un mondo più giusto. Questa è la vera “teologia di liberazione” di suor Fernanda, non una mera e ormai superata teologia della liberazione, ma liberazione dalla stessa teo-logia a favore di un rinnovato impegno sociale. Devi perché devi servire l’uomo. È necessaria la relazione esistenziale non l’essere. Per suor Barbiero è ora di «amare al di là dell’erotismo egoista. Questo non si raggiunge nella solitudine, ma nella relazione concreta».

La fede, al dire della nostra teologa, non è un concetto (critica pre- e soprattutto conciliare di alcuni influenti teologi del calibro di Congar, Schillebeeckx e Chenu), ma è vita, è testimonianza. Basata perciò su cosa, se non più principiante dai dogmi (concetti definiti) della fede? Sulla prassi ispirata al Vangelo, incarnato secondo modelli molteplici e capaci di sorprendere, purché squisitamente esistenziali. Non passando a fianco del mondo secolarizzato, ma incarnando la vita religiosa nel mondo secolarizzato.

Il guaio è che si è tradito abbondantemente il Concilio. Infatti, continua l’analisi di suor Barbiero: «Diversamente dal Concilio, che voleva un progetto pastorale per un mondo secolarizzato, la vita religiosa ha seguito un indirizzo di spiritualità parallela al mondo secolarizzato. Il richiamo a conoscere i segni dei tempi è stato tradito. La vita religiosa è passata attraverso un processo di spiritualizzazione e di clericalizzazione radicale. Per ritornare alla profezia, penso che la migliore via sia quella della testimonianza della fede. La vita religiosa al suo interno deve esprimere la fede cristiana, quella espressa da Gesù. La fede che non è idea, concetto, ma sale, luce, lievito. È urgente che i religiosi si accorgano che si sta passando dall’epoca dominata dal concetto, dall’idea dell’essere, all’epoca del fatto, del reale. La vita religiosa è sfidata dalla stessa storia a portare alle ultime conseguenze il senso dell’Incarnazione». Ma non si esaurisce qui l’ardire di Suor Fernanda.

Ha un’abilità a mischiare tra loro più pensatori anticristiani e così far emergere la sua idea: non liberarsi della storia, del peccato, ma vivere con lo spirito nella storia, perché solo nella storia vive lo spirito (minuscolo doveroso perché non si capisce a quale spirito si faccia riferimento). Dio ci libera lasciandoci schiavi della materia, avviluppandoci in essa, in unico-tutto con la storia che è la vera vita dello spirito. Di qui nasce la rivoluzione religiosa, cioè la sua definitiva secolarizzazione.

Esagerazioni? La parola a suor Fernanda: «La storia per l’uomo spirituale è l’elemento in cui si muove la vita dello spirito. La vita spirituale – inoltre – noi l’abbiamo messa dentro una storia individuale di salvezza, di redenzione, di purificazione, in cui il risultato dipende in gran parte dalla grazia, dall’aiuto che viene dall’alto. Così i religiosi hanno fatto della vita una occasione e una preparazione per il cielo. C’è da augurarsi un cambio rivoluzionario nelle nostre comunità. La grazia della libertà che Cristo ci ha donato non è la libertà dalla materia, dal sensibile, come ci insegnava una filosofia spiritualista, ma è una libertà dentro le cose, dentro la storia. Lo Spirito non ci libera separandoci dal materiale, come ci insegna il platonismo, ma ci libera assumendo la sua realtà che implica un essere con gli altri e un essere con le cose».

Di più, per suor Fernanda, maestra dorotea e maestra in teologia, la santità è semplicemente questo: essere responsabili verso gli altri e verso il mondo, in un cammino etico di rispetto per l’altro. Manca solo l’accezione ecologica dell’etica, il dovere morale di fare la raccolta differenziata, poi c’è veramente tutto: «Bisogna superare il dualismo nell’etica, nella relazione. Il vero ateismo è questa separazione di Dio dall’umano. Non si tratta di rinunciare al trascendente. Occorre raggiungere il trascendente passando per l’umano o più esplicitamente l’etico. Includendo in questa parola la responsabilità verso gli altri e verso il mondo. Non possiamo accettare santi/e che abbiano collezionato tutte le virtù, meno la responsabilità verso gli altri e verso il mondo».

Se il vero ateismo è la separazione di Dio dall’umano (normalmente si pensa che sia la negazione di Dio) allora la vera rivoluzione della vita religiosa consisterà nel rimettere l’umano al centro. In modo davvero lapidario la nostra Suora consegna ai posteri del suo monastero questo programma: «La vita religiosa, invece, dovrebbe restituire all’umano la possibilità di fratellanza come la sua radice più propria, perché l’uomo è per l’uomo», ritrovando così lo «spessore antropologico». Però più ci si pensa e più diventa chiaro perché suor Fernanda con questa sua teologia della vita consacrata è riuscita se non altro a far invecchiare tutte le sue consorelle così da poter sperimentare il vero spessore antropologico del suo convento: l’assistenza alle disabili e alle anziane. Sembra infatti che tra le sue consorelle sia la più giovane e anche quella più sveglia mentalmente. Scherzi a parte.

Quello che qui si insegna è davvero devastante. In quali mani sono finite le Suore Francescane dell’Immacolata! Altro che Pechino e la rivoluzione del femminile, qui è tutto messo in discussione per una completa secolarizzazione (meglio mondanizzazione) della vita consacrata, cominciando dal rifiuto della metafisica e dallo storicismo hegeliano, riproposto come recupero di un’etica sociale.

Ma le autorità vaticane che l’hanno designata come correttrice -visitatrice delle Suore FI si avvedono di questo? Sanno qual è il fondamento teologico del suo pensiero? Oppure pensano solo di mandarla in avanscoperta, nascondendo dietro di lei i veri piloti di quest’azione commissariatrice palesemente ideologica? È terribile il solo pensare che una suora che così pensa (e necessariamente così vive) debba rieducare le Suore dell’Immacolata, che credevano invece di vivere la vita religiosa come consegnata loro dall’ininterrotta tradizione della Chiesa.

Due mondi contrapposti, due idee che confliggono tra loro: la svolta antropologica della vita religiosa di suor Fernanda e la conversio ad Deum come illimitato atto di amore e di oblazione delle Suore dal velo azzurro. Tutto ciò che sa di tradizione della vita consacrata, di spiritualità, deve essere relativizzato e trasformato nel suo contrario: il mondo e le cose del mondo. Il problema qui non è la Messa Vetus Ordo, il latino o la preghiera notturna. È la vita religiosa come tale.

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Papa Francesco difende Pio XII

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«Su questo tema ciò che mi preoccupa è la figura di Pio XII, il Papa che ha guidato la Chiesa durante la Seconda Guerra Mondiale. Sul povero Pio XII è stato tirato fuori di tutto. Ma dobbiamo ricordare che prima lo si vedeva come il grande difensore degli ebrei. Ne ha nascosti molti nei conventi di Roma e di altre città italiane, e anche nella residenza estiva di Castel Gandolfo. Là nella casa del Papa, nella sua camera da letto sono nati 42 bambini, figli di ebrei e di altri perseguitati rifugiatisi lì. Non voglio dire che Pio XII non abbia commesso errori - anch’io ne commetto tanti - però il suo ruolo deve essere letto nel contesto di quel tempo. Era meglio, ad esempio, che non parlasse perché non venissero uccisi più ebrei, oppure che lo facesse? Voglio anche dire che a volte mi prende un po’ di orticaria esistenziale quando vedo che tutti se la prendono contro la Chiesa e Pio XII, e si dimenticano le grandi potenze. Lo sa lei che conoscevano perfettamente la rete ferroviaria dei nazisti per trasportare gli ebrei ai campi di concentramento? Avevano le foto. Però non hanno bombardato queste linee ferroviarie. Perché? Sarebbe bene parlare un po’ di tutto» (Papa Francesco, "La Vanguardia", 12/06/2014)

«En este tema lo que me preocupa es la figura de Pío XII, el papa que lideró la Iglesia durante la Segunda Guerra Mundial. Al pobre Pío XII le han tirado encima de todo. Pero hay que recordar que antes se lo veía como el gran defensor de los judíos. Escondió a muchos en los conventos de Roma y de otras ciudades italianas, y también en la residencia estival de Castel Gandolfo. Allí, en la habitación del Papa, en su propia cama, nacieron 42 nenes, hijos de los judíos y otros perseguidos allí refugiados. No quiero decir que Pío XII no haya cometido errores –yo mismo cometo muchos–, pero su papel hay que leerlo según el contexto de la época. ¿Era mejor, por ejemplo, que no hablara para que no mataran más judíos, o que lo hiciera? También quiero decir que a veces me da un poco de urticaria existencial cuando veo que todos se la toman contra la Iglesia y Pío XII, y se olvidan de las grandes potencias. ¿Sabe usted que conocían perfectamente la red ferroviaria de los nazis para llevar a los judíos a los campos de concentración? Tenían las fotos. Pero no bombardearon esas vías de tren. ¿Por qué? Sería bueno que habláramos de todo un poquito» (Papa Francisco, "La Vanguardia", 12/06/2014).

«In this theme, what concerns me is the figure of Pius XII, the pope who led the Church during the Second World War. Everything has been thrown upon poor Pius XII! But it has to be recalled that, before, he was seen as the great defender of the Jews. He hid many in the convents of Rome and of other Italian cities, and also in the summer residence of Castel Gandolfo. There, in the Pope’s room, on his very bed, 42 babies were born, Jewish children and of other persecuted people who were sheltered there. I do not mean to say that Pius XII did not make mistakes - I myself make many - but his role must be viewed according to the context of the time. Was it better, for example, that he did not speak so that more Jews would not be killed, or that he did? I also want to say that at times I feel a kind of existential rash when I see that all gather together against the Church and Pius XII, and they forget the great powers. Did you know that they knew perfectly well the rail network used by the Nazis to take the Jews to the concentration camps? They had the photographs. But they did not bomb these rail lines. Why? It would be good if we spoke a little bit about everything» (Pope Francis, “La Vanguardia”, 12/06/2014)

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Papa Pio XII, tutti santi tranne lui?

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La causa di beatificazione avviata insieme a quella di Giovanni XXIII. Ma è frenata dalla disinformazione di comunisti e massoni.

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di Andrea Acali (9 giugno 2014)

Le recenti canonizzazioni di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, insieme alla prossima beatificazione di Paolo VI, annunciata per il 19 ottobre, riportano in primo piano la differenza di «trattamento» riservata a un altro grande Pontefice del secolo scorso: Pio XII.

Eugenio Pacelli è stato senza dubbio un personaggio complesso ma anche un Papa molto amato dai romani. È indelebile l’immagine del Papa in preghiera a San Lorenzo dopo il bombardamento degli Alleati, quando nessun’altra autorità civile ritenne opportuno recare conforto alla popolazione così duramente colpita. La decisione di rimanere a Roma, di fatto prigioniero in Vaticano degli occupanti nazisti, a rischio di essere deportato, in costante pericolo di vita, è un fatto che nessuno ha dimenticato e che gli è valso il titolo di «Defensor Civitatis». La testimonianza di questo amore dei romani si ebbe all’indomani dell’ingresso degli americani a Roma, nel giugno 1944, quando si riversarono in massa a San Pietro. Pio XII fu un autentico operatore di pace.

Eppure, la sua causa di beatificazione, dopo il decreto con cui ne sono state riconosciute le virtù eroiche, è al palo. Perché?
Vale la pena ripercorrere brevemente le tappe della causa. Che fu annunciata il 18 novembre 1965 da Paolo VI, a conclusione del Concilio, insieme a quella di Giovanni XXIII. «Ci fu un applauso fragoroso, grande entusiasmo» ricorda padre Gumpel, il gesuita tedesco che ha lavorato per anni insieme al postulatore padre Paolo Molinari, scomparso ultranovantenne lo scorso 2 maggio. Padre Gumpel, che ne è stato amico e collaboratore dal 1960 fino alla fine, si commuove nel ricordare come Paolo VI decise di assegnarli la causa: «Il Papa gli chiese se voleva seguirle entrambe ma padre Molinari ne aveva già quasi cento, tra cui quelle di una trentina di laici (tra gli altri Moscati, Frassati e i due veggenti di Fatima, Francesco e Giacinta, ndr) e dopo un po’ disse a Paolo VI che ne avrebbe seguita una sola, quella di Pio XII, pensando di rendere un servizio migliore alla Chiesa».

Il lavoro fu davvero enorme: «L’idea del Santo subito era lontana da noi – spiega padre Gumpel – Pio XII è stato pontefice per 19 anni, in un periodo particolre, con la 2ª Guerra Mondiale, il nazismo, le crisi in Spagna e in Messico, il comunismo. Ha avuto grandissimo rilievo sul piano dottrinale (basti ricordare la proclamazione del dogma dell’Assunzione di Maria nell’Anno Santo 1950, ndr). Non avevamo alcuna fretta».

Il frutto di questo lavoro si è concretizzato in 7 processi, il principale a Roma e gli altri cosiddetti «rogatoriali» a Genova, Monaco, Berlino Est e Ovest, Varsavia, Madrid, Lisbona e Montevideo. Sono stati ascoltati 98 testimoni con le più svariate funzioni: cardinali, vescovi, ambasciatori, sacerdoti e personale di servizio. Alla fine padre Molinari scrisse la «positio» sulla vita di Pio XII: 3500 pagine raccolte in 6 volumi. «Non ci fu alcuna eccezione, alcuna scorciatoia» spiega padre Gumpel. Tra il 2004 e il 2006 ci furono le discussioni delle varie commissioni fino al voto unanime della Congregazione per le cause dei santi, con 13 fra cardinali e vescovi di 6 Paesi diversi, presieduta dal prefetto Saraiva Martins. Ma Benedetto XVI, con grande prudenza, ha disposto ulteriori accertamenti ed ha aspettato due anni e mezzo prima di firmare il decreto sulle virtù.
Perché in quel periodo si sono accentuate le pressioni di parte del mondo ebraico contrario alla beatificazione di Pio XII, provenienti anche da esponenti governativi di Israele. «Capisco bene che Benedetto XVI fosse cauto – dice padre Gumpel – È tedesco e la Shoah pesa sulla nostra storia. Non ho mai fatto un tentativo di parlare con il S. Padre di questo, non gli ho mai offerto un consiglio non richiesto. Papa Benedetto ha voluto studiare personalmente i documenti. E alla fine ha detto che era suo dovere firmare il decreto. E andò così: il cardinale Amato, che era il nuovo prefetto, fu ricevuto in udienza perché doveva proporgli nuovi santi, beati e venerabili ma il Papa gli disse di tornare alla Congregazione perché mancava un nome, quello di Pio XII. Tenne la decisione per sé fino a quel giorno, il 19 dicembre 2009».

Ma da allora tutto è rimasto bloccato. Secondo padre Gumpel ci sono tre gruppi che si oppongono a Pio XII: «I comunisti non hanno mai perdonato a Pio XII di aver impedito che nel 1948 l’Italia passasse sotto l’influenza sovietica. Il Papa si spese molto perché non vincessero le elezioni, è noto il sostegno ai Comitati civici di Gedda. Poi ci fu la scomunica. Per questo cominciò un’opera di disinformazione nei suoi confronti. Il secondo gruppo è la massoneria, tradizionalmente anticlericale (non solo anticattolica), ancora molto influente a livello politico. Il terzo è quello di alcuni ebrei. Attenzione, non tutti. Ce ne sono tanti con cui sono in contatto che non condividono la campagna contro Pio XII. Cito un esempio. Tempo fa ebbi modo di conoscere un rabbino canadese che rappresentava circa 800 rabbini ortodossi. Mi disse che non volevano avere nulla a che fare con gli attacchi a Pio XII e lo scrisse a Papa Benedetto».

Ma anche in Vaticano c’è chi contrario alla beatificazione? Padre Gumpel non lo conferma e cita invece il cardinale Damasceno Assis, presidente della conferenza episcopale brasiliana: «Lui è molto favorevole: gli ho detto di dirlo a Papa Francesco. Io parlerò solo se il Santo Padre chiederà la mia opinione!».

Pio XII, il Papa dimenticato. Ma l’impressione è che non sarà questo il Pontificato che lo porterà sugli altari. Francesco è stato già sufficientemente chiaro. Serve il miracolo e per ora non c’è. Anche se in altri casi è stata utilizzata la formula della canonizzazione equipollente, senza il riconoscimento, appunto, del miracolo.

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Recensioni. Un’illustre bocciatura della “Gaudium et spes”

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di Sandro Magister (19/06/2013)

Il cardinale Giovanni Colombo fu arcivescovo di Milano dal 1963 al 1979. “È stato l’ultimo dei grandi ambrosiani”, ha scritto di lui il cardinale Giacomo Biffi, in implicita polemica con i successori Carlo Maria Martini e Dionigi Tettamanzi (su Angelo Scola il giudizio resta sospeso). E di Giovanni Colombo è appena uscito in libreria, edito da Jaca Book, il volume “Il Concilio Vaticano II. Discorsi e scritti”, che raccoglie i suoi testi, alcuni inediti, concomitanti e successivi alla grande assise.

Nella prefazione il teologo milanese Inos Biffi (nessuna parentela ma una grande amicizia con il cardinale omonimo) riporta dei giudizi interessanti sia di Giovanni Colombo che di Giacomo Biffi e di altri uomini di Chiesa su quello che anche Joseph Ratzinger riteneva il documento meno riuscito del Vaticano II: la costituzione “Gaudium et spes” sulla Chiesa nel mondo.

Ecco il brano “ad hoc” della prefazione:

“Tra i documenti approvati e promulgati nell’ultima sessione del concilio vi è la costituzione ‘Gaudium et spes’. Colombo ritiene che ‘il documento più che a una costituzione assomiglia a una lettera stesa a cuore aperto, a eloquio effuso’. Dunque, come si vede, un elogio della costituzione. Anche se, di fronte all’espressione ‘eloquio effuso’ della penna di Colombo, è legittimo qualche sospetto.

“Giacomo Biffi nelle sue memorie ricorda l’osservazione di Hubert Jedin: ‘Questa costituzione fu salutata con entusiasmo, ma la sua storia posteriore ha già dimostrato che allora il suo significato e la sua importanza erano stati largamente sopravvalutati e che non si era capito quanto profondamente quel ‘mondo’ che si voleva guadagnare a Cristo fosse penetrato nella Chiesa’.

“Anche Karl Barth, ricorda sempre Giacomo Biffi, aveva notato che il concetto di ‘mondo’ della ‘Gaudium et spes’ non era quello del Nuovo Testamento.

“Quanto al cardinale Colombo, Giacomo Biffi riferisce la risposta che l’arcivescovo, ‘acuto e libero come sempre’, aveva dato a monsignor Carlo Colombo, soddisfatto del risultato di tante discussioni: ‘Quel testo ha tutte le parole giuste; sono gli accenti a essere sbagliati’. ‘Purtroppo – conclude Biffi – il postconcilio è stato influenzato e ammaliato più dagli accenti che dalle parole’”.

Sempre nella prefazione al volume, Inos Biffi ricorda come Colombo mettesse in guardia i suoi fedeli contro i resoconti della stampa sulle discussioni conciliari.

In una delle sue lettere dal Concilio ai fedeli dell’arcidiocesi di Milano, Colombo scrisse:

“Una di queste sere, guardando da piazza San Pietro, scorgevo, bassa sul cielo in fondo a via della Conciliazione, una luna piena, così strana e buffa che simile non avevo mai vista: bislunga, di colore arancione fosco, sembrava un uovo enorme, ripieno di brace fumosa che trasparisse attraverso il guscio. Tanto al mio sguardo la luna appariva deformata dai densi vapori del tramonto d’ottobre. Così, pensavo non senza tristezza, il Concilio viene spesso sfigurato agli occhi degli uomini dalle nebbie della stampa…”

© SETTIMO CIELO