Confessioni di un convertito

Avevo questo libro di R. H. Benson (Confessioni di un convertito, Gribaudi, 1966, pag. 144, euro 8,50) nella libreria da parecchi anni ma, chissà come, mi è capitato tra le mani proprio in questi giorni. Come resistere a un’autobiografia di uno tra i più noti convertiti dall’anglicanesimo dell’inizio ‘900?

di Rita Bettaglio (26/05/2014)

Così l’ho preso in mano e mi sono addentrata in un mondo che conosco per sommi capi, avanzando per mano coll’autore del “Il padrone del mondo”. E’ stato un viaggio interessantissimo perché i dubbi e la complessità del mondo spirituale inglese di fine XIX secolo non sono poi così differenti dai fantasmi in cui si dibatte il povero cattolico d’oggi.

Se uno non se ne fosse ancora reso conto, Benson ci fa toccare con mano, sviscerandolo nei particolari, che tra un cattolico e un anglicano c’è un abisso, un vero e proprio abisso esistenziale. E’ totalmente diversa l’aria che si respira, la terra da cui si trae nutrimento: sicurezza e serenità di una ferma dottrina da una parte, soggettivismo e volubilità dall’altra.

Il cattolico, anche il più ignorante, può contare sulla dottrina immutabile custodita dalla Chiesa di Roma e dal Papa, mentre l’anglicano è abbandonato a se stesso, a opinioni assai variabili e diverse a seconda del pastore o della comunità di riferimento. E’, come dice la Scrittura, esposto ad ogni vento di dottrina e non ha mezzi autorevoli per ripararsi.

Purtroppo in questi ultimi tempi (a dire il vero è già parecchio) vediamo sempre più cattolici “fai da te” che, brancolano nel buio delle loro coscienze, senza il lume della conoscenza della dottrina, il sano e vecchio catechismo.

Ma non distraiamoci. Eravamo a Benson e alla sua personale vicenda.

Robert Hugh Benson, classe 1871, era figlio, niente meno, che dell’arcivescovo anglicano di Canterbury, massima autorità spirituale della Chiesa d’Inghilterra. Fu ordinato pastore nel 1894 e nel 1904 si convertì al cattolicesimo e successivamente divenne sacerdote. Morì nel 1914 a seguito di una crisi cardiaca.

I dieci anni tra la sua ordinazione e la conversione al cattolicesimo furono per lui un graduale morire e rinascere, come lui stesso narra nelle pagine di “Confessioni di un convertito”. Leggere queste pagine è assai utile per un cattolico perché lo aiuta a rendersi conto che della straordinaria ricchezza in cui siamo immersi e di cui non ci avvediamo. Quello che noi diamo per scontato è stato per Benson una sudata conquista, un cammino sofferto verso la Vera Chiesa, quella che, sola, soddisfece il suo desiderio di pienezza.

L’unità della Chiesa intorno al Vicario di Cristo, alla Tradizione e al Magistero è qualcosa che gli anglicani (e neppure gli altri cristiani non cattolici) non conoscono.

I sacramenti, la loro realtà efficace, sono divenuti, nell’anglicanesimo dei tempi di Benson, qualcosa di vago, soggettivo e vuoto. Qualcosa su cui si sorvola con imbarazzo perché costringerebbe ad una riflessione teologica e personale seria.

La Chiesa d’Inghilterra di fine XIX secolo è un insieme multiforme, a svariate gradazioni: dalla Chiesa Bassa, decisamente su posizioni protestanti a quella Alta, nelle sue numerose declinazioni, più vicina alla tradizione cattolica. Più vicina ma sempre lontana, percorsa da mille fremiti e senza guida alcuna.

Tot capita, tot sententiae: è questo che c’è, non solo nella Chiesa d’Inghilterra, ma ovunque al di fuori della Chiesa di Roma.

Il cammino spirituale di Benson fu lungo e difficile anche perché, nonostante la sua elevata posizione sociale che gli rendeva disponibile i migliori strumenti formativi disponibili, non ebbe una guida spirituale personale e non provò, se non quando già ordinato, il rapporto personale con Dio. Non gustò mai, finchè fu anglicano, la bellezza e l’utilità della comunione dei santi straordinariamente mediata dalla Vergine Maria.

Il giovane pastore non si arrese e continuò a cercare, nel suo mondo religioso, qualcosa che lo soddisfacesse e la sua sete parve temporaneamente placarsi quando incontrò la Comunità di Mirfield. Si trattava di una comunità di pastori anglicani che conducevano una vita ispirata alle regole degli antichi ordini religiosi, principalmente ai redentoristi e ai benedettini. La maggioranza dei membri della comunità, che conducevano una vita comunitaria improntata alla semplicità e alla preghiera, “passavano la metà dell’anno in preghiera e in attività formative, e l’altra metà in opere di apostolato e missionarie” (pag.60).

Benson rimase molto legato, anche affettivamente, a questa comunità. Il problema era però il semestre di predicazione lontano da Mirfield.

“Penso che l’aspetto più faticoso delle mie attività esterne fosse il doversi ogni volta adattare alle dottrine e ai riti più diversi. (…) Trovavo tutti i tipi di insegnamenti e rituali. In una chiesa indossavano elaborate stole senza paramenti e dottrinalmente non erano certo impeccabili; in un’altra i paramenti venivano utilizzati solo per quei servizi in cui gli esponenti importanti della comunità protestante non partecipavano; l’insegnamento della Presenza Reale veniva trascurato con cura, e la Confessione veniva emarginata come “Sacramento della Riconciliazione”, oppure proposta a pochi eletti come servizio ristretto per un’élite. E va considerato che questi aspetti non sono che una piccola parte delle innumerevoli divisioni e scuole di pensiero che convivono nella Chiesa Anglicana; divisioni che tuttavia era impossibile trascurare” (pag. 66).

L’inquieto pastore avvertiva, sempre più forte, “il bisogno di una chiesa docente il cui compito era di preservare e interpretare le verità del cristianesimo per ogni generazione. (…) La Chiesa docente deve sapere con sicurezza qual è il tesoro che deve custodire, soprattutto su quei punti che riguardano la salvezza dei suoi figli” (pag. 83). Invece rappresentava una “Chiesa che era incapace di prendere decisioni anche sulle materie direttamente attinenti la salvezza delle anime” (ibidem). Si rendeva conto di insegnare opinioni personali e questo non lo lasciava tranquillo.

La luce si manifestò per gradi, fino a portarlo al passo più importante della sua vita, divenire cattolico. Ma questo avvenne in un modo del tutto inaspettato: non “torrenti di grazia, fiumi di piacere, una gloria abbagliante e suoni dall’aldilà” ma “una cappa pesante illuminata da un’unica luce, la stella della fede divina, ferma e sicura come dio nel suo trono” (pag. 116). Non fu certo tutto rose e fiori, neppure il suo ingresso nella Chiesa cattolica ma, alla fine del suo racconto Benson eleva un inno di ringraziamento a Dio che (scusandomi per la lunghezza, forse eccessiva, di questo mio scritto) desidero condividere.

“Ora capisco la coerenza in tutto ciò che ha fatto Dio: Lui che ha creato con un solo sangue tutte le nazioni della terra; che accoglie tutte le aspirazioni, anche quelle provenienti dagli anfratti più oscuri; che trae anche dai sistemi più distorti e deformati un raggio di luce riflettente la gloria eterna; che contempla per tutte le anime un posto nella Sua economia di salvezza. Da una parte vi è la sete, il desiderio, l’agitazione; dall’altra la soddisfazione e la pace; non vi sono istinti senza finalità, piscine che non riflettano il sole, luoghi su questo martoriato pianeta che non siano illuminati dal cielo. E attraverso questo cammino tra la selva selvaggia mi ha portato, grazie alla Sua infinita bontà in quel luogo dove è discesa la Gerusalemme celeste, che è madre di tutti noi: mi ha tirato fuori dall’argilla e dal fango e ha posto i miei piedi sulla roccia: mi ha sollevato da quei sentieri faticosi che non raggiungono alcunchè, per portarmi a quella strada comoda che conduce a Lui” (pag141).

“Ecco la tenda di Dio tra gli uomini” (Ap, 21,3).

Un libro che fa davvero bene all’anima. Leggetelo.

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Dal compito educativo, al peperoncino, alla Comunione sulla mano. In attesa dell’enciclica verde

anticattocomunismo:

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di Patrizia Fermani (25/05/2014)

Se fino a poco tempo fa qualcuno poteva nutrire ancora dei dubbi sulla importanza del compito educativo, l’autorità pontificia è intervenuta con la consueta incisività tagliando la testa al toro. Ha dichiarato solennemente nel corso di un incontro ufficiale, che “il compito educativo è una missione chiave”. La importante affermazione non ha mancato di colpire per la profondità icastica la parte più sensibile del clero, non meno degli organizzatori di un convegno tenutosi a Padova sugli attuali rischi educativi: su di essa sono stati incentrati il programma e la relazione di sintesi.

La frase è stata poi ripresa con forza da uno dei relatori, nel corso dell’incontro, che l’ha scandita fissando l’uditorio mentre ciascuno andava meditando in cuor suo su quelle gravi parole.

Bisogna convenire d’altra parte, che tale concetto era già stato fatto proprio in anticipo dagli stessi ideologi di quella che ama definirsi la “popolazione LGBT”, dei cultori – per intenderci – delle varianti sessuali non tradizionali. Infatti costoro hanno ben compreso da tempo che l’educazione era la fortezza “chiave” da conquistare nell’orizzonte di un disegno egemonico. Tenuto anche conto dello stato di smantellamento di detta fortezza guadagnato da famiglie dissolte, decreti delegati, terne di maestre, sostegni psicologici e altre cose di cui è bello tacere, fuori e dentro la scuola.

Intanto l’instancabile vescovo venuto dall’altro mondo, fra una zuppa inglese, un pinzimonio e una salsa tartara (clicca qui; ma con precedenti: clicca qui), ha dettato anche regole severe per il protocollo eucaristico.

Che sia scoraggiato chiunque si impunti ancora a non voler toccare il Corpo di Cristo, che pare abbia democraticamente rinunciato alla propria ingombrante e imbarazzante divinità per assumere finalmente una identità “sociale”. (“un vescovo di una piccola diocesi – quarantamila abitanti – … si lamentava perché una parte del clero è “conservatrice” e non vuole dare la comunione sulla mano. Il Papa gli ha consigliato di prendere provvedimenti severi, perché non si può difendere il Corpo di Cristo offendendo il Corpo sociale di Cristo – clicca qui).

Un atto di umiltà che tutto l’ecumenico popolo di Dio ha apprezzato, in sintonia col proprio conducator. Così le azioni di Ario, reincarnato in Maradiaga, stanno salendo vertiginosamente alla Borsa vaticana. Anche adeguare il gregge recalcitrante alla dottrina della Chiesa Sociale è dunque ora una missione “chiave”. Perché tutti insieme, con precedenza assoluta per i poveri, gli intellettualmente svantaggiati e i culturalmente depressi, ma equamente tutti igienicamente protetti, si possa aspettare in trepidante attesa la già promessa enciclica verde.

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Una Crociata del Rosario per i Francescani dell’Immacolata. Aderiamo all’appello alla preghiera della Corsia dei Servi

anticattocomunismo:

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Le ultime notizie sulla persecuzione dei Francescani dell’Immacolata confermano, purtroppo, una pervicace volontà di distruzione. Ora è il turno delle Suore, a loro volta commissariate (vedi l’articolo di Roberto de Mattei) e se l’opera della “visitatrice” sarà di devastante efficienza come quella del commissario, P. Fidenzio Volpi (vedi l’articolo di Contardo Paulini), non è difficile prevedere ancora molta sofferenza per i religiosi e le religiose degli istituti fondati da P. Stefano M. Manelli, per la Santa Chiesa, per i fedeli.

In questa situazione Riscossa Cristiana fa suo l’appello degli amici del sito Corsia dei Servi per una Crociata del Rosario:

“lanciamo l’appello di una crociata del Rosario chiedendo l’aiuto di tutti quanti intendano sostenere quei padri, frati e suore così ingiustamente colpiti e perseguitati, mediante la recita ogni giorno di almeno una decina del Rosario dedicata ai Francescani dell’Immacolata”.

Ringraziamo la Corsia dei Servi e il suo direttore, Stefano Arnoldi, per questa benemerita iniziativa, invitando tutti gli amici lettori, da ogni parte d’Italia e del mondo, a questo impegno quotidiano, pregando la Beata Vergine, che illumini anche le menti di quanti stanno operando per distruggere un Ordine religioso che dava un’edificante e luminosa testimonianza di Fede, a beneficio dei fedeli e a gloria di Nostro Signore.

Ave Maria!

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Orchi e orchesse per i Francescani dell’Immacolata

anticattocomunismo:

Il tumore del Commissariamento si è esteso anche al ramo femminile dei Francescani dell’Immacolata, rei di una vocazione troppo cattolica e troppo spirituale. Anche per le Suore si è trovata una persona adatta all’uopo, per gettare cioè nel dissidio e nel turbamento l’anima delle buone religiose. Qui ci vuole però una persona particolarmente adatta. Non basta un membro della famiglia Francescana come P. Volpi, ci vuole una specialista. Una persona esterna, pronta a smantellare un istituto che non conosce minime scalfitture interne.

di Contardo Paulini (27/05/2014)

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“Non sono un orco!” aveva tuonato P. Fidenzio Volpi nel refettorio del Convento – Noviziato di Tarquinia alla presenza di un centinaio di Frati Francescani dell’Immacolata l’8 settembre 2013, il giorno delle professioni e nuove vestizioni dei Novizi dell’Istituto, dopo il pranzo.

Nessuno dei Frati commissariati aveva ancora pensato di dare quest’epiteto di “orco” al Padre Commissario Apostolico che ha pensato bene di darselo da solo, nelle parole e nei modi. Infatti dopo quell’uscita “non sono un orco!” del Commissario, sbattendo pure i pugni sul tavolo, nel silenzio irreale e stupefatto della grande assemblea dei religiosi intenti a festeggiare i loro giovani confratelli, molti frati hanno cominciato a pensare: “E’ veramente un orco!”.

In effetti i fatti successivi, noti a tutti, hanno dato prova ineccepibile di questa caratteristica del Commissario da lui stesso enunciata per primo. Non si contano più le angosce, i malumori, le tristezze ed anche la disperazione per i danni arrecati dal Commissario all’Istituto ed alla Chiesa: vocazioni rovinate, sacerdoti inibiti, riviste distrutte, cultura assente, missioni fallite, minacce di scomunica, di povertà e di infamia, innumerevoli frati che ormai hanno un unico desiderio: scappare dall’Istituto e dal Commissario e spesso pure questo viene loro impedito (ritornando all’ “orco”, citato dal P. Commissario, torna in mente la fiaba di Pollicino), genitori di questi religiosi prostrati e costernati nel vedere i loro figli rovinati forse per sempre da una mano feroce ed estranea alla carità.

La storia non è ancora finita, i frati ancora languiscono nei loro conventi sotto controllo spinto, senza avere una minima idea di come tutto questo finirà e di cosa sarà della loro vocazione e della loro vita che la materna e vigile mano della Congregazione ha già in serbo un altro grande aiuto all’Istituto.

Il tumore del Commissariamento si è esteso anche al ramo femminile dei Francescani dell’Immacolata, rei di una vocazione troppo cattolica e troppo spirituale.

Anche per le Suore si è trovata una persona adatta all’uopo, per gettare cioè nel dissidio e nel turbamento l’anima delle buone religiose. Qui ci vuole però una persona particolarmente adatta. Non basta un membro della famiglia Francescana come P. Volpi, ci vuole una specialista. Una persona esterna, pronta a smantellare un istituto che non conosce minime scalfitture interne. Per i Frati c’era l’appiglio della richiesta di cinque dissidenti che lamentavano torture e abusi del Fondatore. Ma per le suore? L’istituto delle circa 400 suore Francescane dell’Immacolata, sparso in tutto il mondo, è molto più compatto, non ha avuto impennate, né suore che sono andate a protestare in Congregazione, a sporgere denunce o cose simili. Le suore sono contente di vivere il loro carisma approvato dalla Chiesa, punto e basta. E sono in costante aumento.

Allora ecco l’alter ego di P. Volpi e pure più. Una buona suora Maestra dorotea, Suor Fernanda Barbiero, «una religiosa “adulta” e aggiornata, di tendenza moderatamente femminista, fautrice, con qualche anno di ritardo, dell’“umanesimo integrale” maritainiano», scrive il Prof. De Mattei su di lei, l’orchessa che ci vuole per le suore Francescane, ancora col velo, ancora coll’abito lungo fino ai piedi, ancora a pregare tutte quante in Chiesa, ancora a fare la meditazione sul Vangelo e sugli esempi e i detti dei santi e non sulle canzonette di Suor Cristina Scuccia.

Tra le prime iniziative ci sarà sicuramente la visita alle case di formazione dell’Istituto dove più grande è il fervore e la gioia della vocazione. Bisogna cominciare dalle idee se si vuole cambiare gli uomini. E’ il metodo marxista. Una filosofia che non serve alla rivoluzione non è una vera filosofia. Staremo a vedere. Ma le idee sono già chiare in Congregazione. O ci si ammoderna o si muore, o meglio bisogna far sì che muoiano queste strane suore che ancora non vanno a “The voice” o a Sanremo … Viene un tempo in cui gli uomini diventeranno pazzi, e quando incontreranno uno che non è pazzo si rivolgeranno contro di lui dicendo: “Tu sei pazzo!” (Dai Detti dei Padri del deserto). Benvenuti agli orchi e alle orchesse, nuove guide dei Francescani.

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Un concilio per l’unità della Chiesa? Domande sul Vaticano II

anticattocomunismo:

Il teologo padre Serafino Lanzetta dei Francescani dell’Immacolata appartiene al ristretto numero delle lucide e robuste intelligenze, che nonostante tutto sono attive nella Chiesa cattolica. Di padre Lanzetta, Cantagalli, editore in Siena, propone un esauriente/avvincente saggio, che commenta e aggiorna le domande (e i dubbi) sul Vaticano II a suo tempo formulati da teologi ora fedeli alla Tradizione ora associati alla scolastica dei modernizzanti.

di Piero Vassallo (28/05/2014)

Il dubbio che regge e alimenta i pensieri sulle debolezze nascoste fra le trionfali righe dei documenti elaborati dai padri del Vaticano II, ha origine dall’infondata e fuorviante convinzione circa l’attitudine degli eredi del pensiero moderno a correggere i loro errori, un’illusione condivisa perfino da Giovanni XXIII e da lui dichiarata nell’orazione inaugurale Gaudet Mater Ecclesia.

Quale misura dell’elettrizzante intensità dell’originario abbaglio, padre Lanzetta cita la pungente riflessione del card. Leo Scheffeczyk (1920-2005) sulla cecità della maggioranza conciliare davanti alla svolta nichilista, attuata dagli esponenti delle avanguardie attive oltre la modernità (francofortesi, esistenzialisti atei, surrealisti, esoteristi ecc.) .

Dall’erroneo giudizio sul pensiero alla ribalta nella seconda metà del xx secolo discese un’impostazione irrealistica del confronto tra la Chiesa e il mondo e una infondata fiducia nella presunta autocritica degli erranti.

Di qui l’irruzione nel pensiero cattolico di infondate speranze e di suggestioni irenistiche: “ignorando questa situazione [l’involuzione porno-nichilista della filosofia moderna] e considerando la fraternizzazione avventata e non critica del cristianesimo con lo spirito del tempo, è facile prevedere che anche all’interno della chiesa si introducano le tendenze dell’irrazionalismo postmoderno, quali una religiosità vaga e una presunzione gnostica, coinvolgendola così nell’intreccio della lieve cospirazione”.

In altre parole: i protagonisti del Vaticano II, rinnovarono l’errore del clero francese, che vedeva una lieve cospirazione nel cuore del giacobinismo. La maggioranza conciliare, non avendo valutato seriamente i segni dell’involuzione nichilista in atto nella scolastica rivoluzionaria, ha tentato di addolcire e mitigare le verità cattoliche per renderle accettabili agli eredi di esangui eresie e ai presunti moderatori di ideologie, delle quali padre Julio Meinvielle e il cardinale Giuseppe Siri avevano descritto tempestivamente la rovinosa inclinazione a sprofondare nelle sabbie mobili dello gnosticismo.

Si è in tal modo avviata quella rumorosa predicazione ai sordi, che ha catturato solamente l’attenzione degli autori di intrepidezze & lepidezze irenistiche e dei chitarristi insorgenti contro lo splendore della antica liturgia.

Numerosi indizi confermano il conflitto dell’illusione buonista contro la fedeltà ai princìpi sgraditi agli eretici e agli atei in presunto cammino verso la verità.

Per non disturbare il creduto avvicinamento dei luterani, ad esempio, nella costituzione Dei Verbum i redattori hanno mitigato e quasi annebbiato la dottrina sulle due fonti del dogma cattolico, Scrittura e Tradizione.

Per facilitare la comprensione del rischio che l’azzardata operazione implicava, padre Lanzetta cita il cardinale Umberto Betti (1922-2009), il quale rammentava che “tra le verità che si portavano [quale prova della reale esistenza di una Tradizione orale] figuravano: la verginità della Madonna dopo il parto, la sua assunzione in cielo, il numero settenario dei sacramenti, la necessità del battesimo per i bambini, la sacramentalità del matrimonio e della cresima“.

Casualmente si trattava delle verità di fede rigettate dall’eresia luterana. Per non turbare il dialogo ecumenico, ossia per non entrare in aperto conflitto con gli errore di Martin Lutero senza rinnegare apertamente la dottrina del Concilio di Trento e del Vaticano I sulle due fonti del dogma, i redattori della Dei Verbum attuarono un compromesso e ridussero il significato e la funzione della Tradizione all’interpretazione delle Scritture.

Padre Lanzetta pone dunque una domanda imbarazzante: “L’aver riferito il ruolo della Tradizione essenzialmente all’interpretazione delle Scritture – come risulta poi in modo più abbondante nella teologia post-conciliare – e questo per chiari motivi pastorali, ha migliorato la posizione della Chiesa nel suo interno? Crediamo che una verifica pastorale all’approccio al Deposito sia necessaria per reintegrare meglio quanto invece era patrimonio comune del Magistero della Chiesa”.

La presenza nei documenti conciliari di formule ambigue e di espressioni contorte, che, in funzione della pastoralità socchiudono la porta all’errore, è peraltro innegabile.

Padre Lanzetta, tuttavia, afferma che “le eventuali discontinuità che si possono riscontrare non sono dogmatiche … ma teologiche e sono suscettibili di revisione e di rinnovamento dato il loro carattere magisteriale non definitivo“.

La difesa ad oltranza degli errori teologici seminati nei documenti conciliari non ha ragion d’essere di fronte alle sensate e moderate obiezioni di padre Lanzetta. Infatti la reazione del partito conciliare si traduce in un attacco alle persone degli obiettori e, in ultima analisi, nel tentativo di demolire un ordine religioso confortato dall’alto numero di vocazioni e dal carisma dell’ortodossia.

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Il Vaticano II, un Concilio pastorale. Ermeneutiche delle Dottrine Conciliari - di P. Serafino M. Lanzetta – ed. Cantagalli – pagg. 496 – euro 25,00

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Il canonista che bacchetta Kasper: bene il Sinodo, sbagliato tutto il resto

di Matteo Matzuzzi (10/05/2014)

Bene ha fatto il Papa a convocare due sinodi sulla famiglia, ha detto il cardinale Velasio de Paolis, canonista di rango e presidente emerito della Prefettura per gli affari economici della Santa Sede, al tribunale ecclesiastico umbro: quello dei divorziati risposati è “un problema pastorale spinoso e complesso, una vera piaga dell’odierno contesto sociale che intacca in misura crescente gli stessi ambienti cattolici”. Il problema è che tale questione, aggiunge de Paolis, “ha assunto una prospettiva quasi esclusivamente compassionevole che sottolinea le sofferenze e il dolore dei coniugi coinvolti in tale situazione, perché respinti dall’accesso all’Eucaristia”. Prospettiva sbagliata, “limitata”, finalizzata a “muovere compassione verso tali fedeli e creare opposizione tra rigore della norma e pietà per le persone, tra rigidità della legge e situazioni personali alle quali la legge dovrebbe piegarsi”. Così, nota il porporato, “si esercita una forte pressione per condannare coloro che sono visti come oppositori alla misericordia e difensori della durezza della legge contro la benevolenza”. Metterla sul piano della pietà e della compassione, insomma, offre della problematica una “presentazione estremamente semplicistica, superficiale e non realistica”. In gioco, ha sottolineato il cardinale de Paolis, c’è “la legge divina, l’indissolubilità del matrimonio”. Una legge “proclamata solennemente da Gesù e confermata più volte dalla chiesa, al punto che la norma che afferma che il matrimonio rato e consumato tra battezzati non può essere sciolto da nessuna autorità umana ma viene sciolto solo dalla morte, è dottrina di fede della chiesa”. Proporre aggiornamenti, quindi, significa mutare la dottrina, dice il canonista. E – come ribadito più volte dal prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, il cardinale Gerhard Ludwig Müller – davanti alla legge divina “non si può porre il contrasto tra misericordia e giustizia né tra rigore della legge e misericordia e perdono. Presentare la misericordia contro la legge, anche divina, “è una contraddizione inaccettabile”, nota ancora de Paolis. Non si può, inoltre, opporre misericordia e moralità, né si può identificare l’amore con la misericordia”. E’ qui, sul concetto di misericordia che la relazione di de Paolis si sofferma in modo ampio: “Misericordia è una parola facilmente esposta agli equivoci, come del resto la parola ‘amore’ con la quale si identifica”. Anche la misericordia “viene presentata in contrasto con il diritto e la giustizia. Ma si sa bene che non esiste amore senza giustizia e senza verità e operando contro la legge, sia umana che divina. La misericordia è un aspetto molto bello dell’amore, ma non si può identificare con l’amore”. E’ una risposta anche a quanto illustrato dal cardinale Walter Kasper nella sua lunga relazione concistoriale sulla famiglia dello scorso febbraio. A giudizio di de Paolis, le domande poste dal teologo tedesco “non possono avere risposta positiva”. Il fatto è che “al di là delle differenti situazioni in cui i divorziati risposati vengono a trovarsi, in tutte le situazioni si riscontra sempre lo stesso problema: la illiceità di una convivenza more uxorio tra due persone che non sono legate da un vero vincolo matrimoniale”. Il matrimonio civile “non è un vincolo matrimoniale e secondo le leggi della chiesa non ha neppure l’apparenza di matrimonio, tanto che la chiesa parla di ‘attentato matrimonio’. Di fronte a questa situazione – aggiunge ancora il porporato italiano in risposta alle tesi kasperiane – non si vede come il divorziato possa ricevere l’assoluzione sacramentale e accedere all’Eucaristia”. Spesso, infatti, “ci si appella alla pastoralità in opposizione alla dottrina, che sarebbe astratta e poco aderente alla vita concreta, o alla spiritualità, che proporrebbe l’ideale della vita cristiana, inaccessibile ai fedeli cristiani”. E’ questa una “visione errata della pastorale”, dal momento che “una pastorale in contrasto con la verità creduta e vissuta dalla chiesa si trasformerebbe facilmente in arbitrarietà nociva alla stessa vita cristiana”.

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Qualche ragione buona (di preti) per il matrimonio unico con Cristo

di Matteo Matzuzzi (21/05/2014)

“Rispetto tutti i confratelli in difficoltà, siamo uomini. Io però sono ben contento di essere celibe, perché ho interpretato il sacerdozio non come un mestiere. Fare il prete non è come fare il meccanico o l’ingegnere. Questa è una missione. E’ questa la grande differenza”. Padre Piero Gheddo, ottantacinquenne decano dei missionari italiani (è entrato nel Pontificio istituto missioni estere nel 1945), tra i fondatori dell’Editrice Missionaria Italiana, commenta con il Foglio la lettera che ventisei fidanzate di sacerdoti hanno inviato – a mezzo raccomandata – a Papa Francesco, chiedendogli di abolire il celibato sacerdotale, norma ecclesiastica millenaria ma non dogma. Il sacerdozio, dice padre Gheddo, “è una vocazione totalitaria, naturalmente se interpretato bene. Ma anche il matrimonio, secondo quanto dice la chiesa, è una vocazione totalitaria. Ne consegue perciò che entrambe queste vocazioni prendono tutta la vita, ti accompagnano per sempre”. E dunque sono in contraddizione l’una con l’altra. Il problema, osserva il nostro interlocutore, è che tanti, “più che a un’esperienza che occupa ogni istante dell’esistenza terrena, guardano al sacerdozio come a un passaggio che può durare dieci, vent’anni. A una prova, quasi un esperimento, e questo è sbagliato. Invece, quanto più uno si dedica alla missione, al compito che la chiesa gli assegna, tanto più comprende che è lì che trova la propria realizzazione”.

Nella lettera delle ventisei compagne dei preti si parla di “straziante dolore”, di “devastante situazione”, di “frustrazione di un amore non completo che non può sperare in un figlio, che non può esistere alla luce del Sole”. Secondo padre Gheddo, tali lacerazioni interiori si manifestano perché questi sacerdoti non hanno ben compreso la vera natura del sacerdozio: “Il prete per essere veramente prete deve essere tutto di Cristo. Deve vivere come ha vissuto lui, imitarlo. Il prete deve portare Cristo nel mondo non solo con la parola, ma anche con la vita, e se non è interamente innamorato di Cristo, se non dedica tutta la sua vita all’imitazione di Cristo, al popolo fedele e all’obbedienza alla chiesa, è un’anima divisa”. La ragione di questa situazione, di questi dubbi e tormenti sta nella formazione dei sacerdoti: “E’ nei seminari che si deve dire chiaramente che il prete deve essere totalmente di Gesù. Non si può dire sì, ma ecco… No. Un prete deve lasciar perdere tutto. Io sono stato ordinato sacerdote nel 1953 e temo che oggi nei seminari sia difficile prepararsi bene come accadeva ai miei tempi, si studiano troppe materie”, dice padre Gheddo, a giudizio del quale “è sempre più difficile essere cristiani, tra tutte queste distrazioni, occasioni, laicizzazioni. E’ complicato per un uomo comune capire dove si trova, qual è il suo posto. Lo capisce se vede un prete davvero cattolico, un prete che ha il fuoco dentro”.

Don Pierre Cabantous, parroco e direttore della Scuola di formazione teologica S. Pier Crisologo di Ravenna, non dà troppa importanza al caso delle fidanzate dei sacerdoti che s’appellano al Papa: “I preti sono come gli aerei, si parla di loro solo quando cadono”. Sono ventisei i preti che vorrebbero sposarsi? Pazienza, è come se dicessi che siccome ci sono ventisei adulteri non è più valida la legge sull’indissolubilità del matrimonio”. Non si sente offeso, il nostro interlocutore, per il quale la faccenda non è altro “che una minestra riscaldata, anche se è uscita proprio alla vigilia dell’Assemblea generale della Cei, il che mi fa dire che a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si prende”. E’ una polemica – osserva don Cabantous – “che nasce da chi non ha mai compreso la vera natura del sacerdozio. Basterebbe ricordare che il celibato si fonda non tanto sulla norma, ma sull’affezione totale a Cristo”.

Concetto decisivo, ma sul quale ormai ci si sofferma solo superficialmente, anche perché “ormai, chi vive la propria verginità con letizia e gioia è visto come un marziano”, sottolinea riprendendo una definizione formulata da Francesco all’alba di Santa Marta poco più d’una settimana fa. “Eppure, tanti vivono così, e ciò non vuol certo dire che si voglia chiudere gli occhi dinanzi alla nativa fragilità umana.

Ma noi preti dovremmo cercare di testimoniare l’amore di Cristo. E poi, anche tecnicamente, vorrei vedere come si potrebbe seguire una parrocchia avendo una famiglia. Si rischierebbe di non fare bene né l’una né l’altra cosa”. Don Cabantous si rivolge anche a quanti, teologi e matrimonialisti, invocano la svolta per il bene della chiesa: “Ma di cosa parlano? Dovrebbero leggersi la straordinaria omelia pronunciata da Papa Benedetto XVI a conclusione dell’anno sacerdotale, nel 2010. Come si fa a dire a una monaca di clausura che vive con letizia la sua verginità che ciò è sbagliato? A quanti parlano di abolizione del celibato come bene per la chiesa vorrei ripetere quanto disse Giovanni Paolo II a Tor Vergata, nell’anno del grande Giubileo del 2000: ‘Se sentite che Cristo vi chiama, non ditegli di no’. Sapessero, quei teologi che prendono a esempio la chiesa d’oriente e quella ortodossa, quante vocazioni nacquero in quel momento”. Certo, prosegue sconsolato il direttore della Scuola di formazione teologica S. Pier Crisologo, “mi rendo conto che se si guarda questa realtà con occhi mondani, non la si comprende, è inutile”.

© - FOGLIO QUOTIDIANO

Sposatevi, ma senza confetti

Gli argomenti per abolire il celibato dei preti sono mondanità spirituale pura, frivolezza, confetti nuziali. Non è dogma, la legge si può cambiare, ma bisogna mettersi alla sua altezza. Paolo VI dixit.

20 maggio 2014

Avevamo preavvertito con modestia e rispetto: il dialogo della chiesa con il mondo è difficile, la chiesa perdona ma il mondo no. Ora il mondo apre un nuovo fronte di “dialogo”, si fa per dire, e lo struttura come fronte interno alla chiesa occidentale o di rito latino, insomma la chiesa massiccia, che fa testo, come la conosciamo da molti secoli. I preti devono potersi sposare, e chi si fa prete deve poter scegliere il doppio regime matrimoniale, quello con Cristo e quello con una donna (e perché proprio e solo con una donna? chi siamo noi per giudicare? e perché un matrimonio definitivo, visto il rapporto Kasper sul divorzio benedetto dalla chiesa?). Non siamo scandalizzati affatto. Per quanto ci riguarda la chiesa può cambiare quando vuole la legge canonica celibataria, che non è un dogma (eppoi anche i dogmi non è che stiano tanto bene) ma è appunto un canone nato a partire dal IV secolo, nelle prime convulsioni del mondo antico. Cambiare, e andare all’altare mano nella mano, ma per favore senza confetti. Le ragioni sociologiche e sentimentali addotte in favore del matrimonio dei presbiteri sono gioiose e frivole come confetti. Non è seria una lettera d’iniziativa delle amanti dei preti che si lamentano della propria sofferenza, dell’impossibilità di godere apertamente dei fasti dell’amore tonacato, che come un qualsiasi amorazzo adolescenziale non conosce frontiere. Non è serio che Vito Mancuso, teologo e persona intelligente, proponga accanto a legittimi argomenti di coscienza e di libertà e di storia ecclesiastica l’emersione alla luce dei preti e delle loro donne in amore clandestino o il ritorno dei dispensati per matrimonio all’ovile del sacerdozio, con famigliola a carico.

Non solo tutto questo è fatuo, è anche offensivo per quei preti, e immagino non siano poi così pochi, che amano d’amore virginale, si rendono conto dei problemi umani loro e degli altri, li superano in una scelta di castità e di celibato che considerano un dono sofferente, un “olocausto” come scriveva Paolo VI nella enciclica Sacerdotalis coelibatus del 1967, la loro scelta per un regime matrimoniale unico, totale, caritatevole e senza alternative tenere o misericordiose, insomma lo sposalizio con Cristo. Bisognerebbe portare la discussione a questa altezza, se l’interesse laico o confessionale è davvero quello di argomentare in favore di un cambiamento e di segnalare lo stato di malessere di settori del clero, amanti comprese, e il corrispondente bisogno di libertà da una legge ritenuta superata. Si possono fare molte obiezioni alla teologia in ginocchio del cardinale Kasper, ma il suo rapporto segreto ai fratelli in Concistoro su famiglia e divorzio ed eucaristia era di tempra e di stoffa ben diversi dal romanzetto rosa imbastito in questa occasione. Scendere di livello è pericoloso.

Due papi del Concilio (quello che lo convocò e quello che lo presiedette) furono chiari in materia. Giovanni parlava di “vaneggiamenti contro il celibato” in una chiesa che voleva “libera, casta e cattolica”. Abbastanza chiaro, direi. E Paolo impegnò con fervore intellettuale, ecclesiale e pastorale la sua splendida retorica per dimostrare una cosa che dovrebbe essere semplicemente confutata, mettendosi alla sua portata, senza confetti. Paolo scriveva che il celibato è un duro e diuturno cimento, che il Concilio ha portato un solenne riconoscimento dei valori umani, che i problemi esistono, vanno riconosciuti e sanati, a partire dalla solitudine dei preti (chi non ha letto il diario del curato di campagna di Bernanos?); ma nel confermare la regola aggiungeva che il celibato e la castità sono una nuova concezione della vita, una adesione al modello di perfezione del Maestro e Signore dei cristiani, una vita di rara efficacia santificante, in cui il presbitero si fa tutto e a vantaggio di tutti in una più vasta e alta paternità, mantenendo e incrementando la sua capacità di sondare il cuore umano nell’opera di salvezza delle anime; e che la sua scelta libera di rinunziare all’amore legittimo, supplichevolmente richiesta, è una quotidiana morte a tutto sé stesso e insieme la dimostrazione che l’uomo non è solo carne e istinto sessuale, dimostrazione di cui proprio il mondo di oggi ha bisogno se non si voglia cedere a “pericolose propensioni del cuore” e a “inclinazioni del sentimento”. Poesia e lucidità ecclesiale di un Papa non ignaro del “torbido spirito del mondo”, capace di uno sguardo di carità non alterato dalla mera tenerezza e consapevole del peso della tradizione. Gli si risponde che bisogna fare come gli orientali, che bisogna aggiornarsi, che il matrimonio con Cristo in quei termini non regge.
Argomenti piccoli, poveri. Elaborate una nuova visione ecclesiale e teologica della libertà, cari matrimonialisti tonacati, invece di insinuare che il convocatore del Concilio di Trento, Paolo III, era padre di quattro figli. Fu questo padre Farnese, papa e peccatore, che rese possibile con la sua bolla la nascita della Compagnia di Gesù. Paolo VI distingueva tra carisma sacerdotale e regola del celibato, non era un bru bru, sapeva di cosa parlava, ma parlava della regola come di una risorsa cristologica, come di un anticipo del Regno. Trovate argomenti meno banali dell’amore romantico e della sofferenza degli amanti clandestini per contraddirlo, e poi ne riparliamo.

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Due scienziati, quattro salme e l’autopsia sul corpo di Gesù

"I soldati romani gli inchiodarono mani e piedi sulla croce per sette volte": Nuove prove sull’autenticità della Sindone: è del primo secolo dopo Cristo.

di Stefano Lorenzetto (25/05/2014)

Non ce ne sarebbe bisogno. Eppure a un certo punto il professor Matteo Bevilacqua, per risultare più persuasivo, non esita a togliersi le scarpe e ad appoggiare i piedi, uno sopra l’altro, sulla scrivania: «Ecco, vede, prima a Gesù trapassarono il metatarso del destro con questo chiodo da 10 centimetri. Poi bloccarono il sinistro sulla caviglia del destro e trafissero entrambi i piedi con questo secondo chiodo lungo 25 centimetri, che, uscito dal tallone, andò a piantarsi nel legno». Il primo chiodo, con testa quadra da 8 millimetri di lato, lo ha ricostruito un fabbro. Il secondo è dell’epoca, quasi coevo alla Passione: proviene da una nave triremi affondata ai tempi dell’imperatore Caligola, che regnò dal 37 al 41 dopo Cristo. «La doppia trafittura spiega i due distinti nuclei di sanguinamento presenti sul piede destro della Sindone. I chiodi passarono in mezzo alle articolazioni, senza ledere l’apparato scheletrico. Ciò invera sia la profezia di Isaia sia il Vangelo di Giovanni: “Non gli sarà spezzato alcun osso”».

Sarebbe stato più semplice capire come avvenne la crocifissione di Gesù di Nazaret se, anziché in quest’aula del dipartimento di ingegneria dell’ateneo di Padova, il cronista fosse stato ammesso alle prove avvenute nei sotterranei dell’Istituto di anatomia umana, diretto dal professor Raffaele De Caro. Lì i piedi e i polsi non erano del professor Bevilacqua, già direttore del reparto di fisiopatologia respiratoria del Policlinico universitario patavino dove ha lavorato per 43 anni, bensì quelli di quattro cadaveri, messi a disposizione della scienza dai legittimi proprietari mediante testamenti biologici. I fori di entrata e di uscita dei chiodi, le slogature degli arti e le altre torture che segnarono le carni del Nazareno dal pretorio di Ponzio Pilato fino al Golgota sono stati riprodotti - dal vivo, si dovrebbe scrivere, se non stessimo parlando di morti - per poi essere pubblicati su Injury, la rivista di riferimento della British trauma society e di altre associazioni mediche del settore (australiana, greca, saudita, spagnola, turca, croata, brasiliana), fra cui la Società italiana di ortopedia e traumatologia.

La ricerca scientifica, che dischiude inedite prospettive sul modo in cui fu messo a morte l’uomo in assoluto più famoso fra gli 85 miliardi d’individui vissuti fino a oggi sulla Terra, è nata dall’incontro di Bevilacqua, 75 anni, specialista in pneumologia, cardiologia, medicina interna e radiologia diagnostica, con il professor Giulio Fanti, 58, docente associato di misure meccaniche e termiche nel dipartimento di ingegneria industriale dell’Università di Padova. E ha coinvolto il professor Michele D’Arienzo, direttore della clinica ortopedica dell’Università di Palermo. I tre hanno anche ricostruito un manichino in scala 1 a 2 con la postura esatta del Cristo deposto dalla croce così come appare nell’immagine rimasta impressa nella Sindone, posizionandolo su una riproduzione del lenzuolo che rispetta le medesime proporzioni.

Si potrebbe dire che Bevilacqua si trovasse da tempo nei paraggi: al suo attivo ha tre brevetti incentrati su incenso e mirra, i primi doni che furono portati dai re magi al Bambino di Betlemme destinato a finire in croce 33 anni dopo a Gerusalemme. Con i terpeni ricavati da queste sostanze e da altri olii essenziali, lo pneumologo esegue dal 1993 terapie inalatorie che migliorano il trofismo delle cellule cerebrali, ottenendo straordinari risultati nella cura delle malattie polmonari e neurologiche, inclusi Parkinson, Alzheimer, sclerosi multipla e schizofrenia. «Nel sepolcro il corpo nudo di Cristo avvolto dal lenzuolo fu appoggiato su una pietra che Giuseppe d’Arimatea aveva cosparso con 100 libbre di una mistura ad azione antiputrefattiva a base di mirra e polvere di aloe, probabilmente anche di natron, cioè carbonato idrato di sodio, tutte sostanze assai costose. Siccome ogni molecola di natron ne assorbe 10 di acqua, la salma, anziché decomporsi, era destinata a mummificarsi».

Quanto a Fanti, è un sindonologo che aveva già pubblicato otto libri sul sacro lenzuolo custodito nel Duomo di Torino, il più recente dei quali, per le Edizioni Segno, conclude con certezza che esso risale al primo secolo dopo Cristo. «Ci sono arrivato grazie a una macchina di prove a trazione che ho progettato, tarato e costruito con l’aiuto di Pierandrea Malfi, un mio allievo laureatosi con una tesi sulla datazione delle fibre tessili. Dai test ciclici di carico e scarico sulle singole fibre di lino abbiamo potuto determinare vari parametri meccanici legati all’invecchiamento. I risultati di questi esami meccanici, combinati con i dati relativi a datazioni alternative di tipo opto-chimico, hanno permesso di dimostrare che la reliquia risale al 33 avanti Cristo con un’incertezza di 250 anni in più o in meno».

Il suo collega Luigi Garlaschelli dell’Università di Pavia mi spiegò che è tutto frutto di un procedimento chimico con ocra in polvere, opera di un falsario su un telo del 1300.

«Teoria non supportata da dati scientifici. Anche sul Journal of Imaging Science and Technology ha scritto che la Sindone è un’immagine medievale. Con Thibault Heimburger, un medico francese, ho contestato questa sua affermazione. Prima di pubblicare il nostro intervento, la rivista americana ha interpellato Garlaschelli per sapere come intendesse replicare. Non avendo argomenti per farlo, è rimasto zitto».

Perché lei si occupa della Sindone?

«Nel 1997 insegnavo ai miei studenti i sistemi di visione ed elaborazione d’immagini. Visto che quella stampata nel lenzuolo di Torino è un’immagine inspiegabile, ho voluto capirne di più».

Bevilacqua: «Per me s’è trattato di un approccio emotivo. Fino al 1964 ero credente, sono stato persino segretario dell’Azione cattolica al mio paese d’origine, San Marco in Lamis, nel Foggiano. Ma poi sono diventato ateo, perché non riuscivo a capire il significato del dolore: allora ero medico in un reparto pneumologico con 110 malati di tumore e di tubercolosi polmonare. Nel 1989 passavo un periodo difficile per problemi in ospedale. Un giorno, rincasando, mia moglie Anna Maria mi disse: “Sono andata a pregare sulla tomba di padre Leopoldo Mandic. Spero che il santo ti aiuti”. Mi riconvertì all’istante. Da quel momento vidi nella Sindone il dolore umano che si sublima nel divino e redime».

I test di laboratorio sui cadaveri che cos’hanno rivelato circa il modo in cui morì Gesù?

«Sulla Sindone mancano le impronte dei pollici e il polso sinistro presenta i segni di due inchiodature. Perché? È molto verosimile che la croce, composta da una trave orizzontale, il patibulum, e da una verticale, lo stipes, essendo di legno duro, noce o ulivo, presentasse dei fori preformati per evitare che i chiodi di ferro dolce, dopo aver trapassato le carni, si storcessero contro i pali. Probabilmente i soldati romani stirarono le braccia di Gesù con delle funi per far coincidere i punti di uscita dei chiodi con tali fori, ma l’operazione non riuscì. Perciò estrassero il chiodo conficcato fra radio, scafoide e semilunare e procedettero a una seconda inchiodatura fra le ossicine del carpo, proprio dove sulla Sindone si osserva il foro più grande di uscita del chiodo. Ma in tal modo fu deviato il tendine del muscolo flessore lungo del pollice e fu leso il nervo mediano. Ciò indusse la retrazione del pollice: ecco spiegata l’assenza di impronte. Lo abbiamo sperimentato su tre arti superiori».

Negli arti inferiori che accadde?

«L’analisi delle impronte fa riconoscere nel piede destro due fori di uscita, uno al calcagno e uno fra il secondo e il terzo osso del metatarso, mentre nel piede sinistro è riconoscibile un solo foro. L’inchiodatura sul metatarso serviva a dare stabilità alla vittima. Va tenuto conto che il Nazareno era sospeso nel vuoto: gli mancava infatti il suppedaneum sotto i piedi, un sostegno di legno utilizzato per prolungare al massimo l’agonia, che poteva in tal modo durare fino a tre giorni. Poiché è impossibile che un chiodo fuoriesca sul tallone senza rompere le ossa del piede, bisogna obbligatoriamente ammettere che Gesù abbia subìto anche una lussazione della caviglia destra prima delle inchiodature. E anche questo lo abbiamo dimostrato su cadavere in laboratorio. L’uomo della Sindone in pratica subì sette inchiodature: due per ogni polso, due al piede destro e una al sinistro, con quattro chiodi in tutto».

E prima di questo atroce supplizio?

Fanti: «Subì la flagellazione con il flagrum. L’ho ricostruito: tre cordicelle di cuoio munite di manico, che finiscono con due piombini pesanti distanziati da uno più piccolo. Ogni sferzata provocava perciò sei ferite lacero-contuse di circa 3 centimetri. Sulla Sindone se ne contano più di 370. Ma il lenzuolo avvolgeva il cadavere solo sopra e sotto, non lateralmente. È presumibile perciò che sul corpo vi fossero dai 500 ai 600 di questi lividi con lacerazione delle carni. Dividendo per il numero di piombini, stiamo parlando di circa 100 frustate».

E poi si parla di civiltà romana…

Bevilacqua: «La spalla destra risulta di 15 gradi più bassa di quella sinistra. Pure l’occhio destro è più infossato di quello sinistro. Questo significa che un grosso trauma lussò il braccio destro e danneggiò il plesso brachiale. La lesione fu provocata dal patibulum, che pesava dai 35 ai 60 chili, e dovette prodursi durante una delle cadute di Gesù sulla via del Calvario, tanto che egli non poté più reggere il carico e fu chiamato in suo aiuto Simone di Cirene».

Come previsto nel salmo 22: «Sono slogate tutte le mie ossa».

«Le lussazioni rendono compatibile la posizione delle braccia nella Sindone, incrociate a livello del pube e non al di sopra di esso, come ci si aspetterebbe in un corpo eretto, rigido, con il tronco leggermente dorsoflesso. Gesù spirò alle 15 e fu staccato dalla croce alle 18. Nelle morti traumatiche, il rigor mortis sopraggiunge quasi subito. È un effetto prodotto da actina e miosina, due proteine che, fondendosi, danno origine all’actomiosina e fanno contrarre la muscolatura. In pratica fu schiodata dal patibolo una specie di “T” umana, una salma con gli arti superiori spalancati e già induriti. Ma le articolazioni delle spalle lussate consentirono d’incrociarli sul pube con una minima forzatura».

Che cosa provocò la morte?

«Non un’asfissia, come è stato ipotizzato in passato. Essa comporterebbe perdita di coscienza e coma e invece Cristo sulla croce parlò con suo Padre, con sua Madre, con Giovanni, con i due ladroni e subito prima di morire lanciò un grido. Più probabile un infarto acuto del miocardio, al quale concorsero vari fattori».

Quali?

«Il primo è una causalgia, cioè un dolore urente, insopportabile, derivante dalla lesione dei nervi mediano e tibiale durante l’inchiodatura. Il secondo è uno shock ipovolemico in un corpo completamente disidratato e con volume ematico assai ridotto. In seguito alla caduta lungo la via crucis, vi fu anche una contusione polmonare, che provocò nel cavo pleurico una raccolta di sangue, il quale dopo la morte si sedimentò in uno strato superiore di siero, liquido limpido di colore giallino, e uno inferiore con coaguli e globuli rossi. Ciò spiega perché dal costato trafitto dalla lancia del centurione nella parte bassa del torace sia uscito prima sangue e poi acqua».

Non avete provato disagio a usare per questi esperimenti corpi appartenuti a persone come me, come voi?

«Per le indagini sul polso abbiamo utilizzato l’arto amputato a un giovane colpito da un tumore dell’avambraccio. E le salme sono state poi riutilizzate a fini didattici, per esempio da studenti di medicina statunitensi impegnati in un’esercitazione con il chirurgo plastico Cesare Tiengo».

Fanti: «Disagio? Zero virgola zero. Semmai ho provato gratitudine per il Creatore di questi corpi. Seguo i colleghi universitari che costruiscono i robot. Be’, da ingegnere posso assicurarle che un braccio umano presenta una complessità infinitamente superiore a quella dell’androide più sofisticato».

Ma cosa può dire un telo bruciacchiato agli uomini d’oggi?

«Se non fosse autentico, bisognerebbe ipotizzare che un falsario vi abbia avvolto un cadavere dopo averlo torturato barbaramente. Poiché un esperimento non riesce al primo tentativo, si dovrebbe pensare a più cadaveri torturati. Perciò o la Sindone è vera o documenta un assassinio. Papa Francesco ha deciso una nuova ostensione nel 2015. Gli chiedo: i pellegrini andranno a venerare nel Duomo di Torino la prova di un delitto plurimo o l’immagine del Risorto? Vorrei un sì o un no. Come Gesù comandò nel Discorso della Montagna».

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