"Questo Papa non mi piace e dirlo è un preciso dovere"

anticattocomunismo:

Il giornalista e scrittore Alessandro Gnocchi: «Lo dispone il codice di diritto canonico. Francesco ha “assolto” al telefono il mio amico morto 24 ore dopo l’uscita del libro: “Le critiche fanno bene”».

di Stefano Lorenzetto (23/03/2014)

image

Vittorio Feltri, pur dichiarandosi ateo, dice che non bisogna mai parlare male del Papa e cita a mo’ d’esempio il caso di Umberto Bossi, che nel 2004 attaccò Giovanni Paolo II e pochi giorni dopo fu colpito da ictus cerebrale. «Essendo cattolico, le superstizioni non mi sfiorano», sorride mesto Alessandro Gnocchi, che firma con Giuliano Ferrara e Mario Palmaro il saggio Questo Papa piace troppo, «un vademecum al vetriolo» - così lo presenta l’editrice Piemme - contro Jorge Mario Bergoglio: «I gesti e le parole di Papa Francesco sono un campionario di relativismo morale e religioso; le sue esibizioni di ostentata povertà stucchevoli e ben poco francescane; la sua proclamazione dell’autonomia della coscienza in palese contrasto con il catechismo e il magistero dei papi precedenti».

Anche a Gnocchi, per la verità, è accaduto qualcosa di terribile. Mercoledì 12 marzo, appena 24 ore dopo che il volume era arrivato nelle librerie, ha dovuto accompagnare al camposanto Palmaro, 45 anni, l’amico di una vita, del quale nel 1998 era stato testimone di nozze insieme con Eugenio Corti, autore del celebre romanzo Il cavallo rosso. «Martedì 4, ormai consumato dal cancro al fegato, ha voluto inviarmi alcune integrazioni per il nostro articolo sulla relazione con cui il cardinale Walter Kasper aveva aperto il concistoro sulla famiglia, uscito l’indomani sul Foglio: conservo le note battute al computer con caratteri rossi come se fossero una reliquia. Giovedì 6 ha fatto in tempo a vedere la copia staffetta di Questo Papa piace troppo: era felice. Domenica 9 ha reso l’anima a Dio».

Ma è il modo in cui quest’anima è tornata a Dio che forse dovrebbe impressionare, più del libro, l’augusta persona oggetto degli strali di Gnocchi e Palmaro. «Sono arrivato a casa di Mario alle 19.30. Al capezzale c’erano la moglie Annamaria con i figli Giacomo, 14 anni, Giuseppe, 12, Giovanna, 8, Benedetto, 7, la matrigna, perché la madre morì nel 1968 partorendolo, e due vicine. L’agonia è stata dolorosa, tremenda. Alle 22 abbiamo cantato il Salve Regina. Alle 22.10 è spirato».

Papa Francesco sapeva che quel suo censore, laureato in giurisprudenza alla Statale di Milano con una tesi sull’aborto procurato, docente di filosofia teoretica, etica e bioetica al Pontificio ateneo Regina Apostolorum e di filosofia del diritto all’Università Europea di Roma, era gravemente malato, senza speranza, da quasi due anni. E lo scorso 1° novembre, festa di Ognissanti, intorno alle 18 gli telefonò nella sua casa di Monza, senza passare per il centralino del Vaticano. «Sono Papa Francesco», si presentò. «La riconosco dalla voce, Santo Padre», rispose con candore la moglie, «attenda un attimo». Non disponendo di un cordless, la signora andò a chiamare il marito, che giaceva nel letto. «So che sta male, professore, e prego per lei», si sentì confortare Palmaro, dopo aver raggiunto con fatica la cornetta. «Mario fu molto rincuorato dalla chiamata», racconta Gnocchi. «Al momento del congedo, disse a Francesco: “”Santità, forse lei saprà che le ho dedicato alcuni rilievi assai severi. Voglio però confermarle che la mia fedeltà al successore di Pietro resta intatta””. Il Pontefice gli rispose: ““Penso che abbia scritto per amore verso la Chiesa. E comunque le critiche fanno bene””».

image

Adesso guardi, a pagina 35, il capitolo iniziale dell’ultimo libro, con quell’intestazione assai più assertiva del titolo, Questo Papa non ci piace, e quella firma commerciale, «di Gnocchi & Palmaro», e potresti scambiarlo per un copione farsesco alla Garinei & Giovannini o per un pamphlet ingiurioso. Invece la poco premiata ditta Gnocchi & Palmaro, ben nota ai lettori del Giornale, è stata un’autentica fucina di libri - una ventina - sempre molto documentati, rigorosissimi, dettati soltanto da ardore apologetico nella difesa della Chiesa, della tradizione, della dottrina e della morale, in una parola di quello che un tempo si definiva «depositum fidei».

Gnocchi, 54 anni, bergamasco di Villa d’Adda, sposato, tre figli, è giornalista professionista dal 1992. All’anulare sinistro porta, unito alla fede nuziale, un rosario d’oro di forma circolare; un altro rosario da frate trappista, con i grani di legno che sembrano chicchi di caffè, il teschio ai piedi della croce e otto medagliette sacre ciondolanti, lo tiene nella tasca dei pantaloni. Laureato in filosofia alla Cattolica, ha scritto come free-lance per Gente e Oggi prima d’essere assunto a Historia e poi a Tv Sorrisi e Canzoni. Oggi lavora per i periodici Mondadori. È considerato il maggior studioso di Giovannino Guareschi, al quale ha dedicato cinque saggi, oltre a due antologie scritte in collaborazione con Palmaro. «L’amicizia con Mario nacque proprio da una recensione che dedicò nel 1995, sul Cittadino di Monza, al mio primo saggio sull’inventore di don Camillo e Peppone».

Perché è innamorato di Guareschi?
Don Camillo fu l’unico libro che mio padre, un operaio, mi regalò. Avevo 14 anni. Non ho più smesso di leggerlo.

Com’è approdato al giornalismo?
Avrei voluto fare il ricercatore, ma l’università non garantiva il pane. Cominciai a collaborare al Candido, il settimanale fondato da Guareschi. Due colleghi, Maurizio Cabona e Alberto Pasolini Zanelli, mi trovarono un posto nella segreteria di redazione del Giornale diretto da Indro Montanelli. Era il 1987.

In che modo si definirebbe?
Cattolico tradizionalista. Partecipo alla messa tridentina che si celebra la domenica alle 9 nella chiesa di Santa Maria della Neve a Bergamo. Non provengo da una famiglia bigotta. A 8 anni feci le prove per diventare chierichetto, ma resistetti solo due settimane.

Che cosa non la convince di Papa Francesco?
Il consenso generale di cui gode. Il Vangelo insegna: “Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi”. Luca 6, 26. Mi allarma l’assoluta omogeneità con i mass media, ai quali è sensibilissimo. Crede di servirsene, invece lo usano in chiave mondana. Ormai è costretto a dire solo ciò che s’aspettano da lui.

Che altro?
Ha demolito lo spirito della liturgia. Porta una croce pettorale che “deve” sembrare povera. In realtà è d’argento, non di ferro. Ma pare fatta apposta per attirare l’attenzione sulla persona che la indossa, più che su Colui che vi è appeso. Anche quell’incomprensibile decisione di abitare nella Casa Santa Marta, anziché nel Palazzo apostolico… È come se rimproverasse ai predecessori d’essere stati fuori posto.

Dice che là si sarebbe sentito solo.
Ma il Papa è solo! L’uomo più solo che esista al mondo. Dei precedenti pontefici percepivo che erano diversi da me. In Francesco non colgo il senso del sacro.

«La Chiesa è un ospedale da campo dopo una battaglia», ha spiegato, non una fortezza. «È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti».
Come dire che al malato non va imposta nessuna terapia. Invece io penso che la medicina per chi è lontano da Cristo sia molto amara. È l’aspetto forse più inquietante del suo magistero: far credere che vi sia un’alternativa insanabile fra rigore dottrinale e misericordia. Ma il Padreterno è prima di tutto giusto nel distribuire premio e castigo. Se fosse solo buono, non avremmo motivo di migliorarci. Quando poi il Papa in un’intervista a Eugenio Scalfari arriva a dire “io credo in Dio, non in un Dio cattolico, non esiste un Dio cattolico”, è arduo per L’Osservatore Romano o Avvenire dare la colpa a una frase estrapolata dal contesto.

Perché avrà invitato a pranzo proprio Scalfari?
Qualche consigliere gli avrà fatto credere che La Repubblica era il pulpito perfetto per farsi ascoltare dai non credenti. Ma quella su Dio che non sarebbe cattolico è un’affermazione che acquista valore dottrinale anche se raccolta da un giornalista, perché nel mondo secolarizzato di oggi un’intervista conta assai più di un’enciclica, forma le coscienze. Il cattolico medio è ignorante, pensa che il Papa sia infallibile sempre, anche quando non parla ex cathedra. Ecco, Francesco ha trasformato un quotidiano laicista in cattedra, dando ragione a Marshall McLuhan, secondo il quale il mezzo è il messaggio. La stampa s’è erta a cathedra e veicola il verbo pontificio che più le fa comodo.

In meno di sei mesi Francesco ha dato interviste anche alla “Civiltà cattolica”, alla “Stampa”, al “Corriere della Sera”, alla radio argentina Bajo Flores.
Dovrebbe parlare meno. Il silenzio è eloquente. Giovanni Paolo II evangelizzò di più con la sua muta agonia che non con tutti i viaggi apostolici. So di molti atei che si sono convertiti nel vederlo inchiodato alla croce della sofferenza.

Dall’intervista che Leone XIII concesse nel 1892 a Caroline Rémy del Figaro a quella che Paolo VI rilasciò nel 1965 ad Alberto Cavallari del “Corriere”, trascorsero 73 anni. Ora non passa mese senza un’uscita pubblica.
«Quando lavoravo a Historia, un collega propose: “Dovremmo intervistare il Papa”. Il caporedattore Gian Piero Piazza, un non credente, lo zittì: “Il Papa non concede interviste perché è un re”. Aveva colto in pieno la maestà del ruolo».

Ma a un cattolico è consentito criticare il Sommo Pontefice?
È addirittura un obbligo sancito per i laici dal canone 212, paragrafo 3, del codice di diritto canonico: “In modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli”. Non creda che sia stato facile, per Palmaro e per me, dire a nostro padre che cosa pensassimo di lui.

E nemmeno conveniente.
Mi ha turbato il modo in cui padre Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria, ci ha cacciati dopo 10 anni di interventi trasmessi gratis et amore Dei. Non erano neppure passate 24 ore dalla sepoltura di Mario quando l’ho sentito infierire via etere, vantandosi del “bel repulisti” compiuto fra i conduttori: “”Qualcuno ho dovuto farlo scendere dalla cattedra e metterlo su un semplice seggiolino””. Fra tanti denigratori, nessuno, neppure un prete, ha presupposto la nostra buona fede. Siamo stati inondati di mail e telefonate d’insulti, ci hanno cancellato le conferenze già fissate in giro per l’Italia. Non potendo demolire gli argomenti, sono state demolite le persone.

Sa che cosa diceva Nello Vian, amico di Paolo VI e padre di Giovanni Maria Vian, quando il futuro direttore dell’Osservatore Romano da giovane osava avanzare qualche timida critica a un pontefice in carica? «Il Papa è il Papa e tu sei un furfante!».
Si vede che conosceva bene suo figlio. Battuta a parte, capisco l’argomento: il Papa ha sempre ragione. Vorrei tanto che fosse così. Ma bisognerebbe andare a rileggersi la profezia, tanto cara a padre Fanzaga, che la Madonna fece nel 1846 ai ragazzi francesi di La Salette, là dove dice che “Roma perderà la fede”.

Come mai le gerarchie sono sempre pronte a bastonare i difensori della tradizione e a rincorrere gli atei?
Me lo chiedo anch’io. Ho visto Giovanni Zenone, editore di molti dei libri che ho scritto con Palmaro, relegato al ruolo di bidello e poi estromesso dall’insegnamento della religione cattolica nelle scuole. Il vescovo di Verona, Giuseppe Zenti, che dialogava in pubblico con Margherita Hack, ha giustificato la rimozione con presunte “carenze pedagogiche e didattiche”. Eppure Zenone, sposato, 6 figli, laureato, ha più titoli di tutti i suoi colleghi, è assiduo ai sacramenti, e tre mesi dopo il provvedimento ha ricevuto in Vaticano il premio Giuseppe Sciacca dalle mani del cardinale Darío Castrillón Hoyos con questa motivazione: “Docente di straordinaria perizia e qualità pedagogiche, ha dato impulso alla diffusione di una sana cultura teologica e storica, scevra da compromessi ideologici e unicamente orientata a superiori finalità spirituali nel rispetto della verità oggettiva, secondo il perenne insegnamento del magistero della Chiesa”.

Ma lei che cosa si aspettava da un pontefice nato e vissuto in un Paese dove il 70% dei minori vive nell’indigenza e ogni 5 minuti una ragazza madre fra i 13 e i 17 anni partorisce un bimbo concepito per caso?
«Chi diventa Papa, non è più lui: è il vicario di Cristo sulla terra, non l’arcivescovo di Buenos Aires. Anche se si chiama Francesco, dovrebbe tenere ben presente che i diseredati non sono più buoni per il solo fatto d’aver fame. La miseria non rende migliori. È il primo insegnamento che don Camillo impartisce a don Chichì, curato progressista: “La povertà è una disgrazia, non un merito”».

© IL GIORNALE

Il papa vuole la discussione aperta, e ormai lo è (fin troppo)

anticattocomunismo:

Ferite aperte nell’ospedale da campo. l cappuccino di Boston e il custode della fede molto esposti sulla linea Caffarra (e critici con Kasper).

di Matteo Matzuzzi (22 marzo 2014)

image

Conversando con il quotidiano tedesco Rhein Zeitung, il cardinale Walter Kasper sottolineava - a proposito della questione della riammissione ai sacramenti dei divorziati risposati - l’importanza di vedere avviata “una seria discussione”.

L’ultima e decisiva parola sarà quella del Papa, al termine dei due sinodi sulla famiglia in programma il prossimo ottobre e l’anno prossimo. La speranza del prefetto emerito del Pontificio consiglio per l’Unità dei cristiani, però, è che alla fine arrivino “delle aperture”. Precisa, il grande teologo cresciuto alla scuola di Tubinga scelto da Francesco per tenere l’ouverture della discussione presinodale davanti ai cardinali riuniti in concistoro, che “non si intende approvare un adattamento alla situazione attuale, bensì affermare che Dio è misericordioso con l’uomo e rende possibile una nuova occasione”. E al dibattito hanno subito preso parte altri porporati di rango.

Dopo il cardinale Carlo Caffarra, che su questo giornale invitava a non cedere ad “accomodamenti indegni del Signore”, al National Catholic Register ha parlato il cardinale cappuccino arcivescovo di Boston, Sean O’Malley. Unico esponente nordamericano della consulta degli otto che consiglia il Papa circa il governo della chiesa universale, O’Malley ha assicurato che “la Chiesa non muterà il suo insegnamento sull’indissolubilità del matrimonio”. Semmai, ha aggiunto, “ci sarà uno sforzo per aiutare chi ha sperimentato il fallimento del matrimonio” e durante gli incontri sinodali si “cercherà di valutare attraverso quali strade”. Non è la prima volta che l’arcivescovo di Boston - pur prudente e lontano dalla linea dei “conservatori aperti al mondo” dominante nell’episcopato americano - entra nella discussione sulla famiglia e il matrimonio.

Poco più di un mese fa, in un’intervista concessa al Boston Globe, aveva detto che “la Chiesa non può cambiare le sue posizioni a seconda dei tempi”, aggiungendo di “non vedere alcuna giustificazione teologica per cambiare l’atteggiamento della chiesa sulla riammissione dei divorziati risposati ai sacramenti”. Concetto ribadito anche dal cardinale Raymond Leo Burke, prefetto del Supremo tribunale della segnatura apostolica, nel corso di una lezione alla Catholic University of America di Washington: “Il matrimonio non può essere sciolto da alcun potere umano. L’unica ragione è la morte” di uno dei due coniugi. Non solo, ma il porporato conservatore chiamato a Roma da Benedetto XVI nel 2008, ha anche criticato la pratica degli “annullamenti facili”, che porta solo “grave danno”. Il problema, secondo Burke, sta tutto nel “falso concetto di misericordia”, slegato dalla “verità”.

“Non si può relativizzare la misericordia”

Che la questione divida i porporati e confermi la divergenza di vedute già emersa nel corso del concistoro di febbraio - fatto sottolineato dal cardinale Reinhard Marx e confermato nell’intervista al Corriere della Sera dal Papa in persona - lo prova anche quanto detto giovedì sera dal cardinale Gerhard Ludwig Müller. Il prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, intervenuto all’istituto superiore di scienze religiose di Capua per presentare il sesto volume dell’opera omnia di Joseph Ratzinger e per ritirare il premio dell’associazione cattolica “Tu es Petrus”, ha duramente criticato la relazione sulla famiglia presentata dal connazionale Walter Kasper. Senza mai nominarlo, Müller ha detto di non essere affatto contento “quando sento cardinali che vanno in giro parlando di tante cose”, magari mostrandosi favorevoli a “dare la comunione ai divorziati-risposati”. Anche perché “la misericordia, che è iustitiaeplenitudo, non può essere relativizzata con l’assenza della giustizia”.

Il custode dell’ortodossia cattolica l’aveva già scritto nell’articolo pubblicato dall’Osservatore Romano lo scorso 22 ottobre e l’aveva ribadito in numerose circostanze nei mesi seguenti. Il problema più discusso, quello della comunione ai divorziati risposati, per Müller neppure dovrebbe porsi: “Significherebbe tradire la volontà e la parola del Signore”. Analogo giudizio circa le seconde unioni, la “seconda possibilità” sul modello ortodosso ipotizzata dal cardinale Kasper e giustificata dal fatto che “la misericordia di Dio non ha mai fine per chi la chiede” e si pente: per il prefetto dell’ex Sant’Uffizio nominato da Benedetto XVI nel 2012 e confermato da Francesco, quelle unioni “non possono essere riconosciute”. E per chiarire ancora meglio il suo punto di vista, l’ex vescovo di Ratisbona ha chiarito che “ogni volta che si mette in dubbio la dottrina della Chiesa si tradisce Cristo”.

© - FOGLIO QUOTIDIANO

In pochi mesi sei nuovi santi canonizzati fuori dalle regole

Cioè senza un miracolo accertato dopo la loro beatificazione. È una procedura eccezionale, usata poche volte nella storia. Ma papa Francesco se ne avvale con una frequenza che non ha precedenti.

di Sandro Magister (20/03/2014)

Ricevendo in udienza monsignor Bernardo Álvarez Afonso, vescovo di San Cristóbal de la Laguna a Tenerife, nelle isole Canarie, papa Francesco gli ha annunciato che il prossimo 2 aprile proclamerà santo un illustre figlio di quelle isole, il gesuita José de Anchieta (1534-1597), definito l’Apostolo del Brasile.

La notizia era già stata anticipata a fine febbraio dal cardinale Raymundo Damasceno Assis, arcivescovo di Aparecida e presidente della conferenza episcopale brasiliana.

Ma monsignor Álvarez ha diffuso la notizia sul sito della sua diocesi il giorno stesso dell’udienza, l’8 marzo, fornendo ulteriori dettagli sull’evento.

Ha spiegato infatti che Anchieta verrà ascritto nell’elenco dei santi assieme a due beati nati in Francia e che hanno avuto un ruolo di primo piano nell’evangelizzazione del Canada: la mistica missionaria Maria dell’Incarnazione, al secolo Marie Guyart (1599-1672), e il vescovo Francesco de Montmorency-Laval (1623-1708).

I tre furono beatificati da Giovanni Paolo II il 22 giugno 1980 assieme ad altri due venerabili vissuti nelle Americhe, che nel frattempo sono stati già canonizzati con la procedura ordinaria: Pietro de Betancour (1626-1667), e la giovane vergine pellerossa Caterina Tekakwitha (1656-1680), proclamati santi, rispettivamente, da Giovanni Paolo II il 30 luglio 2002 e da Benedetto XVI il 21 ottobre 2012.

Tutto normale? No. Il vescovo di Tenerife ha rivelato che i tre beati saranno proclamati santi non con la procedura ordinaria, che esige il riconoscimento canonico di un miracolo attribuito alla loro intercessione, ma attraverso un canale straordinario storicamente definito “canonizzazione equipollente”.

In cosa consista questa procedura speciale, che “è stata sempre presente nella Chiesa e attuata regolarmente, anche se non frequentemente”, lo ha illustrato su “L’Osservatore Romano” del 12 ottobre 2013 il cardinale Angelo Amato, prefetto della congregazione delle cause dei santi.

Spiega il porporato: ”Per tale canonizzazione, secondo la dottrina di Benedetto XIV, si richiedono tre elementi: il possesso antico del culto; la costante e comune attestazione di storici degni di fede sulle virtù o sul martirio; la ininterrotta fama di prodigi”.

Continua il cardinale Amato: ”Se si soddisfano queste condizioni – è ancora dottrina di papa Prospero Lambertini – il sommo pontefice, di sua autorità, può procedere alla ‘canonizzazione equipollente’, cioè all’estensione alla Chiesa universale della recita dell’ufficio divino e della celebrazione della messa [in onore del nuovo santo], ‘senza alcuna sentenza formale definitiva, senza aver premesso alcun processo giuridico, senza aver compiuto le consuete cerimonie’”.

In effetti lo stesso papa Lambertini – in un tomo della sua monumentale opera “De servorum Dei beatificatione et beatorum canonizatione” ora disponibile anche in italiano per i tipi della Libreria Editrice Vaticana – enumera dodici casi di santi canonizzati in questo modo prima del suo pontificato (1740-1758).

Essi sono: Romualdo (canonizzato nel 1595), Norberto (1621), Bruno (1623), Pietro Nolasco (1655), Raimondo Nonnato (1681), Stefano di Ungheria (1686), Margherita di Scozia (1691), Giovanni di Matha e Felice di Valois (1694), Gregorio VII (1728), Venceslao di Boemia (1729), Gertrude di Helfta (1738).

Il cardinale Amato poi, sempre su “L’Osservatore Romano” del 12 ottobre scorso, enumera anche le “canonizzazioni equipollenti” successive a Benedetto XIV: Pier Damiani e Bonifacio martire (canonizzati nel 1828); Cirillo e Metodio di Salonicco (1880); Cirillo di Alessandria, Cirillo di Gerusalemme, Giustino martire e Agostino di Canterbury (1882); Giovanni Damasceno e Silvestro abate (1890); Beda il venerabile (1899); Efrem Siro (1920); Alberto Magno (1931); Margherita di Ungheria (1943); Gregorio Barbarigo (1960); Giovanni d’Avila e Nicola Tavelic e tre compagni martiri (1970); Marco di Križevci, Stefano Pongrácz e Melchiorre Grodziecki (1995).

Come si può notare, Giovanni Paolo II, che pur da solo ha proclamato più santi e beati di tutti i suoi predecessori messi assieme – da quando i papi hanno riservato a sé tale potere – ha usato una sola volta la procedura della “canonizzazione equipollente”.

Anche Benedetto XVI l’ha usata una sola volta, con Ildegarda di Bingen proclamata santa il 10 maggio 2012.

Papa Francesco invece ha già usato questa procedura eccezionale due volte. Il 9 ottobre 2013 con Angela da Foligno (1248-1309) e il successivo 17 dicembre con il gesuita Pietro Favre (1506-1546).

E la userà per una terza volta, proclamando tre nuovi santi, il prossimo 2 aprile, con il gesuita Anchieta, con suor Maria Guyart e con il vescovo Francesco de Montmorency-Laval.

In pratica l’attuale papa, in un solo anno di pontificato, ha fatto ricorso a questa modalità speciale in una quantità di casi inferiore al solo Leone XIII, che l’ha usata un poco di più, anche se in un arco di vent’anni (tra il 1880 e il 1899) e applicandola a personalità del primo millennio dell’era cristiana, con l’unica eccezione di Silvestro abate, vissuto comunque nel lontano XIV secolo.

Papa Francesco, insomma, pur amando la qualifica di semplice vescovo di Roma, esercita in pieno le prerogative che gli spettano in qualità di sommo pontefice della Chiesa universale anche nella politica delle canonizzazioni. Politica particolarmente delicata perché, nonostante opinioni contrarie presenti tra i teologi, secondo la dottrina in vigore le canonizzazioni – al contrario delle beatificazioni – impegnano il magistero infallibile della Chiesa.

Quando infatti nel 1989 venne promulgato il motu proprio di Giovanni Paolo II “Ad tuendam fidem”, in una successiva “Nota dottrinale” annessa, firmata dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, “le canonizzazioni dei santi” furono esplicitamente citate tra “le dottrine proposte infallibilmente” dalla Chiesa “in modo definitivo”, assieme ad altre dottrine come l’ordinazione sacerdotale da riservarsi soltanto agli uomini, l’illiceità dell’eutanasia, l’illiceità della prostituzione e della fornicazione, la legittimità dell’elezione di un papa o della celebrazione di un concilio ecumenico, la dichiarazione di Leone XIII sulla invalidità delle ordinazioni anglicane.

In questo campo, quindi, risulta clamorosa anche la decisione presa da papa Francesco di procedere alla canonizzazione di Giovanni XXIII – che sarà celebrata il prossimo 27 aprile – con procedura ordinaria, ma senza che sia stato canonicamente accertato, come di norma, un miracolo attribuito alla sua intercessione e avvenuto dopo la sua beatificazione.

Si tratta di una deroga particolarmente eclatante. Esercitando il potere di sommo pontefice Francesco ha disposto che per canonizzare Angelo Roncalli, in via del tutto eccezionale, non sia necessario il miracolo e bastino la perseverante fama di santità che circonda la sua figura e la “fama signorum”, cioè le grazie a lui attribuite, che continuano ad essere testimoniate anche se nessuna di loro è stata certificata canonicamente come miracolo vero e proprio.

In pratica, anche qui Francesco ha sfruttato al massimo grado il potere pontificio di cui dispone in quanto capo della Chiesa universale, per assumere una decisione che non sembra avere precedenti per quanto riguarda cause non concernenti martiri.

© www.chiesa

Questo Papa piace troppo: l’ultima appassionata opera di Mario Palmaro

di Cristina Siccardi (19/03/2014)

Mario Palmaro (Cesano Maderno, 5 giugno 1968 – Monza, 9 marzo 2014), prima di lasciare il mondo all’età di 46 anni non ancora compiuti, ha voluto dare un segno profondo della sua perseverante Fede: il funerale. Mercoledì 12 marzo, nel magnifico Duomo di Monza, si è celebrata una sublime Santa Messa solenne da Requiem, alla quale hanno partecipato circa 1500 persone: un atto sacro e pubblico di grande significato e di immenso valore spirituale.

Il rito latino, interamente cantato in gregoriano da un eccellente coro, è stato di una bellezza straordinaria, che tutti i presenti hanno apprezzato e compreso, benché molti abbiano assistito, per la prima volta nella loro vita, a questa forma di esequie. Il silenzio è stato assoluto, rispettato anche dalle decine e decine di bambini, che hanno respirato, in maniera edificante, tutta l’intensità religiosa e cattolica del rito di San Pio V e che Palmaro ha chiesto ed ottenuto non senza difficoltà.

Al rito liturgico erano presenti molti sacerdoti e molti rappresentanti della cultura e del giornalismo italiano, fra cui Giuliano Ferrara, positivamente impressionato dalla funzione. Proprio Ferrara insieme ad Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro ha scritto un libro uscito in questi giorni, dal titolo Questo Papa piace troppo. Un’appassionata lettura critica (Piemme, pp. 220, € 15,90).

Ferrara, uomo che ha attraversato diverse fasi del pensiero politico e filosofico, si dichiara fuori dalla Chiesa, tuttavia come egli afferma è battezzato ed è romano, inoltre non «ho fede, ma considero perduta un’umanità senza fede, fanatizzata e uniformata dall’incredulità come religione dei Lumi e del politicamente corretto» (p. 7). Guarda alla trasformazione della Chiesa e all’istituto del Papato con disincanto, con acume e con lucida preoccupazione. «Penso Francesco come un gesuita del Cinquecento e mi aspetto che illuda il mondo e deluda il demi-monde che lo applaude, corteggia, blandisce in ogni modo», a lui, laico non cattolico, ma interessato al cattolicesimo, in un certo senso piace il gesuita Francesco, lo incuriosisce e lo ritiene un rivoluzionario, e crede che sia intenzione del Pontefice perseguire il combattimento segreto e mimetico con il mondo, seguendo la spiritualità di san Pietro Favre, confratello di sant’Ignazio di Loyola. «Penso e spero che non sia un banale progressista, uno che voglia confondersi con il pensiero dominante per amore di una Chiesa garantita da pacificazione politica, accettazione storica, rassegnazione etica, anonimato culturale» (p. 8).

Riflette Ferrara sul modo bergogliano di governare la Chiesa in maniera autoritaria, brusca e sbrigativa, spogliando il potere pontificio dei segni e degli atteggiamenti sacrali, apparendo come una persona qualunque, demitizzando, così, Chiesa e Papato.

«Questo Papa piace troppo» è un pamphlet, dove troviamo un esame complessivo e sintetico dell’operato, fino ad oggi, di Papa Francesco, amato e idolatrato soprattutto dai malati dell’“ospedale da campo”, i quali vedono in lui il loro tenero e misericordioso difensore, «il beatissimo cocco di quel mondo che si vuole assolto nei peccati e nei vizietti mondani» (pp. 8-9).

Ferrara mette in luce il magistero di un Papa che parla ai figli postmoderni di Diderot e D’Alembert, che si definisce più Vescovo che Papa, che divide le mani giunte di un chierichetto, che utilizza i media a suo piacimento, che incita a prendere l’odore delle pecore, che viaggia con una borsa da lavoro, che telefona ai cittadini, che tratta il gregge riunito in folla con la tecnica sociologica e politica populista, che utilizza i mezzi dei polls per tastare il consenso della base, che ogni mattina fa un discorso «biblico-politico nella modesta cappella della sua precaria residenza» (p. 15), che offusca la persona papae nella sua astrazione e dà energia, individualità e attivismo alla personalità di chi la riveste pro tempore, tanto da dar vita al mito Bergoglio, che la maggioranza esalta e utilizza per i suoi piccoli o grandi interessi: dalla divorziata che convive alle lobby omosessuali. Per il giornalista James Carroll del “New Yorker” Papa Francesco «non è un liberal, ma se darà luogo a una svolta vera nel modo in cui il potere è esercitato nella Chiesa può rivelarsi un radical» (p. 16).

Attraverso una carrellata di gesuiti, teologi e filosofi, Ferrara offre la sua interpretazione su Papa Bergoglio e ragiona ad alta voce per giungere poi ad una decodificazione che, a conti fatti, gli sfugge di mano a causa degli ambigui e pericolosi ammiccamenti del Pontefice all’abissale ignoranza dei nostri tempi. Ignoranza della ragione, della religione, del diritto naturale, del mistero e del senso reale dell’esistenza.

Ferrara si compiace delle critiche vivaci e rispettose, illuminate da reverente devozione, dei cattolici Gnocchi e Palmaro, dei quali nel libro sono riprodotti tutti i profondi, meditati, ironici e sofferti articoli, comparsi su “il Foglio” a riguardo del Papa regnante. La coppia Gnocchi e Palmaro ha posto Francesco non sotto l’obiettivo caduco e fallace delle telecamere o di twitter o di facebook; bensì sotto quello perenne della Tradizione della Chiesa, dalla quale Jorge Mario Bergoglio esce in maniera davvero poco consolante per quei cattolici che vogliono continuare a vivere da cattolici. Leggendo i loro contributi sorge una domanda: la Chiesa è ancora protesa nell’edificazione della Città di Dio (il Dio cattolico e non ecumenico) oppure è prona alle confuse regole di una confusissima città dell’uomo?

Il libro si conclude con un’appendice del Direttore de “il Foglio”, dove in qualche modo si vede la sua simpatia per un Papa scabroso, che definisce cinquecentesco, che utilizza tutti i metodi moderni della propaganda per conquistare, con la parola e il gesto, una civiltà totalmente secolarizzata. Eppure questa sua simpatia non elide la constatazione dei fatti: «Ora la Chiesa si fa figlia del mondo, e il suo adulterio sentimentale è sotto gli occhi di tutti. Gesù è un avvocato delle nostre debolezze, come ha detto Francesco in un Angelus, e il peccato esiste solo per essere cancellato da una penitenza che, non sia mai, per la carità, deve esprimersi in una confessione benigna» (p. 201), dove il giudizio divino non è rigoroso come si è sempre detto, ma viene sostituito da una misericordia dal sapore tutto psicanalitico.

© CORRISPONDENZA ROMANA

Trappole della “misericordia”

anticattocomunismo:

Colloquio con Danilo Castellano a cura di Matteo Matzuzzi.

di Matteo Matzuzzi (20/03/2014)

image

«È vero che la misericordia divina è infinita. Essa, però, pur essendo illimitata, non è senza criteri. Non può, pertanto, essere invocata anche in presenza di una autentica e perseverante “sfida” a Dio come si verificherebbe nel caso di permanenza nel peccato». Il professor Danilo Castellano, ordinario di Filosofia politica e docente di Filosofia del diritto all’Università di Udine (dove è stato anche preside di Giurisprudenza), interviene nel dibattito seguito alla pubblicazione della relazione concistoriale tenuta dal cardinale Walter Kasper sulla famiglia e resa nota dal Foglio. Allievo del filosofo Augusto Del Noce e già direttore dell’istituto internazionale di studi europei “Antonio Rosmini” di Bolzano, Castellano spiega che «i cosiddetti “risposati” divorziati, per esempio, per poter invocare (e ottenere) misericordia devono riconoscere la propria colpa (come Davide) e chiederne perdono. Condicio sine qua non di ciò è l’abbandono della condizione di peccato. Dio, infatti, dà non solamente “una seconda possibilità”, ma un numero infinito di possibilità di perdono. Non potrebbe perdonare, però, chi intende rimanere e ostinatamente rimane nel peccato. La teoria che sembra sorreggere la relazione Kasper si allontana, pertanto, dal Vangelo».

Kasper peggio di Lutero

Ma non è tutto, visto che a giudizio del nostro interlocutore quanto illustrato dal teologo tedesco «va persino oltre Lutero, perché pretenderebbe di cancellare il peccato e, quindi, di rendere impossibile la sua realizzazione. Più che di “annacquamento” dell’insegnamento cattolico si dovrebbe parlare di “abbandono”, rendendo inutile lo stesso magistero e, in ultima analisi, superflua la stessa discussione sinodale sulla questione». Il problema, dunque, ruota attorno al valore da attribuire alla misericordia, «termine proprio soprattutto della cultura religiosa ebraico-cristiana», che «invoca innanzitutto la compassione per la miseria morale e spirituale dell’uomo», dice Castellano, che aggiunge: «Assume anche il significato positivo di compassione, di partecipazione. In questo caso, però, è sempre una situazione negativa che genera la pietà. Il termine continua a essere usato anche dalla cultura cristiana contemporanea. Sembra, però, che esso stia subendo una sostanziale trasformazione». Di cosa si tratta? «Si ritiene, infatti, che la misericordia comporti l’espulsione della giustizia. Non solo, dunque, un suo generoso superamento».

“Nemmeno Dio può cancellare il peccato”

Una questione che dunque, sottolinea il nostro interlocutore, “è particolarmente delicata in quanto anche la cultura cattolica ha iniziato a usare il termine misericordia con il significato luterano: la misericordia non implicherebbe il preliminare e necessario abbandono del peccato ma solamente la fiducia nel fatto che Dio non ne terrà conto (pecca fortiter sed crede fortius).

Il problema, sottolinea Castellano, è «almeno implicitamente posto da quelle dottrine teologico-morali che, per esempio, a proposito delle convivenze adulterine (il cosiddetto “secondo matrimonio” dei divorziati) sostengono che si può continuare a vivere in una condizione di peccato e nello stesso tempo ritenersi in pace con la propria coscienza. Dio, in altre parole, potrebbe non tenere in alcun conto quello che una persona fa, perché sarebbe solo misericordia. È tesi ovviamente insostenibile. Non solo perché Dio non può essere ingiusto ma anche e soprattutto perché a causa del peccato ha sacrificato il proprio Figlio: se la misericordia fosse da intendere come indifferenza di Dio per il peccato, l’incarnazione, la passione e la morte in croce di Cristo sarebbe un’assurdità veramente incomprensibile». Inoltre, «si può osservare che nemmeno Dio può cancellare il peccato. Può farsene carico ma non metterlo nel nulla. Se il male potesse essere cancellato, in ultima analisi è come se esso non ci fosse. La misericordia, pertanto, non può annullare il bene e il male. In questo caso sarebbero posti, come conseguenza, nel nulla anche i “Nuovissimi” e il magistero non solo non avrebbe alcun senso ma sarebbe violenza contro l’uomo e presunzione verso Dio». Questione che si pone anche dinnanzi alla relazione di taglio teologico presentata dal cardinale Kasper; un testo che per Castellano «pone diversi problemi».

La “relazione Kasper” legittima il peccato

Uno di questi, a giudizio dell’ordinario di Filosofia politica all’Università di Udine, «è dato dal rapporto tra la Rivelazione e la storia. È noto che anche oggi si sostiene che la storia è sostanzialmente l’epifania di Dio». Kasper, secondo Castellano, «non arriva alla conclusione secondo la quale la storia è una sola, solamente quella sacra, come ha scritto qualche vescovo (cattolico) del nostro tempo, attribuendo erroneamente la tesi al Vaticano II - che, invece, afferma che uno solo è il Signore della storia, sia di quella sacra sia di quella profana -. Ritiene, però, di poter individuare i contenuti della Rivelazione ricavandoli da una descrizione della storia “sacra”, la quale non presenta tutto come modello da imitare. In altre parole per ‘leggere’ anche la storia sacra bisogna avere l’intelligenza del principio. Altrimenti la storia diventa giustificatrice della effettività (che non è la realtà). Sostanzialmente, quindi, «applicando la teoria Kasper, si finirebbe per sostenere - per esempio - che tutte le convivenze sarebbero buone e sarebbero tali solo perché effettive. Non sarebbero “qualificabili” e, perciò, non sarebbero comprensibili nella loro sostanziale diversità. Unica via d’uscita da questa impotenza intellettuale sarebbe l’attribuzione loro di un contenuto convenzionale e, perciò, arbitrario. Il fatto è che per “leggere” la storia è necessaria la verità. Per leggere quella sacra è necessaria la Rivelazione, non come semplice storia ma come principio. Il cardinale Caffarra - prosegue Castellano - ha ben posto la questione a questo proposito (sul Foglio di sabato 15 marzo, ndr). Non è, quindi, la storia condizione della Rivelazione, ma la Rivelazione condizione della storia sacra».

La secolarizzazione della Chiesa

Ma se la relazione del cardinale Walter Kasper pone più di un problema, la chiesa cattolica corre qualche rischio nell’adeguarsi allo Zeitgeist, nello scendere a patti con il mondo? Su questo punto, il nostro interlocutore ricorda che «la Chiesa è per sua natura madre e maestra. Non può farsi discepola del mondo né deve rincorrere le mode di pensiero e di costume, essendo chiamata a giudicarle e prima ancora a proporle. L’adeguamento allo Spirito del tempo è una tentazione antica che taluni autori hanno fondatamente chiamato “clericalismo”. È una tentazione praticata spesso soprattutto dal clero nel tentativo di “battezzare” dottrine e prassi talvolta palesemente assurde e a distanza di tempo fallimentari», aggiunge Castellano. «La Chiesa - dice ancora - è chiamata a “contestare” il mondo, non a seguirlo. Se si mette alla sequela dello Spirito del tempo segna la sua fine, ma sappiamo che le forze a essa contrarie - anche se a essa interne - non prevarranno!».
Eppure, da più parti si sostiene che lo sbocco del dibattito che troverà nei prossimi sinodi la propria sede naturale, sarà inevitabilmente quello di riconoscere un nuovo concetto di famiglia, mettendo in discussione e superando quello ribadito con forza da Giovanni Paolo II con l’esortazione apostolica Familiaris Consortio.

A giudizio di Castellano, «il magistero della Chiesa non ha operato la svolta. Ritengo che non lo possa fare. La cosiddetta cultura cattolica, però, è andata ben oltre. Per esempio è diffusa la tesi secondo la quale non ci sarebbe l’indissolubilità del matrimonio ma solamente quella della coppia, la quale sarebbe tale solamente se e fino a quando le parti si “sentono” unite. Parte della cultura cattolica, poi, è a favore delle unioni fra omosessuali in nome - talvolta - del cosiddetto principio personalistico, che ha fatto capolino anche in recenti e autorevoli interviste. In questo momento la famiglia è veramente difesa solo dalla chiesa, anche se uomini di chiesa fanno tutto il possibile per mutarne, in nome della dottrina liberal-radicale dell’occidente, la natura. Coloro che tentano e vogliono “cambiare” la realtà della famiglia - aggiunge - sono da una parte insipienti e, dall’altra, deboli: non hanno né la capacità di conoscere la realtà (l’ordine del creato) né la forza di resistere al soffio del vento del momento storico in cui vivono».

© - FOGLIO QUOTIDIANO

Quelli che vogliono la rivincita su Paolo VI

anticattocomunismo:

Nel cammino di avvicinamento al Sinodo sulla famiglia, appare sempre più chiara la strategia volta ad ottenere cambiamenti dottrinali facendo leva sui divorziati risposati, un fenomeno volutamente sovra-rappresentato e in modo distorto. Nel mirino ci sono l’enciclica “Humanae Vitae” (1968) e la “Familiaris Consortio” che nei decenni passati hanno impedito l’affermarsi nel Magistero di una posizione “mondana”.

di Riccardo Cascioli (20/03/2014)

image

La serie di articoli fin qui dedicati al dibattito sul Sinodo per la Famiglia ci consente di fare una prima, sommaria, sintesi di alcuni punti da chiarire. La questione fondamentale è che sta andando in scena una rappresentazione mediatica della situazione della famiglia e delle sfide della Chiesa in materia che è molto lontana dalla realtà, anche lasciando da parte i discorsi sul significato del sacramento e dell’indissolubilità del matrimonio, che pure abbiamo affrontato abbondantemente su La Nuova BQ.

1. A seguire gli interventi sui giornali, le dichiarazioni di alcune conferenze episcopali e, alla fine, del cardinale tedesco Walter Kasper, relatore all’ultimo Concistoro, si ha l’impressione che l’unico argomento all’ordine del giorno - o comunque quello su cui si giocherebbe la credibilità del Sinodo - sia la comunione per i divorziati risposati. La carrellata che abbiamo iniziato a fare attraverso i continenti ci dice che questa è una vera e propria impostura. Le sfide per la Chiesa in materia di famiglia sono molte, variano da continente a continente e da regione a regione; e se proprio un denominatore comune vogliamo trovare è la difficoltà del cristianesimo a incidere sulla cultura, così che – anche in popoli che sono cristiani da alcuni secoli – sotto la superficie cristiana resistono credenze e riti pagani anche in materia di famiglia. Allora magari si dovrebbe prendere in considerazione la domanda su come mai la fede non generi cultura, condannandosi così alla sterilità. Non dimentichiamo poi che a livello di istituzioni internazionali si assiste a un attacco senza precedenti contro la famiglia naturale.

La questione dei divorziati risposati è dunque un problema che riguarda soltanto Europa e Stati Uniti, ma anche qui è un problema statisticamente marginale, e inoltre è la conseguenza di un grave problema che viene prima e che riguarda la difficoltà a vivere un “per sempre”, ad assumersi responsabilità, a capire il valore del sacramento, a riconoscere e volere la verità di un rapporto. Concentrarsi sui divorziati risposati è allora come voler curare un sintomo ignorando la grave malattia che lo ha generato.

Il fatto però che tutti i media non parlino di altro e che a questo gioco si prestino volentieri eminenti cardinali lascia intendere che ci sia una volontà ben precisa che non ha niente a che vedere con la misericordia e la vicinanza a persone sofferenti.

2. In questo senso grande attenzione va rivolta ai termini usati. Anche il cardinale Kasper, ad esempio, è solito parlare di “famiglia tradizionale” laddove invece il termine giusto è “famiglia naturale”. Non è una differenza da poco. “Tradizionale” non solo dà immediatamente una sensazione di vecchio, destinato a soccombere di fronte all’incalzare della modernità, ma soprattutto fa riferimento alla tradizione che, in quanto tale, può cambiare. Tante tradizioni, infatti, non sono né belle né umane. Tanto per restare sul tema famiglia: nessuno può negare che quella delle spose bambine sia una tradizione e che altrettanto si possa dire delle mutilazioni genitali femminili. Ma sono tradizioni che una popolazione civile dovrebbe spazzare via in nome della sacra dignità della persona umana. Tradizione perciò, nell’ambito della cultura e della politica, non è un termine necessariamente positivo e certamente non richiama a un valore imperituro. Inoltre è un frutto della società, della sua cultura. “Naturale” invece attiene alla natura umana, allo scopo per cui l’uomo è stato creato, richiama a quella legge che il Creatore ha scolpito nel cuore di ogni uomo. E questo viene prima di ogni società e di ogni cultura, vale per ogni uomo, di ogni tempo e di ogni latitudine. “Famiglia naturale” perciò richiama a una realtà eterna, immutabile, sempre moderna, al contrario di “famiglia tradizionale”.

3. Sempre restando sul tema dei divorziati risposati, un’altra clamorosa menzogna è l’impressione offerta di una realtà di persone escluse dalla Chiesa o quantomeno marginalizzate e desiderose invece di essere accolte a pieno titolo. Accoglienza che troverebbe un ostacolo insormontabile nel divieto di accesso alla comunione. Persone che soffrono per questa esclusione e che si aspettano quindi dalla Chiesa, ovvero dal prossimo Sinodo, un gesto di speranza e – diciamolo pure – di misericordia. La realtà è ben diversa: non solo abbiamo visto che in Germania, Svizzera, Austria sono gli stessi episcopati che da anni promuovono un magistero parallelo, ma l’indagine compiuta per noi dal sociologo Massimo Introvigne ha rivelato quello che sospettavamo: anche in Italia la stragrande maggioranza dei divorziati risposati già si accosta alla comunione senza problemi, e molti di loro senza neanche confessarsi. C’è poi un’altra parte – la testimonianza pubblicata ce lo dimostrava – che prendendo invece sul serio le indicazioni della Chiesa trova la possibilità di una vera conversione. Del resto, scopo della Chiesa è quello di farci arrivare alla santità, non quello di democratizzare i sacramenti, come fossero dei servizi che lo Stato-Chiesa deve garantire a tutti i suoi cittadini-fedeli.

La cosa buffa è che, data questa realtà, il cardinale Kasper - con la sua proposta di riammettere i divorziati risposati ai sacramenti in alcune circostanze e dopo un cammino penitenziale -, se a noi pare un “pericoloso sovversivo” che con la scusa della pastorale vuole cambiare la dottrina della Chiesa, alle comunità tedesche, austriache ecc., si presenta come un fastidioso reazionario che vuole introdurre condizioni e imporre paletti laddove già da tempo c’è il far west eucaristico.

4. Un altro luogo comune imposto dal “Sinodo dei media” recita pressappoco così: il mondo è cambiato rapidamente in questi ultimi decenni, ci sono ormai tante coppie conviventi o di divorziati risposati – per non parlare di coppie omosessuali, ci arriveremo presto -, una situazione assolutamente nuova che richiede quindi nuove risposte da parte della Chiesa, ovviamente sul piano pastorale. Il mondo è molto diverso rispetto a quando Giovanni Paolo II scrisse la Familiaris Consortio (1984), figurarsi poi il riferimento alla Humanae Vitae di Paolo VI (1968) che, secondo qualche vescovo tedesco, è ormai fonte di confusione. Insomma fino ad oggi nella Chiesa - abbarbicata a difesa della sua dottrina brandita ovviamente come clava contro i poveri peccatori per cui non c’è mai stata misericordia - non si sarebbero mai presi in esame i problemi nuovi posti dalla crisi della famiglia e dai tanti cambiamenti sociali e culturali.

Anche questa una clamorosa menzogna, come peraltro ha spiegato il cardinale Carlo Caffarra mostrando l’assoluta attualità della Familiaris Consortio. Infatti leggendo questa enciclica si scopre che tutto quello che viene oggi spacciato per novità assoluta era già tutto presente – anche come sollecitudine pastorale per le persone coinvolte in fallimenti familiari – già nella Familiaris Consortio. Ma poi, sempre sullo stesso tema, si è già espressa la Congregazione per la dottrina della fede nel 1994 e ancora l’allora cardinale Ratzinger nel 1998 scriveva una lettera chiarificatrice per rispondere a domande e obiezioni che sono esattamente le stesse di oggi. Insomma, di questo problema si è parlato e riparlato già alcuni decenni fa, e delle risposte chiare e definitive sono già state date. Ed è impensabile che Kasper e soci non le conoscano.

5. Ma allora perché tutta questa messinscena, questa costruzione di una falsa realtà? Non c’è dubbio che qualcuno vuole usare i prossimi Sinodi sulla famiglia per prendersi la rivincita sulla Humanae Vitae. Anche allora Paolo VI era stato blandito per anni dal mondo laico e da quei vescovi che dopo il Concilio si aspettavano cambiamenti dottrinali importanti in materia di morale sessuale e familiare, salvo poi passare repentinamente al linciaggio quando quella enciclica che riaffermava la dottrina della Chiesa su vita e famiglia fu pubblicata deludendo i “progressisti”. Ma da allora si è sviluppato in alcuni episcopati, nei seminari, negli ordini religiosi un Magistero parallelo che ha insegnato e propagato come dottrina della Chiesa ciò che era frutto di alcuni intellettuali e teologi ansiosi soltanto di “essere del mondo”. Intellettuali, teologi e vescovi che hanno palesemente disobbedito ai Papi, teorizzando anzi il valore di una disobbedienza che non poteva che essere “profetica”. E sono gli stessi che oggi esaltano papa Francesco, scoprendosi più papisti del Papa, scatenando anche una caccia agli “eretici”, rei di non accodarsi a questa rivoluzione ormai inarrestabile.

Costoro pensano di poter tenere in ostaggio il Papa così che – sulla spinta di una realtà falsificata dai media e di un’aggressività di certi episcopati che impongono l’ordine del giorno – prenda quelle decisioni che non sono riusciti a fare prendere a Paolo VI, e che non potevano neanche sognarsi di far prendere a Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. E sarebbe solo il primo passo: perché se sulla famiglia la dottrina - ciò che la Chiesa ha professato per Duemila anni - può cambiare, allora qualsiasi altra verità di fede può essere rivista e riformata. Questa sì che sarebbe la fine della Chiesa.

C’è solo un piccolo ostacolo per costoro da superare: quella promessa di Gesù, Colui che guida in modo misterioso la Sua Chiesa, per cui le forze dell’inferno non prevarranno.

© LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA

Melloni fa il pompiere (non richiesto) su Caffarra

anticattocomunismo:

Dopo l’intervista al cardinal Caffarra sul tema dell’accostamento ai sacramenti dei divorziati e risposati, lo storico Alberto Melloni si sente in dovere di intervenire per giustificare il vescovo di Bologna. Ma perché? Cosa aveva detto di insolito?

di Lorenzo Bertocchi (20/03/2014)

image

Dopo la lunga intervista al Card. Caffarra pubblicata dal quotidiano Il Foglio, e ripresa anche dalla NBQ, il prof. Alberto Melloni, storico esponente della cosiddetta scuola di Bologna, interviene domenica sulla edizione bolognese del Corsera.

L’Arcivescovo del capoluogo emiliano, uno dei principali esperti di morale matrimoniale della Chiesa Cattolica, nella sua lunga e articolata intervista ricorda che l’indissolubilità matrimoniale non è un ideale, ma un dono di Dio e come tale non dipende più dalla volontà dei coniugi. Una volta ricevuto, questo dono non può essere in alcun modo rifiutato e non si può esercitare alcun diritto di recesso del tipo soddisfatti o rimborsati. Caffarra, in certa dissonanza con la relazione Kasper, sottolinea che la misericordia non può essere confusa con la tolleranza.

Melloni, che ben conosce le posizioni del cardinale, si sente in dovere di fare il pompiere; non è ben chiaro a che pro. Tuttavia si è affrettato ad intervenire per dire che «per chi lo conosce come lo conosce Bologna, si sa che nel concreto del suo ministero – che è cosa ben diversa dalle enunciazioni di principi – il cardinale ha talora usato sfumature e attenzioni che sono quelle che fanno la differenza». Il ritornello è sempre lo stesso, quel primato della prassi con cui si vorrebbe “giudicare” la dottrina.

Poi Melloni dà una tiratina d’orecchi a quelli del Il Foglio. Rei di condurre una battaglia che ritiene “militante”, ricorda loro che con Caffarra hanno sbagliato mira. Perché, dice Melloni, a Bologna – “che conosce il suo cardinale” – sanno che «la fedeltà dell’arcivescovo al Papa è fuori discussione». Innanzitutto non si capisce dove questo sia mai stato messo in discussione, semmai è rilevante la dissonanza delle posizioni di Caffarra con quelle della relazione Kasper. D’altra parte anche Melloni è costretto ad ammettere che «le resistenze alla relazione Kasper» ci sono e hanno una loro dignità, fanno parte di una «polifonia che sarebbe sbagliato soffocare».

Lo storico della scuola di Bologna però ritiene che qualcuno – Il Foglio e dintorni - starebbe orchestrando una vera propria “fronda” per soffocare il dibattito. Questo è curioso perché, al di là delle posizioni in campo, bisogna riconoscere che il dibattito sulla relazione Kasper è stato sollevato proprio grazie al quotidiano di Ferrara. Incuriosisce che proprio Melloni si infastidisca accusando qualcuno di fare la “fronda”.

Nel 2010, quando fu pubblicato il Dizionario del sapere storico-religioso curato da Melloni, Lucetta Scaraffia sottolineò proprio la parzialità del testo con passaggi che venivano definiti nientemeno che “militanti”. Ma non c’è bisogno di particolare acume per notare i wishful thinking di sapore partigiano con cui Melloni correda alcuni suoi articoli riferiti ad esempio al Motu proprio Summorum Pontificum, o al tema dell’ecumenismo. Ma se tutto questo fa parte del gioco, c’è però un aspetto ancora più interessante.

Infatti, se Bologna, “che conosce il suo cardinale”, deve sapere che Caffarra non può essere arruolato per qualsivoglia “fronda”, a Bologna dovrebbero anche sapere che la scuola a cui appartiene Melloni la “fronda” la sa fare molto bene. Nella città felsinea lo hanno imparato da un altro cardinale, l’Emerito Giacomo Biffi.

In più di un occasione Biffi ha sottolineato che don Giuseppe Dossetti, padre dell’Istituto di Scienze Religiose in cui è nata e vive la scuola di Bologna, nel maturare la sua ecclesiologia fu influenzato dalla sua esperienza politica. «Nei contesti dove oggi ci si richiama all’eredità e all’ispirazione di Dossetti – ha scritto il card. Biffi - non sempre ritroviamo la serietà e la sufficiente competenza, doverose quando si discorre su argomenti che attengono alla “sacra doctrina” e alla vita della Chiesa». E poi – citando don Divo Barsotti – Biffi ha espresso preoccupazione per gli “influssi che la “teologia dossettiana” continua a esercitare su certe aree della cristianità”.

Insomma che proprio Melloni debba preoccuparsi di denunciare possibili “fronde” fa decisamente sorridere. Anche a Bologna.

© LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA

Nature or nurture? Natura o educazione? La storia di Bruce, il bambino cresciuto come “Brenda”.

Ancora su abortismo “umanitario” e “libertario” e su “strategia del carciofo”. Ma c’è di più

Per sostenere distinzioni inutili e portatrici di confusione, si cerca anche di travisare le chiare e nette posizioni di Mario Palmaro. Non accettiamo questa gravissima scorrettezza.

di Marisa Orecchia* (18/03/2014)

Leggiamo nuovamente su un sito Internet cose vecchie: la distinzione tra abortismo “umanitario” e “libertario” e la proposta della “strategia del carciofo”. Per quest’ultima poi c’è chi esprime una certa inquietudine, dolendosi del fatto che non sia utilizzata dai pro life

A chi evidentemente scopre solo adesso la strategia del carciofo ( a parte ovviamente quella di cavourriana memoria) e la raccomanda caldamente a tutti i pro life, vorrei dire che si tranquillizzi: questa “strategia” è stata messa in atto da sempre dai pro life..

I Centri di aiuto alla vita proprio nell’intento di sostenere la donna e di evitare l’aborto hanno cercato da sempre di infilarsi in quei piccolissimi varchi che i cattolici di sinistra, che si erano adoperati per rendere la 194”presentabile”, avevano aperto , spacciandoli per importanti conquiste e ammantandoli con i panni dell’abortismo umanitario. Dell’abortismo cioè che consente l’aborto non in nome di una rivendicata intoccabile libertaria autodeterminazione, ma di quello che considera l’aborto un male necessario, da evitare, se possibile, aiutando la madre.

Da sempre la politica del carciofo è la strategia prevalente attuata dai volontari per la vita che per sottrarre bambini all’aborto si sono impegnati in ogni direzione, cercando di aggregare attorno all’obiettivo di contrastare l’aborto, persone, associazioni, costruendo case di accoglienza, inventando telefoni di pronto soccorso, istituendo progetti per sostegno economico e via dicendo.

Da sempre i pro life hanno cercato di entrare nei consultori familiari e nei presidi sanitari che rilasciano il certificato di aborto,hanno interloquito con medici, amministratori, hanno stipulato con candidati alle elezioni patti per la vita da qualcuno definiti con una certa enfasi nuovi patti Gentiloni. Hanno contrastato l’introduzione delle pillole del giorno dopo, dei cinque giorno della RU 486. Insomma, si sono spesi senza risparmio.

Appare evidente a questo punto che il carciofo ha poco a che fare con la difesa della vita nascente.

Dobbiamo amaramente costatare infatti che nonostante i 160.000 bambini salvati in questi trentasei anni e che giustificano ampiamente il lavoro profuso, l’abortismo libertario ha vinto la partita. Nella cultura, nell’opinione pubblica e nel suo ruolo di apripista ad ogni altro attentato contro la vita umana e l’antropologia giudaico-cristiana. L’ha vinta per un motivo assai semplice: l’abortismo umanitario di fatto non si dà, non esiste. E’ la menzogna sotto la quale si nasconde l’abortismo libertario, lo specchietto per le allodole per quanti si sono illusi e si illudono che sia possibile contrastare con la sola buona volontà e l’impegno, la terribile ideologia di morte espressa sempre e in ogni caso dall’aborto, anche quando veste panni lacrimevoli e pietosi. Si può forse basare una strategia di salvezza e di vita su una realtà di morte? Trentasei anni di esperienza dovrebbero metterci tutti d’accordo su questo: la legge 194 è una legge di morte che merita solo di essere abrogata.

La strategia del carciofo, che ci viene adesso proposta come cosa nuovaforiera di chissà quali miracolosi risultati - e che, occorre ribadirlo, continueremo a mettere in atto con tutta la nostra tenacia nella speranza di salvare ogni tanto qualche vita – non ci porterà lontano.

Suona un po’ strana in questo momento la proposta di una strategia che in tanti anni ha dimostrato il suo limite e non è riuscita ad arginare l’innumerevole moltitudine di aborti che si sono consumati.

lbrmrMa non è solo strano, è anche gravemente ingiusto voler utilizzare Mario Palmaro per sostenere le proprie traballanti idee, citando quanto Mario ebbe a scrivere a proposito della distinzione dell’abortismo tra le due categorie di abortismo libertario e umanitario. Nel suo primo libro, che fu la sua tesi di laurea, “Ma questo è un uomo – indagine storica, politica, etica, giuridica sul concepito”, Palmaro ci offre una disamina completa del fenomeno aborto e delle teorie che lo sostengono. Cita per completezza quanto a proposito aveva precedentemente scritto Lombardi Vallauri. Non ne adotta le prospettive.

Non vogliamo esprimere giudizi su chi si arroga il diritto di falsificare le chiare e nette posizioni di un amico che ci ha appena lasciato. Ognuno potrà valutare la correttezza di un tale comportamento!

Ciò che pensava Mario Palmaro dell’abortismo si evince seguendo il filo rosso degli infiniti interventi, delle numerose pubblicazioni che hanno punteggiato tutta la sua vita – ché mai Palmaro cessò di battersi contro l’aborto e la cultura che ne è alla base – ed è espresso chiaramente anche nell’ultimo paragrafo dell’ultimo comunicato stampa, il n. 150, che egli scrisse, come presidente di Verità e Vita pochi giorni prima della morte. Lì l’abortismo è citato senza aggettivi: non c’è abortismo umanitario, libertario o altro. C’è abortismo e basta, perché ogni aggettivo è inutile.

(*) Presidente di Federvita Piemonte

© RISCOSSA CRISTIANA

Caro Kasper mi creda, abolire il peccato non renderà più felici i peccatori

di Francesco Agnoli (18/03/2014)

È bene tornare sullo scritto del cardinal Kasper sul matrimonio, sulla sua volontà di rendere solubile ciò che per il Vangelo non è: “Non separi l’uomo ciò che Dio unisce”. Se guardiamo alle argomentazioni del cardinale tedesco, attraverso la lente della storia, esse risultano incomprensibili. Egli parte infatti dalla “realtà effettuale”, come un Machiavelli qualsiasi: poiché i divorziati risposati sono sempre di più, occorre che la chiesa cambi prassi, cioè, alla fine, dottrina. In alcuni casi, si dice, però molto imprecisi e vaghi, cioè, in ultima analisi, sempre (perché dove la discrezionalità diventa così ampia, la regola perde ogni universalità e quindi ogni valore).

Vediamo la storia. Quando Cristo nasce e compie la sua predicazione, qual è la situazione, quanto a divorziati risposati? Sono probabilmente la gran parte della popolazione romana. L’imperatore Augusto se ne è accorto, e ha provato ad arginare il fenomeno con le sue leggi sul matrimonio, l’adulterio e il diritto familiare. Ma le leggi, dove mancano le motivazioni profonde, servono a poco: la caduta di Roma sarà dovuta senz’altro, anche, alla dissoluzione della famiglia.

I divorziati risposati sono dunque la norma, e sappiamo che ci si risposa più e più volte, con una cerimonia divenuta assai più snella, semplice, banale, per ovvi motivi, di quella di età repubblicana.

Eva Cantarella, ne “L’ambigio malanno”, spiega bene come l’età imperiale sia contrassegnata da una crisi della natalità, dovuta anche al massiccio ricorso all’aborto, e da una grandissima facilità di divorzio, sia per l’uomo, sia, ed è una grande novità, per la donna: “molto raramente è dato riscontrare nella storia una concezione di così grande libertà (rispetto al divorzio), quantomeno sul piano giuridico”.

Quanto al mondo ebraico in esso vige una casistica più o meno varia a seconda delle scuole rabbiniche: ognuna impegnata a stabilire le motivazioni che rendano lecito il ripudio.

Cosa propone Cristo, in quest’epoca e in queste condizioni? L’indissolubilità. Sic et simpliciter. Il ritorno al disegno inziale di Dio. Con poche frasi, e nessuna casuistica. Milioni di persone, piano piano, comprenderanno il tesoro, difficile da custodire, che è stato loro donato. Ci vorranno alcuni secoli. Ma nessuno inventerà scorciatoie.

Quanto all’oggi, certamente la proposta di Kasper, che ha il suo fondamento non in alcuni padri della Chiesa, ma nel pensiero protestante; per questo non passerà. In fondo Kasper ha i media dalla sua, ma questo non è bastato a far sì che un solo cardinale, Marx a parte, prendesse pubblicamente le sue difese. Al contrario, Muller, Woelki, Caffarra…hanno parlato in modo opposto. E il papa ha spiegato che non si risolve nulla con la casuistica, cioè con lo schemino in 5 punti proposto dal cardinale tedesco. Cinque punti verificabili non si sa da chi e non si sa con quali super poteri di lettura dei cuori e delle menti. Per ottenere non si sa cosa.

Davvero crede, il cardinale, che nell’Occidente in cui tutto crolla, minare il matrimonio possa servire a “rendere più felice” qualcuno? Davvero crede che chi ha rotto la comunione con l’uomo o la donna della sua vita ( e con i figli che ne sono nati), possa ritrovare la comunione piena con Dio, se solo un sacerdote gli dà l’Eucaristia? Davvero si può pensare che si possano salvare i malati di questo grande ospedale da campo che è l’Occidente, malati per cui bisogna provare tutto l’amore che Cristo ha provato per noi, dicendo al malato che sta bene? Che la fedeltà non è più un valore assoluto? Che la responsabilità che si assume è a tempo? Che si può giurare il proprio sì, in chiesa, davanti a se stesso, Dio, il coniuge, gli amici, sapendo dentro di sé che tanto, se non va, c’è il divorzio per lo Stato, e la Kasper-dottrinen per la Chiesa?

Vede, cardinale, io sono un semplice cattolico, che crede nella Chiesa: per questo mi sono sposato. Perché la Chiesa, che è mia madre, mi ha sempre insegnato che si può amare per sempre. Mi sono fidato, anche se il mondo dice: “non è vero! Non è possibile! Non è umano!”

Mi fido ogni volta in cui qualcosa non va; ogni volta in cui il mio cuore è tentato di cedere; ogni volta in cui viene la facile tentazione di farmi del male, perdendo la fiducia.

Ogni marito e ogni padre, come ogni moglie e ogni madre, passa momenti di sconforto: una malattia, un figlio che sta per morire, un figlio che si perde, una crisi lavorativa, una depressione, un lutto in famiglia…

Cristo ci insegna a sopportare, a farci carico l’uno dei pesi degli altri; ad abbracciare il sacrificio; ad amare nella salute e nella malattia… a non mollare mai del tutto, per non mancare alla promessa; per non abbandonare i propri figli; per non tradire il proprio coniuge nei momenti in cui sembra di non amarlo più…

Cristo ci insegna a vincere, a vincerci, ad amare davvero, ad amare senza ricompensa, ad amare nonostante tutto…per essere felici. E lei che fa? Dedica pagine e pagine eleganti e colte, per concludere dicendo: “tana libera tutti”.

No, continuiamo a fidarci della Chiesa. Di sant’Alfonso e di san Tommaso, come li hanno sempre insegnati, non come li interpreta lei, oggi, senza una pezza d’appoggio. A lei piace la misericordia, ed è profondamente giusto. La morale cristiana è bella, perché sta insieme con un Dio che è morto in croce; con un Dio che si è dato per primo; con un Dio che perdona mille volte il peccatore pentito. Cristo non era moralista, ma non ha abolito i comandamenti, li ha, al contrario, riassunti, in uno solo. Quello che lei vuole oggi mettere in discussione, il comandamento dell’amore. Quanto alla misericordia, la più grande misericordia che Dio ci fa ogni giorno è quella di essere un Dio fedele, che ci ama sempre, e che ci indica, nell’amore fedele, nell’amore benigno, nell’ “amore che tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”, e non in quello che scappa, la nostra felicità. La grande misericordia che Dio ci fa sono i sacramenti, non come diritto, da esigere con arroganza, ma come sostegno per i nostri passi, per confermare la nostra fede, per rendere divina la nostra solo umana e fragile capacità di amare.

E’ il papa che ci insegna sempre che la confessione è il sacramento più adatto per l’uomo di oggi. Più adatto per riportarci al contatto con Dio, a sentirlo come padre e come giudice misericordioso. Ebbene, la confessione, nella quale ci si impegna a non commettere più il peccato di cui ci si pente, altro non è che il preludio all’Eucarestia, perché, come scrive san Paolo, “chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna”. Ciò significa, a mio avviso, che Dio apprezza infinitamente di più chi, dopo aver sbagliato, si mette in fondo alla Chiesa, e prega, umilmente, di chi, invece, gli va baldanzosamente incontro, per la Comunione, dopo aver rotto quella con la persona che Dio stesso gli aveva messo al fianco, per farne “un corpo solo e un’anima sola”.

© - FOGLIO QUOTIDIANO