La teologia papale. Tentativo di ricostruzione congetturale

anticattocomunismo:

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di Maurizio Blondet (2 luglio 2014)

Da un sito cattolico, leggo che «La rivista internazionale di teologia Concilium ha dedicato il suo ultimo numero al tema: Dall’“anathema sit” al “Chi sono io per giudicare?”», a partire dalla famosa frase di Papa Francesco sull’omosessualità: «chi sono io per giudicare», pronunciata di ritorno dal Brasile, nel luglio 2013.

Gli autori «ritengono che le formule e i dogmi non possono comprendere l’evoluzione storica, ma ogni problema vada collocato nel suo contesto storico e sociopolitico. Il concetto di ortodossia va superato, o quanto meno ridimensionato, perché, viene utilizzato come “punto di riferimento per soffocare la libertà di pensiero e come arma per sorvegliare e punire”… Essi definiscono l’ortodossia come “una violenza metafisica”. Al primato della dottrina va sostituito quello della prassi pastorale…» (Concilium, 2/2014, p. 11).

Concilium è la rivista fondata da Karl Rahner, Hans Küng e Yves Congar, «a cui collaborano più di 500 teologi di tutto il mondo»: ci affrettiamo ad esprimere tutta la nostra gratitudine a sì prestigiosa e frequentata rivista, perché finalmente fa chiarezza sulla dottrina cattolica che dobbiamo seguire da quando è papa Francesco. Perché è indubbio che quanto scritto da Concilium riflette il pensiero del pontefice; per esempio egli ha detto tempo fa alla La Civiltà Cattolica: «Chi oggi cerca sempre soluzioni disciplinari, chi tende in maniera esagerata alla “sicurezza” dottrinale, chi cerca ostinatamente di recuperare il passato perduto, ha una visione statica e involutiva. E in questo modo la fede diventa un’ideologia tra le tante».

È più o meno chiaro che Bergoglio trova la dogmatica e la teologia di duemila anni un peso e un ostacolo all’azione pastorale. Ma il merito di Concilium è di sviluppare i pensieri che il Papa affida qua e là ad omelie estemporanee, interviste occasionali, a frasi colloquiali spesso e volentieri lasciate in sospeso a metà (tipo: «Se domani giungesse qui una spedizione di marziani, e uno dicesse: “Voglio il Battesimo!”. Cosa accadrebbe?…»). Cosa accadrebbe, non ce l’ha detto. Ma per fortuna Concilium completa queste frasi a metà, riempie i puntini di sospensione, fornisce loro contenuto; esplicita ciò che nella teologia implicita del Papa non viene detto, vien lasciato in sospeso. E così, ci consente di rispondere alla domanda che spesso ci siamo fatti: qual è la teologia di Bergoglio?

Come gli archeologi epigrafisti sono capaci di ricostruire iscrizioni latine in antiche lapidi spaccate, dove mancano lettere e parole — anche noi possiamo oggi ricostruire in modo congetturale la teologia papale cui siamo obbligati ad obbedire oggi. Grazie alla rivista Concilium, una luce di chiarezza abbagliante illumina certe azioni del Papa che sembrano in contrasto con le parole.

Qualcuno, errando, non riusciva a capire come si accorda il «chi sono io per giudicare?..» con il commissariamento senza alcuna spiegazione dei Francescani dell’Immacolata, la punizione e riduzione a domicilio coatto del Fondatore padre Manelli. Sembrava una contraddizione. Più in generale, come ha notato il vaticanista Sandro Magister, il papa continuamente «esorta a non emettere giudizi… chi giudica “sbaglia sempre”, ha detto nell’omelia del 23 giugno a Santa Marta. E sbaglia, ha proseguito, “perché prende il posto di Dio, che è l’unico giudice”. Si arroga “la potestà di giudicare tutto: le persone, la vita, tutto”. E “con la capacità di giudicare” ritiene di avere “anche la capacità di condannare”».

Eppure «Francesco è papa che giudica, sentenzia, assolve, condanna, promuove, rimuove. Ma nello stesso tempo predica in continuazione che non si deve mai giudicare, né accusare, né condannare». Ha compiuto una purga sistematica di prelati e teologi sgraditi a lui e alla sua scuola, da don Antonio Livi a padre Cavalcoli; ha brutalmente rimosso ministri vaticani come monsignor Piacenza; ha rimosso vescovi che in Argentina detestava. Non c’è contrasto? Noi non dobbiamo giudicare, e sta bene; ma lui giudica e trincia giudizi.

Nelle omelie di Santa Marta non perde mai occasione di condannare – senza mai nominarli – i cristiani, figli devoti della Chiesa che (come il povero Mario Palmaro) hanno protestato per quelle sue lettere e interviste corrive con Eugenio Scalfari, dove sanciva frasi come «la questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza»; ma questo è relativismo, hanno detto i buoni cristiani, questo è un errore non solo teologale ma anche psicologico: la coscienza degli Scalfari è callosa, la coscienza non rimprovera mai niente al Ricco Epulone né al Fariseo — che sono però condannati da Dio…

Ebbene, che cosa ha fatto papa Francesco? Mica risponde, mica spiega e corregge. Un’omelia dopo l’altra, chiama i fedeli laici che lo criticano variamente come «pelagiani», «untuosi», «tristi», «spaventati dalla gioia», «cristiani pipistrelli», li insulta e condanna… ma senza dire precisamente a chi allude.

Ora, magari, voi prendevate questo modo di fare come sleale e poco cristiano, soprattutto in contrasto plateale con la frase più citata dai plaudenti laicisti: «Chi sono io per giudicare…» (un omosessuale)? Invece adesso sappiamo, grazie a Concilium, che non c’è alcuna contraddizione. Che le frasi «io non giudico» e la brutale repressione dei Francescani dell’Immacolata senza spiegazione, derivano dalla stessa teologia.

Cercate però di capire bene qual sia questa teologia. Potreste infatti equivocare. Concludere che il fondatore dei Francescani è stato punito, e il suo ordine messo sotto tutela prefettizia, per il fatto di essere ortodosso, e come esplica Concilium ha quindi commesso «violenza metafisica». Potreste credere che i teologi o i laici che si rifanno all’ortodossia vengono rimossi, purgati, espulsi dalle cattedre pontificie e chiamati «pipistrelli», perché li si accusa di usare la dogmatica di duemila anni «come punto di riferimento per soffocare la libertà di pensiero e come arma per sorvegliare e punire»…

Ma se pensaste così, sbagliereste, non avreste ancora compreso la sottigliezza e profondità della teologia bergogliana. Il punto qualificante di tale teologia è il «non dare spiegazioni». Colpire, epurare, insultare, rimuovere, senza dire il perché. Ciò è la conseguenza necessaria del fatto che la Chiesa bergogliana si vuole a-dogmatica. Avendo «superato» i dogmi, non deve più giustificare le punizioni che commina accusando la vittima di qualche violazione dogmatica o dottrinale; altrimenti si torna nel vecchio sistema, dove l’ortodossia veniva usata come arma per sorvegliare e punire. Oggi, si punisce senza esprimere il motivo — la conseguenza necessaria del superamento della dottrina è che le punizioni continuano a fioccare, ma nel mutismo. Non si può, non si deve motivare il perché.

E nella nuova teologia a-dogmatica, tutta pastorale e caritativa, la bastonatura e la punizione si accordano splendidamente, armonicamente, con la frase «chi sono io per giudicare..?». Si rallegri il bastonato: nessuno lo sta giudicando. Non si istruisce più un processo canonico, non si eleva un’accusa formale e formulata in parole (da cui l’accusato potrebbe persino cercar di difendersi, questo pipistrello untuoso e triste) – non siamo più ai tempi dell’Inquisizione, li abbiamo superati! – ora si danno botte da orbi nel buio, si bastona e basta. Il bastonato non chieda perché. Il perché non si può esprimere, non si deve esprimere. È la a-teologia a-dogmatica che lo richiede.

Ciò ricorda un pochino le procedure staliniane, dove a comminare 25 anni di lager («un quartino» di secolo) o la morte era non un tribunale, ma una commissione di tre funzionari del Partito, la cosiddetta Troika Amministrativa. Al tremebondo cittadino che gli avevano trascinato davanti, la Troika chiariva allegramente: noi non ti accusiamo di aver fatto nulla; ti sbattiamo al Gulag per il fatto che sei un borghese. Per questo, non abbiamo bisogno di trovarti una colpa; ci basta di accertare la tua identità: sei un borghese, dunque un nemico del proletariato. In Siberia! Un quartino! Ed era fatta.

Sicché il cristiano di base, oggi, deve stare costantemente «all’ascolto di papa Francesco» , perché è chiaro che non scriverà mai una vera e propria enciclica, non metterà mai nero su bianco quello che intende lui per «verità», che siamo obbligati a seguire, e falsità che dobbiamo sfuggire; dobbiamo ricavare la sua dottrina – che diventa dottrina della Chiesa – dalle sue esternazioni. Occasionali. Qualche volta a margine di interventi ufficiali.

«Punire severamente»
Per esempio, dopo l’Assemblea Generale dei vescovi italiani, a fine maggio scorso, nella parte della seduta meno pubblica. Alla fine della prolusione, «il papa ha dato spazio alle domande». Molto contenti i vescovi italiani hanno gareggiato a far domande che compiacessero Francesco – in altri tempi si sarebbe detta una gara di adulazione – in realtà onde fargli esplicitare la sua teologia implicita, che i vescovi ardono di applicare nelle loro diocesi, per instaurare la nuova chiesa secondo i suoi desiderata. Ed ecco cosa scrisse il 23 maggio il vaticanista de La Stampa Marco Tosatti; egli registra la «questione posta in toni “disperati” da un vescovo di una piccola diocesi (quarantamila abitanti) che si lamentava perché una parte del clero è “conservatrice” e non vuole dare la comunione sulla mano. Il Papa gli ha consigliato di prendere provvedimenti severi, perché “non si può difendere il Corpo di Cristo offendendo il Corpo sociale di Cristo”».

Apprezzate frase per frase, parola per parola. Anzitutto c’è un vescovo che sparla del suo clero col Papa. È disperato, dice, perché ha sotto un clero «conservatore»; tanto conservatore che – udite udite – vuol dare la comunione in bocca, come si è fatto nei secoli passati. Potrebbe sembrarvi una questione dappoco, coi tempi che corrono. Invece no, e infatti il Papa ne coglie l’estrema gravità. E prescrive di:
punire quei preti (alla faccia del «chi sono io per giudicare?»)
severamente (come? Attendiamo con ansia: basterà la sospensione a divinis? O si rimetteranno in auge «i ferri»? Le segrete del Vaticano?).
Ma soprattutto si apprezzi ogni lettera della motivazione, perché qui siamo ai vertici della dottrina a-teologica, del «superamento dei dogmi»:
«Perché non si può difendere il Corpo di Cristo offendendo il Corpo sociale di Cristo».

Esistono dunque – come adesso ci è chiaro – due corpi di Cristo: la Presenza Reale, il Cristo stesso, e i fedeli, «Corpo sociale di Cristo». Questo Secondo, se riceve il Primo in bocca anziché in mano, viene offeso. O si sente offeso. E non bisogna assolutamente «offenderlo»; meglio offendere la Presenza Reale, mettendola nelle mani di sconosciuti, magari satanisti. È abbagliante la conclusione che ne deriva: il Corpo Reale di Cristo ha meno diritti del «corpo sociale», insomma dei fedeli. Loro, non Lui, sono il vero e supremo Cristo (questa “sostituzione” è anticipata e spiegata in tutta la sua portata dal testo Mistero d’iniquità, edizioni EFFEDIEFFE, 2013).

D’accordo, questa abbagliante ermeneutica lascia sospesa più di una questione. Per esempio: non ci pare di vedere torme di fedeli che esigono, pretendono l’ostia nella mano, altrimenti si sentono offesi come Messia sociale. Dove sono? Altro interrogativo: quei cristiani che, contenti di ricevere la Comunione in bocca, non si sentono offesi da tale imboccamento, non fanno parte del Corpo Sociale di Cristo? Sono «tristi» e «spaventati dalla gioia»? Ne vanno espulsi? Il Corpo Sociale di Cristo è fatto solo di quelli che pretendono l’Ostia in mano, la Comunione ai divorziati conviventi more uxorio, il non giudicare gli invertiti? Siamo sicuri che il Santo Padre chiarirà questi punti oscuri che frasi buttate là, in qualche omelia o udienza, — e che sarà prontamente esplicitata, svolta e completata da Concilium. E dagli altri esegeti autorizzati.

Ascoltate i ventriloqui
Per nostra fortuna, infatti, sono molti i ventriloqui di Papa Francesco: cioè di prelati che lo imitano, lo copiano nella voce e nei discorsi, ma – come gli imitatori di varietà – caricando ed esagerando un po’: il che – a parte gli effetti comici che producono – è un grande merito, perché così formulano in modo completo la teologia di Bergoglio, che il suo titolare esprime solo a metà, lasciando in sospeso le frasi.

Uno dei più dotti è il cardinal Ravasi. Il quale, siccome papa Francesco twitta e ha 11 milioni di followers, ha detto che questo è il solo nuovo modo per evangelizzare: «la lingua italiana conta 150mila vocaboli mentre i giovani oggi ne usano dagli ottocento ai mille. È mutato il modello antropologico dei nativi digitali, quindi un vescovo che non sa muoversi in questa nuova atmosfera (il tweet) si mette fuori dalla sua missione». Non contento, ha finito per asseverare che Cristo, proprio come Eugenio Scalfari, aveva cessato di credere in Dio quando urlò “perché mi hai abbandonato?”». Ravasi: «Una frase che introduce un elemento che non può essere divino ma che è solamente umano. Dio, quando Gesù è sulla croce, è assente. È in pratica l’“ateismo” salvifico di Cristo».(1)

Ma naturalmente il più notorio ventriloquo e più facondo imitatore è il segretario generale imposto da papa Francesco alla CEI, il vescovo Nunzio Galantino: «Vogliamo chiedere scusa ai non credenti – ha detto a Radio Vaticana l’11 giugno (si noti il plurale majestatis, pontificale) – perché tante volte il modo in cui viviamo la nostra esperienza religiosa ignora completamente le sensibilità dei non credenti, per cui facciamo e diciamo cose che molto spesso non li raggiungono, anzi li infastidiscono». In una riuscitissima imitazione del pauperismo bergogliano, Galantino ha annunciato una «Chiesa vuole essere “più povera di beni terreni e più ricca di virtù evangeliche, non ha bisogno di protezioni, di garanzie e di sicurezze”» (rinunci all’8 per mille, gli ha consigliato Socci). Galantino alla domanda : «Qual è il suo augurio per la Chiesa italiana?», ha risposto fra gli applausi della platea laicista: «Che si possa parlare di qualsiasi argomento, di preti sposati, di eucarestia ai divorziati, di omosessualità, senza tabù, partendo dal Vangelo e dando ragioni delle proprie posizioni».

Il punto da spiegare è come mai, chi prova a «dar ragione delle proprie posizioni», se queste non piacciono al Papa e alla sua giunta sudamericana che comanda in Vaticano, viene espulso dalla cattedra, commissariato, messo a riposo senza incarico. Si attende un indizio che ci consenta di dedurre congetturalmente questo dalla a-teologia implicita in vigore.

Galantino ha criticato Papi precedenti (Wojtyła) che favorivano «certe adunate» come le marce per la vita: «In passato ci siamo concentrati esclusivamente sul no all’aborto e all’eutanasia. Non può essere così, in mezzo c’è l’esistenza che si sviluppa. Io non mi identifico con i visi inespressivi di chi recita il rosario fuori dalle cliniche, che praticano l’interruzione della gravidanza, ma con quei giovani che sono contrari a questa pratica e lottano per la qualità delle persone, per il loro diritto alla salute, al lavoro». Questa frase sui «visi inespressivi di chi recita il Rosario» l’ha ricavata sicuramente da qualcosa che il Papa (che anche in Buenos Aires scoraggiò le suddette marce) gli ha detto, oppure anche fatto: magari gli ha mostrato con la mimica, facendo il verso a quei cristiani “spaventati dalla gioia” che pregano davanti alle cliniche abortiste con quelle facce tristi, untuose. Sai che risate si sono fatti, a Santa Marta!

Non è che lo dico per sospetto e pregiudizio. C’è almeno una prova del rapporto altamente confidenziale che unisce il Papa al suo imitatore e ventriloquo. Ed è il licenziamento in tronco di Dino Boffo dalla tv della CEI TV2000, avvenuta in febbraio. Un siluramento sgarbato e, come al solito, senza alcuna spiegazione. Ora, i lettori sanno se io ho particolare stima di Boffo, che fu mio direttore ad Avvenire: ma che modo è? La normale cortesia prevede che un direttore che è a quel posto da decenni venga congedato dagli editori con una gentile letterina: ringraziamento per i servizi resi, auguri di buona fortuna, riconoscenza e saluti. Invece, un calcio nel sedere, senza una parola. Tanto che il povero Boffo, «in mancanza di una spiegazione plausibile del suo licenziamento, si è rifiutato di sottoscrivere il comunicato ufficiale» messo sul tavolo per la controfirma, come ha scritto Repubblica.

Solo in aprile, sulla cacciata di Boffo qualcosa fa trapelare il segretario della CEI – sempre lui, Nunzio Galantino – quando dichiara in un’intervista alla Radio Vaticana: «Abbiamo fior di professionisti che per un malinteso senso di ecclesialità e di fedeltà alla Chiesa diventano più bigotti dei bigotti». Sandro Magister spiega che qui si allude a Boffo (come al solito senza nominarlo): «Si racconta che a papa Francesco non sia piaciuto il fervore con cui la TV della CEI e il suo stesso direttore davano lustro alle sue parole e ai suoi gesti, non solo presentandoli ma anche interpretandoli». Effettivamente, nei giorni e settimane seguenti la elezione di Bergoglio, Boffo è apparso un po’ troppo spesso nelle trasmissioni di TV2000: chiaramente voleva farsi notare da lui, forse ingraziarselo. Ha tenuto l’effetto contrario. Mi par di sentirlo, Bergoglio, davanti alla tv: «Ma chi è questo baciapile?». «Si chiama Boffo, Santità…». «Sbattetelo fuori. Come si permette di parlar di me, di interpretare i miei pensieri? Con quell’aria da bigotto, poi… Via, licenziatelo». Perché è chiaro che Galantino, queste espressioni («bigotto dei bigotti») le ha sentite dalla viva voce del pontefice.

Sappiamo anche che le punizioni mute, le bastonate senza una parola, sono coerenti con il «chi sono io per giudicare?» che è il pilastro della riforma bergogliesca: beccati “sto calcio in culo, ma tranquillo, mica ti sto giudicando”. È la base della teologia di papa Francesco, l’uomo che non deve chiedere mai; l’afasia punitiva, la randellata taciturna sono la conseguenza naturale del superamento dei dogmi, della dottrina; e persino della logica e buona educazione, evidentemente troppo «mondana».

Volevano la «collegialità»? Eccoli serviti
La collegialità è stata il cavallo di battaglia dei novatori al Concilio: volevano ridurre il magistero monocratico del Papa (il primato petrino, troppo autoritario) diluendolo nella «collegialità», obbligandolo a decidere insieme ai vescovi, quasi un primus inter pares. Appena eletto Francesco, i gesuiti americani si dicevano sicuri che il loro confratello divenuto Papa avrebbe posto la «rinnovata enfasi sulla collegialità, la collaborazione e la leadership condivisa con l’episcopato nel governo della Chiesa». Per questo sono state volute le Conferenze Episcopali nazionali, strumento che – per strana eterogenesi dei fini – doveva dare uno status di parità ai vescovi verso il Papa, e invece è riuscito a rendere i vescovi – ciascuno dei quali è discendente degli apostoli – un anonimo in un gruppo burocratico… ma questo è un altro discorso. Torniamo alla «collegialità» come l’ha applicata Francesco, anzitutto, verso la Conferenza Episcopale italiana, la CEI. Ricordando che per anni è stato il presidente della CEI a tenere il discorso inaugurale («prolusione») all’inizio della assemblea annuale dei vescovi. Ma adesso diamo la parola a Sandro Magister: quest’anno, «il cardinale Angelo Bagnasco, che ancora figura come presidente della conferenza episcopale italiana [benché Francesco l’abbia esautorato mettendogli alle costole un segretario generale, il comico Galantino], ha domandato a Francesco che sia lui, il papa, a tenere il discorso inaugurale all’assemblea plenaria dei vescovi convocata a maggio, cosa che nessun pontefice ha mai fatto. La richiesta del cardinale, si è letto nel comunicato ufficiale, “ha incontrato la pronta disponibilità del Santo Padre, che ha confidato di aver avuto in animo la medesima intenzione”. Infatti. Si sapeva da almeno un mese che Francesco aveva deciso così».

Che ve ne pare? A me, che sono vecchio e so di storia, ciò ricorda un pochino le sedute del Soviet Supremo sotto Stalin: quando tutti i delegati del Soviet (che sarebbe stato il potere legislativo), freneticamente, spontaneamente, all’unanimità, si alzavano per chiedere, implorare, pregare «il compagno Stalin» di suggerire loro le decisioni da prendere. Il compagno Stalin dapprima si sorprendeva; sùbito dopo, grato, riconoscendo che la richiesta del Soviet Supremo veniva proprio dal cuore, «ben volentieri» si degnava di prendere la guida anche dell’assemblea. Allora improvvisava un discorso che aveva preparato da qualche settimana: lanciava magari una campagna di repressione contro «i sabotatori annidati nel Partito»? Ecco le centinaia di membri del Soviet Supremo alzarsi ad applaudire freneticamente, in piedi per il sincero entusiasmo, a lungo, a lunghissimo. Nell’URSS di Stalin il Soviet poteva applaudire anche per ore, senza smettere; perché il compagno Stalin, lì presente, osservava e prendeva nota del primo che – dandosi l’aria indaffarata de membro che ha dei documenti da leggere – si sedeva e smetteva di battere le mani. Il giorno dopo, quello era scomparso.

Dite che sto esagerando? Che l’accolta dei vescovi italiani non può essere terrorizzata dal bonario, non-giudicante, simpatico e mite papa Francesco come fosse Josip Vissarionovic Stalin? Leggete il seguito di Magister: «Da quando lui è papa la CEI è come annichilita. Francesco ha chiesto ai vescovi italiani di dirgli come preferirebbero che avvenga la nomina del loro presidente e del segretario, se ad opera del papa, come è sempre stato in Italia, o con libere votazioni come avviene in tutti gli altri Paesi. Capita l’antifona, l’intenzione di quasi tutti i vescovi è di lasciare la nomina al papa. E se proprio egli vorrà che vi sia prima una votazione consultiva, la si farà, ma in segreto e senza spoglio delle schede. Le si consegneranno al papa ancora chiuse e lui ne farà quello che vuole. La CEI è la smentita vivente dei propositi di decentramento e “democratizzazione” della Chiesa attribuiti a Jorge Mario Bergoglio: l’unico che oggi vi è dotato di autorità effettiva è il segretario generale Nunzio Galantino, vescovo di Cassano all’Jonio. Ma la sua autorità è puro riflesso di quella del papa, che l’ha insediato».

Teologia della maleducazione
Qualche giornale s’è interrogato sulla condizioni di salute dell’amato Santo Padre. Ciò perché ripetutamente è mancato ad appuntamenti ed incontri anche importanti senza preavviso e senza spiegazioni. Come forse ricorderete, il 22 giugno 2013 è stato atteso inutilmente al concerto in suo onore organizzato in occasione dell’Anno della Fede. Il 4 dicembre poi Francesco ha cancellato bruscamente l’udienza al cardinale Angelo Scola e ai rappresentanti di Expo-Milano che volevano invitarlo all’evento. E ancora: il 28 febbraio, a pochi minuti dall’evento, Francesco rimanda la visita al Seminario romano; una settimana prima di partire per la Terra Santa, annulla il pellegrinaggio al Santuario del Divino Amore previsto per il 18 maggio; 9 giugno: annulla improvvisamente alcune udienze, tra cui quella al Consiglio superiore della magistratura. L’ultima è stata quando ha dato buca ad una numerosa folla di fedeli che lo aspettavano al Policlinico Gemelli. Dai giornali si ricava che ha lasciato con un palmo di naso fedeli, medici ed anche i suoi collaboratori: «Grande il disappunto dei presenti che erano in attesa del Pontefice al momento dell’annuncio sul piazzale. Lo staff del Papa era già sul luogo della visita: il cerimoniere pontificio monsignor Guido Marini, alla domanda sui motivi del forfait ha risposto: «Se non lo sapete voi…». L’annuncio è stato dato dal vescovo Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico dell’Università cattolica, spiegando che la visita è stata rinviata. Giuliodori non ha aggiunto altro sui motivi dell’annullamento». Perché non lo sapeva nessuno, come si capisce, nemmeno il suo staff. A celebrare la Messa e leggere l’omelia che doveva pronunciar Francesco, è stato lasciato il cardinal Angelo Scola…

Ora, tutti questi appuntamenti bruciati, incontro stabiliti e mandati a monte senza preavviso e senza uno straccio di chiarimenti, ha indotto alcuni media a prendere per buona la scusa goffamente avanzata a posteriori dallo staff papalino («lieve indisposizione») e a chiedersi se il pontefice sia gravemente malato. Sono in grado di tranquillizzare sulla salute dell’amato papa: quando si assenta e la dà buca, è perché gli gira così. Alla curia di Buenos Aires mi hanno detto che faceva lo stesso anche quando era là come cardinale: una parrocchia lo invitava, preti e fedeli preparavano l’evento per mesi, pie donne allestivano un pranzo di festa — e lui arrivava di corsa, di corsa diceva la Messa, e scappava via di corsa, praticamente senza salutare, senza dire una parola, lasciando tutti attorno alla tavola tristemente imbandita. In curia a Buenos Aires si stupivano sinceramente di rivedere in tv Bergoglio che, nelle vesti papali, «sorride! E abbraccia i bambini!?». Molti me l’hanno descritto come uno scontroso scorbutico e sgarbato, un autoritario arbitrario che faceva più paura che simpatia; specie nella Curia, dove poteva stroncare carriere, aveva instaurato un clima di terrore. Me l’hanno descritto come un rozzo, maleducato; uno che «se la lega al dito»; uno che – fatto più grave – soggiace a innamoramenti e detestazioni fortissimi, e parimenti immotivati, per persone. Quelle che ama, le difende contro ogni evidenza e le promuove contro ogni merito; verso i suoi preferiti assume perfino atteggiamenti servili («gli fa da chierichetto alla Messa»); di quelli che odia, si vendica anche a distanza di anni.

Fin dai primi atti di pontificato, il Santo Padre ha mostrato di farsi trascinare da queste simpatie ed antipatie arbitrarie. Ognuno ricorderà come si sia innamorato del direttore dell’albergo Santa Marta dove abita, monsignor Battista Ricca, fino a nominarlo sui due piedi ai vertici dello IOR, la banca vaticana. Rievoca Magister: «Quando lo scorso giugno lo promosse a questo ruolo, papa Francesco era all’oscuro dei trascorsi scandalosi di Ricca, negli anni in cui costui era consigliere di nunziatura ad Algeri, a Berna e poi soprattutto a Montevideo», dove conviveva con il suo amante, nella sede stessa della Nunziatura. L’intimità di rapporti tra Ricca e Haari era così scoperta da scandalizzare numerosi vescovi, preti e laici di quel piccolo paese sudamericano, non ultime le suore che accudivano alla nunziatura». Informato da persone di sua fiducia dei trascorsi di Ricca e del suo ancor più scandaloso ritorno in carriera, Francesco ringraziò, si documentò e promise che avrebbe deciso di conseguenza. Ma dopo dieci mesi Ricca è ancora prelato dello IOR.

Antipatico, per contro, gli è il nunzio apostolico per l’Italia, Adriano Bernardini: «È gelo. Jorge Mario Bergoglio lo conosce bene e non gliel’ha perdonata. Quando Bernardini era nunzio in Argentina, tra il 2003 e il 2011, tirava le fila dell’opposizione all’allora arcivescovo di Buenos Aires». Bernardini contrastava Bergoglio sui «valori non negoziabili» (“Non ho mai compreso l’espressione valori non negoziabili”, ha detto il papa in una delle sue ultime interviste). Antipaticissimo gli è il cardinale di Milano Angelo Scola, suo serio concorrente al conclave: non a caso gli moltiplica le sgarberie, non si fa vedere agli appuntamenti, cancella gli incontri ufficiali con lui in Vaticano. Anche il presidente della CEI, monsignor Bagnasco, non gli piace proprio; e l’ha di fatto commissariato con Galantino, vescovo di una diocesi secondaria, parolaio e presenzialista ventriloquo del papa. L’errore imperdonabile di Bagnasco è stato di aver voluto essere il primo, all’uscita del Conclave, a congratularsi con Scola — che lui credeva eletto pontefice. Simpatia pubblica, invece per il cardinal Kasper, che ha lodato nel suo primo Angelus da San Pietro, urbi et orbi: “un teologo in gamba, un buon teologo”. Chi conosceva le idee di Kasper già ebbe così un annuncio di quel che era, implicita e non ancora pienamente espressa, la teologia bergogliana; inutilmente sperammo di no. Il proposito di dare l’eucarestia ai divorziati risposati viene da lì. Ed è da lì che, di fronte alle resistenze ed argomentazioni dei molti e seri oppositori, è venuta fuori la nota battuta: «Se domani venisse una spedizione di marziani, per esempio, e alcuni di loro venissero da noi, ecco… marziani, no? Verdi, con quel naso lungo e le orecchie grandi, come vengono dipinti dai bambini… E uno dicesse: “Ma, io voglio il Battesimo!”. Cosa accadrebbe?».

La risposta è più semplice di quella che pare. Da millenni la Chiesa battezza «marziani», aztechi, cinesi, cannibali, ex cacciatori di teste… lo fa però, dopo averli istruiti sul senso del Sacramento, insomma aver trasmesso la dottrina cattolica. Ma con la battuta dei marziani, è proprio la dottrina cattolica che si voleva dichiarare inutile — alludendo non ai marziani, ma ai divorziati che esigono la Comunione perché soffrono ad essere discriminati. Infatti, sùbito dopo, ecco il papa esplicare: «Lo Spirito soffia dove vuole, ma una della tentazioni più ricorrenti di chi ha fede è di sbarrargli la strada e di pilotarlo in una direzione piuttosto che un’altra». Capito l’antifona? Capìta: certamente la Comunione ai divorziati passerà, e il Cristo reale sarà dato a peccatori abituali non pentiti, che si suppone oggi essere il Corpo sociale di Cristo, fra gli applausi dei vescovi.

Difatti già il vescovo di Novara s’è scagliato contro un suo sacerdote (sta diventando un’abitudine, questa) che aveva spiegato che non può aver la Comunione chi convive, perché «vive in una infedeltà continuativa. Non si tratta di un peccato occasionale (per esempio un omicidio)», manca in questo caso «il dovere di emendarsi attraverso un pentimento sincero e il proposito vero e fermo di allontanarsi dal peccato e dalle occasioni che conducono ad esso». Come prevedibile, Repubblica (del caro Scalfari) fraintende: «Per il parroco di Cameri convivere è peggio che uccidere» e strilla allo scandalo. Immediatamente il vescovo del povero parroco, monsignor Giulio Brambilla, si precipita a dettare alle agenzie «una netta presa di distanza sia dai toni che dai contenuti del testo per una inaccettabile equiparazione tra convivenze/situazioni irregolari e omicidio». Ma che dico? Interviene persino un cardinal Baldisseri, nientemeno che Segretario del Sinodo per la Famiglia. Il quale per esprimere tutto il suo disprezzo per il povero parroco di Novara, detta alle agenzie: «È una pazzia. Si tratta di un’opinione strettamente personale di un parroco che non rappresenta nessuno, neanche sé stesso».

Come si permette, il cardinalone? Ma non si può dubitarne: quando vescovi e persino cardinali si mettono ad insultare, con la bava alla bocca, un povero parroco colpevole di aver detto una cosa vera, lo fanno perché sentono che ciò è gradito al Papa, che è coerente con il sistema a-dogmatico ed a-teologico implicito e in fieri con cui intende rinnovare il vecchiume della Chiesa. Sentono che possono fare questa cosa abbietta perché il povero parroco è uno di quelli che Bergoglio accusa di «tendere in maniera esagerata alla “sicurezza dottrinale”, in una visione statica e involutiva». Anche loro si fanno ventriloqui del Papa, sapendo che attaccare un debole può persino giovare alla carriera, nel nuovo clima.

Certo che questa gran passione e benevolenza per i lontani, il rifiuto di giudicare e di punire, tutta la bonomia e la comprensione per gli Eugenio Scalfari, tutta la calda misericordia per gay e divorziati, la bella e santa disposizione a mettere tra parentesi l’ortodossia per non irritare o non credenti (Galantino ha chiesto scusa ai “non credenti” perché tante volte il modo in cui viviamo la nostra esperienza religiosa ignora completamente le sensibilità dei non credenti, per cui facciamo e diciamo cose che molto spesso non li raggiungono, anzi li infastidiscono”), insomma tutta questa delicatezza, ha poi delle conseguenze violente, vilmente repressive e ripugnanti: che i vescovi si sentono in diritto di insultare e vilipendere i loro preti fedeli, che interi ordini religiosi vengono soffocati e con loro il loro carisma, e in generale il risultato è che tutta una formidabile volontà di odio, persecuzione, censura e stroncatura, si esercitano all’interno della Chiesa e contro una parte del popolo fedele.

Strani risultati della teologia progressista e che non si vuole «statica e involutiva», sganciata dalla «eccessiva sicurezza dottrinale», ma aperta e dinamica, pastorale e caritatevole senza limiti. E pazienza, se a questo prezzo, si attraessero folle e frotte di nuovi cristiani venuti da fuori, dalla miscredenza e dalle periferie esistenziali, attratti dalla riforma a-dogmatica, dal «chi sono io per giudicare» (i finocchi). Invece accade per esempio questo: chiude Ad Gentes, storica rivista missionaria, perché non vende più, e perché, come scrive il caro padre Gheddo nell’ultimo numero, «la missione alle genti sta perdendo la sua identità e interessa sempre meno, almeno in Italia: parrocchie, diocesi, seminari e il popolo di Dio. È difficile trovare un seminario che accolga volentieri un missionario e lo faccia parlare ai seminaristi. I seminaristi sono pochi, molto impegnati e le missioni interessano sempre meno. Fino al Concilio Vaticano II c’era la chiara affermazione della nostra identità: andare ai popoli non cristiani, dove ci mandava la Santa Sede, annunziare e testimoniare Cristo e il suo Vangelo, di cui tutti hanno bisogno. Certo si parlava anche delle opere di carità, di istruzione, di sanità, di promozione, di diritti e opere di giustizia per i poveri e gli sfruttati. Ma su tutto emergeva l’entusiasmo di essere stati chiamati da Gesù per portarlo a popoli che vivono senza conoscere il Dio dell’amore e del perdono. C’era l’entusiasmo della vocazione missionaria gioiosamente manifestato e quindi si parlava spesso di catechesi, catecumenato, conversioni a Cristo, preghiere e sofferenze per le missioni, del perché i popoli hanno bisogno di Cristo, ecc. Soprattutto si parlava di vocazioni missionarie, perché il missionario è un privilegiato che va fino agli estremi confini della terra per realizzare il testamento di Gesù quando sale al cielo».

Tutto questo è sparito dopo il Concilio. Oggi, istruiti dalla a-teologia ed a-dogmatica, dai ventriloqui e dagli esegeti di Bergoglio, possiamo capire meglio perché. Da una parte, se già l’affermazione dell’ortodossia è una «violenza metafisica» contro il prossimo non-credente, figurarsi cos’è la pretesa di convertire un pagano. E poi: convertirlo a che cosa, precisamente? A quali contenuti?

NOTE

1) Mi è doveroso citare almeno in nota un’altra ventriloquo formidabile, suor Fernanda Barbiero, dorotea; che il Papa tanto apprezza, da averla mandata a commissariare il ramo femminile delle francescane dell’Immacolata. Valorosa neo-teologa, suor Fernanda ritiene che quelle suore richiedano una bella riforma e spazzolata. Come ha scritto in un suo testo: «Noi religiose siamo state formate a un tipo di fede e di spiritualità che ci trattiene nella ragione. È una spiritualità congelata nella filosofia dell’essere, non più attuale per l’urgenza di costruire un’etica. Ed etica vuol dire relazione di vita, non ragione. (…) Noi dovremmo semplificare la religiosità e renderla più vicina ai bisogni reali dei poveri. C’è troppo “invisibile”, troppo arcano. La direzione della vita religiosa pare dimostrare che la santità ha il suo epicentro nell’al di là, nell’invisibile, o in una carità molto più vicina all’elemosina che alla responsabilità e all’impegno per un mondo più giusto. “Cercate il regno di Dio e la sua giustizia”, ha detto Gesù. Dove?… Dobbiamo riconciliarci con la storia come unico tempio dove Dio ha preso volto e casa». Niente più «spose di Cristo», basta con le clausure e mistiche preghiere d’intercessione e di espiazione per il mondo; nelle suore «c’è troppo invisibile, troppo arcano»; vadano a pulire i pavimenti nelle periferie esistenziali. È la vita contemplativa che viene qui del tutto condannata come inutile. È come se l’evangelica e indaffaratissima Marta avesse preso a calci la sorella Maria che stava ai piedi di Gesù bevendo le sue parole, urlandole: «Lavativa! Va’ a gettare la spazzatura, perditempo!».

© EFFEDIEFFE

Il mistero della Chiesa

Se dovessimo chiedere alle persone comuni di formulare una domanda sulla prima e più importante cosa che desiderano dalla Chiesa, sono sicuro che le richieste maggiori saranno di tipo esclusivamente contingente e mondano:

  • che sia più aperta e inclusiva;
  • che sia più accogliente;
  • che sia più solidale con le classi più povere, ecc.

Questo tipo di richieste indicano in modo evidente su quale piano è posta la Chiesa: un piano secolare. Va di suo, che qui non guardiamo alla radice della nostra vita (Dio) ma al nostro bisogno individuale se non egoistico. Altro orizzonte non c’è se non quello puramente umano, giusto o sbagliato che sia.

Tuttavia se l’istituzione della Chiesa obbedisse a questi criteri, non si capisce bene perché la tradizione le attribuisce la nascita il giorno di Pentecoste.

La Pentecoste, infatti, è l’apertura del mondo celeste sul mondo terreno, la comunicazione del secondo con il primo.

Se l’istituzione della Chiesa è legata all’evento della Pentecoste, se ne trae che ad essa è affidata la comunicazione con il mondo celeste e che, nel suo seno, avviene questo stesso evento carismatico.

Il compito della Chiesa non è, dunque, tanto quello di risolvere le contraddizioni e le ingiustizie del mondo (che continuano ad esserci per la libertà con la quale l’uomo agisce), quanto di mantenere una porta aperta per il cielo.

Stando così le cose, alla domanda “cosa desideri dalla Chiesa?”, si dovrebbe rispondere: “Che mi metta in contatto con Dio!”. Qui guardiamo a quanto “irriga” la radice della nostra vita e ci obbliga ad uscire dal nostro “giardino individuale”.

Esiste questa risposta? Forse solo in una ben minima percentuale tra le persone, dal momento che si pensa, in modo implicito, che la Chiesa attorno a noi non sia affatto capace di mettere in contatto i suoi credenti con Dio (ammesso se ne ammetta l’esistenza). C’è chi lo crede davvero e lo dice! Io stesso ne sono convinto, almeno riguardo ad alcuni ambienti ecclesiali che reputo spiritualmente impotenti.

Ecco, allora, che l’evento evangelico della Pentecoste diviene la bella storia di un evento morto e sepolto.

Lo stesso Spirito Santo, è qualcosa di cui non si capisce bene la funzione e l’azione (poiché tutto nasce e finisce nell’umano). Lo Spirito santo diviene un’espressione folcloristico-religiosa e qualche sacerdote arriva pure a definirlo “la coscienza dell’uomo”. Non si potrebbe esprimere meglio quest’implosione del divino nel solo umano!

[In questo schema si vede chiaramente che ogni azione sul mondo, nell’impostazione cristiana tradizionale, avviene indirettamente. È questo che valuta molto il monachesimo nella vita della Chiesa. Tutto il contrario avviene oggi in cui siamo nel secondo esempio con la negazione de facto del monachesimo.]

Al contrario, l’evento della Pentecoste è il mistero stesso della Chiesa (poiché è una realtà divina che vive nascosta in lei), la sua identità più profonda che non si fa scalfire dai rivolgimenti della storia poiché è metastorica, pur pulsando nella storia.

Se la Chiesa non nasce e non porta alla Pentecoste non serve alla ragione principale per la quale è stata istituita.

Ma perché questo inizi ad avvenire, è indispensabile non aver rotto la tradizione apostolica stabilita da una retta fede e da una retta prassi cristiana.

Laddove è avvenuta questa rottura, non ci si può aspettare altro che la Chiesa si occupi di affari sociali e mondani o divenga una dispensatrice di consolazioni puramente psicologiche, seppur in nome di Dio. Ultimamente, la Chiesa è divenuta promotrice pure di divertimenti, spettacoli, danze e canzoni…

La maggioranza dei nostri cristiani conosce esattamente questo tipo di Chiesa, una Chiesa oramai totalmente slegata dal suo stesso evento fondativo: la Pentecoste!

Solo in ambiti in cui lo Spirito santo - attore della Pentecoste - è ritenuto il vero motore della Chiesa, è possibile riconoscerlo presente e vivo. Altrove, tutto inizierà e finirà nell’uomo, come in una qualsiasi altra istituzione puramente umana…

© TRADITIO LITURGICA (6 giugno 2014)

Sinodo famiglia, un filo lega Cameri a Toronto

Il cardinale canadese Collins (Toronto) a proposito di divorziati risposati usa le stesse espressioni del parroco di Cameri, bollate come “pazzia” dal segretario del Sinodo, cardinale Baldisseri. Ma è proprio qui che si giocherà il prossimo Sinodo: tra chi si pone il problema di elevare ogni uomo a Dio, sostenendolo nella difficoltà del cammino, e chi vuole ridurre il disegno di Dio alla misura dell’uomo, rassegnandolo alla sua mediocrità.

di Riccardo Cascioli (30/06/2014)

Sembrava quasi una bega di paese, un piccolo “scandalo” diocesano assurto alle cronache nazionali per il solito corto circuito mediatico. E invece la vicenda del parroco di Cameri, don Tarcisio Vicario, consegnato alla gogna mediatica dal suo vescovo monsignor Giulio Brambilla per aver tentato di spiegare ai propri parrocchiani perché non è possibile ammettere ai sacramenti i conviventi, sta diventando il simbolo della lotta che si prepara al prossimo Sinodo sulla famiglia.

Di ciò che è successo a Cameri abbiamo dato conto in un articolo nei giorni scorsi: don Tarcisio aveva semplicemente cercato di spiegare il Catechismo sostenendo che una convivenza implica il permanere in una situazione contraria alla legge di Dio, mentre dopo un peccato anche grave – fosse anche l’omicidio – ci si può riconciliare se veramente pentiti. Il vescovo di Novara non solo aveva preso le distanze e svergognato il suo prete, aveva anche preteso – in puro stile maoista - che firmasse una lettera di scuse da leggere nelle chiese.

Nei giorni successivi, ovviamente, su giornali e social media è stato tutto un “Dalli a don Tarcisio”, mentre il povero parroco era nel frattempo in viaggio in Irlanda per un pellegrinaggio programmato da tempo (magari è vero, ma siccome si dice sempre così qualche dubbio viene). Detto per inciso, ironia della sorte ha voluto che sabato 21 giugno andasse a celebrare messa a Cameri un prete – proveniente da altra diocesi - che poi si è scoperto essere ricattato per la partecipazione a festini gay: in questo caso il vescovo non ha fatto nemmeno una piega (sia detto per dovere di cronaca).

Ma la vicenda ha avuto una eco che è arrivata fino alla preparazione del prossimo Sinodo dei vescovi. Il 26 giugno infatti c’è stata la presentazione dell’Instrumentum Laboris che sarà la base della discussione al Sinodo. A presentarlo alla stampa c’era anche il segretario generale del Sinodo dei vescovi, il cardinale Lorenzo Baldisseri, che già nei mesi scorsi era stato protagonista di uscite che andavano nel senso di una ridefinizione della dottrina sul matrimonio. Nell’occasione Baldisseri ha presentato le diverse parti del corposo documento, insistendo molto sull’attenzione e la sensibilità verso le «situazioni pastorali difficili», sulla necessità di «guarire le persone ferite» e di «una pastorale capace di offrire la misericordia che Dio concede a tutti senza misura».

Insomma, nulla che possa rovinare l’immagine di una Chiesa accogliente, che non giudica più, in cui si evita di dire le cose spiacevoli per non urtare la sensibilità, in cui quel che conta è l’amore, come direbbe anche Barack Obama. Senonché a margine della presentazione dell’Instrumentum Laboris un giornalista dell’Ansa chiede al cardinal Baldisseri della vicenda di Cameri e delle parole di don Tarcisio. E allora improvvisamente la musica cambia: «Una pazzia», dice Baldisseri, «si tratta di un’opinione strettamente personale di un parroco che non rappresenta nessuno, neanche se stesso». Non rappresenta nessuno, neanche se stesso: in pratica gli ha dato del malato di mente. E allora si è cominciato a capire che la misericordia di cui tanto si parla non riguarda tutti, anzi per qualcuno il giudizio sarà senza alcuna pietà.

Ma la reazione sproporzionata del cardinale Baldisseri si può spiegare con il fatto che a chi cerca di nascondere nella nebbia di tante parole dolci ed espressioni accattivanti il tentativo di modificare la dottrina della Chiesa, a dare maggiormente fastidio è proprio la riproposizione pura e semplice della verità sull’uomo che la Chiesa ha sempre annunciato.

E che questo sia il punto lo conferma l’intervento di un altro cardinale, il canadese Thomas Collins, arcivescovo di Toronto, che in un’intervista concessa il 25 giugno a Word on Fire (e segnalata dal blog di Sandro Magister) afferma chiaramente che c’è chi sta creando una aspettativa sul cambiamento di dottrina nella Chiesa a riguardo del matrimonio, così come accadde con Paolo VI alla vigilia dell’enciclica Humanae Vitae: «Questo genere di aspettativa – dice il cardinale Collins – si basa sull’idea che la dottrina cristiana sia come la politica di un governo: quando cambiano le circostanze, o quando cambia l’opinione della maggioranza, allora anche la politica cambia». Ma non è così: «La dottrina cristiana è fondata sulla legge naturale che è inscritta da Dio nella nostra natura, e soprattutto sulla parola rivelata da Dio».

E neanche a farlo apposta, richiesto di chiarire l’insegnamento della Chiesa in materia di divorziati risposati, il cardinale Collins usa esattamente le stesse espressioni del povero parroco di Cameri: «I cattolici divorziati e risposati non possono ricevere la santa comunione dal momento che, quali che siano la loro disposizione personale o le ragioni della loro situazione, conosciute forse solo da Dio, essi persistono in una condotta di vita che è oggettivamente in contrasto con il chiaro comando di Gesù. Questo è il punto. Il punto non è che essi hanno commesso un peccato; la misericordia di Dio è abbondantemente assicurata a tutti i peccatori. L’omicidio, l’adulterio e altri peccati, non importa quanto gravi, sono perdonati da Gesù, specialmente attraverso il sacramento della riconciliazione, e il peccatore perdonato riceve la comunione. In materia di divorzio e di secondo matrimonio il problema sta nella consapevole decisione, per le ragioni più diverse, di persistere in una durevole situazione di lontananza dal comando di Gesù».

Anche il cardinale Collins fa dunque un confronto tra la convivenza e peccati gravi quali l’omicidio. Nessuna equiparazione, ma la spiegazione di una differenza, perché uno può accedere alla comunione e l’altro no.

Collins ovviamente non si ferma qui: anche lui – come del resto il parroco di Cameri - è attento ai bisogni e alle sofferenze di chi vive situazioni familiari irregolari, ma la cura pastorale non può essere a scapito della verità: sarebbe «offrire una consolazione nel breve periodo al costo di una grande sofferenza nel lungo periodo».

E a quanti pensano di dover aggiornare la dottrina e il linguaggio perché la gente oggi non capisce più o comunque la maggioranza non segue, il cardinale Collins ricorda che «quando Gesù predicava in Galilea divorzio e secondo matrimonio erano accettati dalla società. La legge di Mosè lo permetteva. L’insegnamento di Gesù, che divorzio e secondo matrimonio non sono ammessi, era rivoluzionario. Era anche un’indicazione con cui affermava la propria divinità, perché solo Dio ha il potere di cambiare la legge di Mosè».

La vicenda del Sinodo dunque, nella sua essenza si giocherà qui: tra chi si pone il problema di elevare ogni uomo a Dio, sostenendolo nella difficoltà del cammino, e chi vuole ridurre il disegno di Dio alla misura dell’uomo, rassegnandolo alla sua mediocrità.

E in ogni caso don Tarcisio potrà chiedere ospitalità all’arcidiocesi di Toronto.

© LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA

Cose da pazzi. Il cardinale Collins e il curato di campagna

di Sandro Magister (29/06/2014)

Dopo Müller, Brandmüller, Caffarra e De Paolis, un altro cardinale è sceso in campo alla grande contro le tesi pro comunione ai divorziati risposati sostenute dal loro collega teologo Walter Kasper nel concistoro dello scorso febbraio.

È il canadese Thomas Collins, arcivescovo di Toronto, 66 anni, cardinale dal 2012 e stella emergente del sacro collegio, tra l’altro chiamato da papa Francesco a far parte della rinnovata commissione cardinalizia di sovrintendenza sullo IOR.

Il cardinale Collins è intervenuto sulla questione in un’ampia intervista a Brandon Vogt per il blog cattolico americano “The Word on Fire”, pubblicata il 25 giugno, vigilia della diffusione dell’Instrumentum laboris, cioè del testo base del prossimo sinodo sulla famiglia:

> Marriage, Divorce, and Communion

In un passaggio dell’intervista, Collins argomenta così l’impossibilità di dare la comunione ai divorziati risposati:

“I cattolici divorziati e risposati non possono ricevere la santa comunione dal momento che, quali che siano la loro disposizione personale o le ragioni della loro situazione, conosciute forse solo da Dio, essi persistono in una condotta di vita che è oggettivamente in contrasto con il chiaro comando di Gesù. Questo è il punto. Il punto non è che essi hanno commesso un peccato; la misericordia di Dio è abbondantemente assicurata a tutti i peccatori. L’omicidio, l’adulterio e altri peccati, non importa quanto gravi, sono perdonati da Gesù, specialmente attraverso il sacramento della riconciliazione, e il peccatore perdonato riceve la comunione. In materia di divorzio e di secondo matrimonio il problema sta nella consapevole decisione, per le ragioni più diverse, di persistere in una durevole situazione di lontananza dal comando di Gesù. Sebbene non sia giusto per loro ricevere i sacramenti, dobbiamo trovare migliori vie per aiutare le persone che si trovano in questa situazione, per offrire loro una cura amorevole.

“Un elemento di possibile aiuto sarebbe che tutti noi capissimo che non è obbligatorio ricevere la comunione quando si va a messa. Sono molti i motivi per i quali un cristiano può decidere di non ricevere al comunione. Se ci fosse minore pressione perché ciascuno riceva la comunione, ciò sarebbe d’aiuto per coloro che non sono in condizione di farlo”.

E ancora:

“Dobbiamo riflettere su che cosa possiamo fare per aiutare le persone che si trovano in questa situazione, in forme amorevoli ed efficaci. Ma facendo questo, dobbiamo anche essere fedeli al comando di Gesù e alla necessità di non mettere a rischio al santità del matrimonio, con le più gravi conseguenze per tutti, specialmente in un mondo in cui la stabilità del matrimonio è già tragicamente compromessa. Se noi dessimo prova con i fatti, se non con le parole, che il patto matrimoniale non è effettivamente quello che Gesù dice che è, ciò offrirebbe un sollievo solo momentaneo, al prezzo di una sofferenza di lunga durata. Se la santità del patto matrimoniale fosse progressivamente indebolita, alla fine sarebbero i figli a soffrire di più”.

Ma nell’intervista Collins dice molto più di quanto qui riportato. Verso la fine egli fa anche un parallelo tra le aspettative di cambiamento che precedettero la “Humanae vitae” di Paolo VI e quelle – a suo giudizio altrettanto infondate – che precedono il prossimo sinodo:

“Negli anni che precedettero l’enciclica di papa Paolo VI che ha riaffermato il costante insegnamento cristiano che la contraccezione non è in accordo con la volontà di Dio, c’era la diffusa aspettativa che la Chiesa stesse per cambiare il suo insegnamento. Questo tipo di aspettativa era basata per una certa parte sull’idea che la dottrina cristiana è come la politica di un governo: quando le circostanze cambiano, o quando più gente sostiene un’alternativa invece di un’altra, allora la politica cambia.

“Ma l’insegnamento cristiano è fondato sulla legge naturale che è scritta nei nostri cuori da Dio, e specialmente sulla parola rivelata di Dio. Noi scopriamo la volontà di Dio, e le Scritture e la fede vivente della Chiesa ci aiutano a fare ciò. Noi non modelliamo la volontà di Dio secondo ciò che attualmente ci pare meglio.

“Così, quando papa Paolo VI non cambiò ciò che non era nei suoi poteri cambiare, ma riaffermò la fede cristiana, molta, molta gente fu contrariata, e semplicemente decise di ignorare l’insegnamento. Questa è la nostra situazione presente. Io spero davvero che non abbiamo a soffrire una ripetizione di questo, mentre si diffondono infondate aspettative riguardo a un cambiamento da parte della Chiesa dell’esplicito insegnamento di Gesù sul matrimonio”.

Una curiosità. Come s’è visto sopra, anche il cardinale Collins, per spiegare l’impossibilità di dare la comunione ai divorziati risposati, fa il paragone tra la loro situazione di perdurante e consapevole “lontananza dal comando di Gesù” e quella di un colpevole di altro peccato anche gravissimo come l’omicidio, che però, pentito, può essere assolto e riammesso alla comunione.

La curiosità è che questo stesso paragone, fatto negli stessi giorni dal parroco di Cameri nella diocesi di Novara, don Tarcisio Vicario, ha invece esposto costui al pubblico ludibrio da parte del cardinale Lorenzo Baldisseri, segretario generale del sinodo, che il 26 giugno ha definito le parole del sacerdote come “una pazzia, un’opinione strettamente personale di un parroco che non rappresenta nessuno, neanche se stesso”.

Il giorno precedente anche il vescovo di Novara, Franco Giulio Brambilla, s’era sentito in dovere di “una netta presa di distanza sia dai toni che dai contenuti del testo” di quel suo parroco, a motivo della “inaccettabile equiparazione, pur introdotta come esempio, tra convivenze irregolari e omicidio. L’esemplificazione, anche se scritta tra parentesi, risulta inopportuna e fuorviante, e quindi errata”.

Per la precisione, ecco le parole testuali del malcapitato curato: “Per la Chiesa, che agisce in nome del Figlio di Dio, il matrimonio tra battezzati è solo e sempre un sacramento. Il matrimonio civile e la convivenza non sono un sacramento. Pertanto chi si pone al di fuori del sacramento contraendo il matrimonio civile vive una infedeltà continuativa. Non si tratta di un peccato occasionale (per esempio un omicidio), né di una infedeltà per leggerezza o per abitudine che la coscienza richiama comunque al dovere di emendarsi attraverso un pentimento sincero e il proposito vero e fermo di allontanarsi dal peccato e dalle occasioni che conducono ad esso”.

Il cardinale Collins non ha detto niente di diverso. Una “pazzia” anche la sua?

© SETTIMO CIELO

Christianus mihi nomen est, catholicus cognomen

anticattocomunismo:

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di Roberto de Mattei (28/06/2014)

Il supremo criterio di giudizio per un cattolico dovrebbe essere quello della Chiesa: amare e odiare ciò che la Chiesa ama e odia. Amare la verità, in tutta la sua unicità e integrità, odiare l’errore in tutte le sue molteplici espressioni. Ortodossia ed eterodossia restano il metro ultimo di giudizio a cui la ragione di un cristiano deve sottomettersi.

Il Papa Paolo II istituì nel 1542 la congregazione dell’Inquisizione romana, poi detta Sant’Uffizio e oggi congregazione per la Dottrina della Fede, allo scopo di tutelare la purezza dell’ortodossia; san Pio V, nel 1571, affiancò ad essa, la congregazione dell’Indice con il compito di segnalare tutti i libri difformi dalla retta dottrina cattolica. Nel 2002 è stato pubblicato dal Centre d’Etudes de la Renaissance dell’università di Sherbrooke L’Index Librorum prohibitorum 1600-1966, che raccoglie tutte le opere condannate fino alla soppressione dell’Indice, voluta da Paolo VI nel 1966. Dal protestantesimo all’illuminismo, dal liberalismo cattolico al modernismo, non c’è autore eterodosso che non sia stato individuato e condannato per il bene della Chiesa e la salvezza delle anime.

L’Indice costituiva un prezioso strumento per aiutare i cattolici a conoscere e detestare gli errori e le eresie; il S. Uffizio era il supremo tribunale a cui ogni cattolico poteva rivolgersi quando aveva qualche dubbio o perplessità in materia di fede o di morale.

Alla congregazione per la Dottrina della Fede, succeduta al S. Uffizio, si devono, negli ultimi anni, numerose notificazioni come la Dominus Jesus del 2000 o le Considerazioni circa i progetti legali di riconoscimento delle unioni omosessuali del 2003. Dopo lo sconcertante intervento del cardinale Kasper, in tema di divorziati risposati, al Concistoro del 20 febbraio 2014, e l’altrettanto inquietante documento Instrumentum laboris, presentato il 26 giugno, in preparazione al prossimo Sinodo sulla famiglia, sarebbe lecito attendersi dalla congregazione, oggi presieduta dal cardinale Gerard Mueller, una parola chiarificatrice sui gravi problemi sul tappeto in materia di famiglia e morale sessuale.

Oggi però si pretende di sostituire l’ortodossia con l’“ortoprassi”. La rivista internazionale di teologia “Concilium” ha dedicato il suo ultimo numero al tema: Dall’«anathema sit» al «Chi sono io per giudicare?», a partire dalla famosa frase di Papa Francesco sull’omosessualità: “chi sono io per giudicare”, pronunciata di ritorno dal Brasile, nel luglio 2013. Gli autori definiscono l’ortodossia come “una violenza metafisica”.

Essi ritengono che le formule e i dogmi non possono comprendere l’evoluzione storica, ma ogni problema vada collocato nel suo contesto storico e sociopolitico. Il concetto di ortodossia va superato, o quanto meno ridimensionato, perché, viene utilizzato come“punto di riferimento per soffocare la libertà di pensiero e come arma per sorvegliare e punire” (“Concilium”, 2/2014, p. 11). Al primato della dottrina va sostituito quello della prassi pastorale, come spiega a sua volta il padre Juan Carlos Scannone, intervenendo a sostegno del cardinale Kasper, nell’articolo Teologia serena, fatta in ginocchio, sulla “Civiltà Cattolica” del 7 giugno 2014.

Le categorie di ortodossia e di eterodossia vengono accantonate come antiquate. E nascono nuove espressioni semantiche. Una delle più curiose è quella di “cripto-lefebvrismo”: un termine che il padre Angelo Geiger FI ha recentemente utilizzato sul suo sito americano per squalificare, oltre alla mia persona, un benemerito sito cattolico quale Rorate Coeli, colpevole di aver espresso la sua preoccupazione per quanto sta accadendo ai Francescani dell’Immacolata. Per padre Geiger tutto è normale e chi mette in dubbio questa normalità è un “cripto-lefebvriano”.

Chi sono i “ cripto-lefebvriani”? Sono coloro che, nella situazione di confusione contemporanea, pur non facendo parte della Fraternità San Pio X, guardano alla Tradizione cattolica come a un punto di riferimento. Sono i cattolici che vogliono rimanere ortodossi e, per esserlo, si richiamano al Magistero definitivo della chiesa, non meno “vivo” e attuale del Magistero indiretto e non definitorio dei vescovi e del Papa regnante.

Il padre Angelo Geiger accusa i Francescani fedeli a padre Stefano M. Manelli, Rorate Coeli e il sottoscritto di essere contro il Papa e il Vaticano II. Lo preghiamo di leggere il volume pubblicato dal suo confratello padre Serafino M. Lanzetta Il Vaticano II. Un concilio pastorale. Ermeneutica delle dottrine conciliari, Cantagalli, Siena 2014. L’opera, condotta sotto la guida del prof. Manfred Hauke, è valsa all’autore l’abilitazione alla libera docenza presso la Facoltà Teologica di Lugano.

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Padre Lanzetta vi spiega che l’insegnamento del Vaticano II si situa sulla linea del Magistero ordinario della Chiesa, ma senza esigere un’adesione di fede. “La qualificazione teologica più adeguata per le dottrine da noi esaminate, salvo meliore iudicio, sembra essere quella di sententiae teologicae ad fidem pertinentes: questioni su cui il magistero non si è ancora pronunciato definitivamente, la cui negazione potrebbe condurre a mettere in pericolo altre verità di fede e la cui verità è garantita dal loro intimo collegamento con la Rivelazione” (pp. 430-431). La discussione di queste tesi teologiche è ancora libera e aperta. Il dato dottrinale del Vaticano II, scrive ancora padre Lanzetta, va letto alla luce della perenne Tradizione della Chiesa e il Concilio non può che iscriversi in questa ininterrotta Tradizione (p. 37). “Ciò che solo può far da guida nella comprensione del Vaticano II è l’intera Tradizione della Chiesa: il Vaticano II non è l’unico né l’ultimo concilio della Chiesa, ma un momento della sua storia” (pp. 74-75). “La perenne Traditio Ecclesiae è, quindi, il primo criterio ermeneutico del Vaticano II” (p. 75).

Padre Lanzetta, uno dei Francescani dell’Immacolata che hanno chiesto le dispense per lasciare il suo Istituto, è un “cripto-lefebvriano”? Se è così, il capo dei cripto-lefebvriani è Benedetto XVI, che ha proposto di leggere il Concilio Vaticano II alla luce della Tradizione e non la Tradizione alla luce del Vaticano II, come vorrebbe la scuola di Bologna. E se a padre Lanzetta padre Geiger vuole contrapporre mons. Agostino Marchetto, definito da Papa Francesco come “il miglior ermeneuta del Vaticano II”, egli dovrebbe sapere che padre Lanzetta e il prof. de Mattei fanno parte, assieme a mons. Marchetto, di un gruppo di studiosi che da oltre due anni, ognuno con la propria identità di teologo e di storico, si confronta in maniera costruttiva per approfondire il Concilio Vaticano II, senza reciproche demonizzazioni. La frase In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas, cara a Giovanni XXIII, è respinta da chi si serve del Novus Ordo Missae e del Concilio Vaticano II per chiudere la bocca a chi pone delle domande in nome della retta fede cattolica.

Preghiamo il padre Geiger di sostituire le false etichette con dei buoni argomenti, se riesce a trovarli. Ciò che ci qualifica o ci squalifica dinnanzi alla Verità e a Nostro Signore Gesù Cristo, che è Via, Verità e Vita (Gv 4, 1-6), non sono le denominazioni polemiche, ma il buon uso della nostra ragione, che non può mai essere in contraddizione con la nostra fede. Alle accuse dei nominalisti, rispondiamo con le parole di san Paciano di Barcellona: Christianus mihi nomen est, catholicus cognomen.

© CORRISPONDENZA ROMANA

Padre Sirico: famiglia, baluardo contro lo statalismo

«La disgregazione del matrimonio è iniziata con la diffusione della contraccezione»; «.Il matrimonio è una radicale, totale, donazione reciproca. Distruggere questo legame tra uomo e donna vuol dire minare tutti gli altri rapporti che ci sono in una società»; «Il concetto di famiglia è strettamente legato a quello di proprietà privata». Parla il presidente dell’Acton Institute.

di Stefano Magni (22/06/2014)

Grand Rapids, Michigan, in mezzo a un auditorium grande quanto un hangar, davanti a una tazza di liquido caldo e scuro, che qui si ostinano a chiamare “caffè”, incontriamo il presidente dell’Acton Institute, padre Robert Sirico, punto di riferimento importante del mondo cattolico statunitense.

In mezzo un via-vai continuo di ragazzi e ragazze volontari, incastrando il tempo libero fra un’iniziativa e l’altra con il cellulare sempre vibrante, Sirico è impegnatissimo. L’Acton Instute, inaugurato 25 anni fa come piccola associazione cattolica promotrice delle idee di libero mercato, oggi è diventato un think tank globale (c’è anche una sede a Roma). In questo ciclo di lezioni dell’università estiva ha raccolto 1048 partecipanti da una ventina di nazioni del mondo. Nessuno ignora che a un migliaio di chilometri a Sud-Est di Grand Rapids (“qui vicino” secondo la scala dimensionale del continente nordamericano) si è svolta con successo la Marcia per il Matrimonio di Washington DC, una grande manifestazione per far pressione ai membri del Congresso in difesa della famiglia naturale.

“Negli ultimi anni il dibattito sulla famiglia negli Usa è diventato veramente feroce – ci spiega Sirico – e sfortunatamente, molti cattolici in politica, come Nancy Pelosi (ex presidente della Camera, ndr) e Joe Biden (vicepresidente degli Usa, ndr) dissentono apertamente dagli insegnamenti della Chiesa. Eppure solo pochi anni fa, questi stessi politici, il presidente Obama e anche Hillary Clinton, affermavano che il matrimonio fosse l’unione di un uomo e di una donna. Il momento è molto delicato e nella comune retorica progressista chiunque si opponga al matrimonio omosessuale viene accusato di ‘bigottismo’. Si tratta di un’accusa fuorviante, se ripetuta tante volte e con forza è capace di seppellire quelli che sono i reali termini di questo dibattito. Ho partecipato alla stesura della Dichiarazione di Manhattan nel 2009, in difesa di vita, matrimonio e famiglia, firmata da 150 leader religiosi statunitensi (e poi sottoscritta da più di mezzo milione di religiosi e laici, negli anni successivi, ndr) e penso che il dibattito sul matrimonio sia già stato perduto molti anni fa, quando prese piede la contraccezione. Quando questa si diffuse la procreazione venne separata dall’amore. Nel momento in cui due persone si sposano, potrebbero avere figli, ma decidono di non metterli al mondo, il passo immediatamente successivo è quello del matrimonio puramente sterile, che è quello fra omosessuali. E da lì il passo ancora successivo e quasi automatico è il ‘matrimonio’ poli-amoroso, cioè il poter essere ‘sposati’ con più di una moglie o più di un marito, indipendentemente dal genere. Di fatto il matrimonio si è trasformato in una semplice licenza di sesso, anche fra consanguinei: è recente la notizia di un giovane che ha avuto un bambino da sua nonna”.

Padre Robert Sirico, Lei è presidente di un think tank che promuove le idee della società aperta e del libero mercato. Eppure è proprio il mercato ad essere sotto accusa, anche da parte di molti religiosi, per il suo effetto disgregante sulla famiglia. Cosa ne pensa?
Il matrimonio è una radicale, totale, donazione reciproca. Distruggere questo legame fra un uomo e una donna vorrebbe dire minare anche tutti gli altri legami esistenti in una società, perché è la famiglia il primo ambiente in cui una persona apprende la fedeltà, la lealtà e il rispetto delle regole. Concetti che poi saranno importanti in ogni amicizia, in ogni impresa economica, nella vita politica, ovunque. Una persona che ha subito un tradimento da parte di mamma o papà, a cui sono state raccontante menzogne, tende poi a non fidarsi più di nessun altro legame. Io credo che non sia un caso che proprio Marx ed Engels, i padri del comunismo, abbiano prima di tutto lottato contro la famiglia, oltre che contro la proprietà privata. Avevano capito che la famiglia fosse intrinsecamente legata alla proprietà privata. Dal loro punto di vista avevano ragione: per difendere l’integrità della famiglia hai bisogno di una proprietà privata, che non può essere violata da estranei, né dallo Stato. Ecco perché penso che coloro che, per difendere la famiglia, attaccano la proprietà privata e il libero mercato, stiano commettendo un errore veramente grave. Cadono in una trappola marxista.

Ma per competere nel libero mercato e aspirare all’accumulazione di beni materiali, non è necessario trascurare la vita familiare?
Io sono convinto che la famiglia sia minacciata maggiormente dall’intervento dello Stato. Tutti capiscono istintivamente che la famiglia è il miglior ammortizzatore sociale mai creato, proprio perché i membri di una famiglia, anche allargata, tendono a venire in soccorso gli uni degli altri, spontaneamente e con maggior passione rispetto a un burocrate. Quando lo Stato interviene, anche in tutta buona fede, per tutelare donne e bambini per esempio, allora si afferma l’idea che la famiglia non sia così necessaria e indispensabile, perché c’è un’altra “mamma” statale pronta ad aiutarti. Spesso si fa l’errore di non guardare alla vera causa della disgregazione familiare. La gente vede che viviamo in una società industrializzata e poi vede la famiglia in disgregazione e quindi, per un automatismo molto comune, attribuisce la causa alla società industrializzata e al libero mercato. Ma non è così ed è lo stesso errore che si commette per un altro fenomeno, quello della globalizzazione: vedi i Paesi poveri e attribuisci la loro miseria al capitalismo. In realtà è il capitalismo che rende insopportabile la vista della povertà, proprio perché la elimina gradualmente e in modo non uniforme. In realtà tutti vivono meglio, ma sopportano meno la disuguaglianza. La stessa cosa avviene per la famiglia. Attenzione, però: non sto affatto affermando che il mercato generi virtù. Il mercato è neutrale, permette alle persone di scambiare liberamente merci, informazioni, servizi. Permette di donarsi liberamente all’altro, ma permette anche di essere tentati dal vizio. Se per impedire la tentazione, aboliamo o limitiamo la libertà, però, non facciamo altro che degradare la dignità umana, che ha bisogno di una libertà, parte integrante della sua natura.

Il mercato libero è anche accusato di promuovere e permettere la diffusione del materialismo…
Il mercato non è un’ideologia, è azione umana. È semmai una competizione di ideologie in un contesto di libertà economica e di espressione. Se mi dice che qualcuno che opera nel mercato è un materialista … beh certo, ma non è il mercato a rendere materialisti. Nelle società comuniste, semmai, molte più persone sono realmente materialiste, perché per ottenere qualunque cosa si doveva fare molto più fatica e chi è alla fame tende a dare molta più importanza ai beni materiali, a partire da quelli di prima necessità. La libertà di mercato presenta opportunità e anche tentazioni. Ma per sostituire un’economia di comando (controllando per mezzo dello Stato il 20, 30, 50 o anche il 100% dell’economia) al libero mercato, si deve presupporre che i funzionari pubblici siano privi del peccato originale. Ma così non è. Anzi, dobbiamo continuamente essere vigili nei loro confronti. In un mercato libero, almeno, la virtù compete con il vizio. In un’economia di comando non può competere. Come ci ricorda il principio di sussidiarietà, lo Stato deve essere limitato, per difendere la libertà della famiglia, della persona, delle loro relazioni. La virtù non è promossa dallo Stato, ma dalla famiglia.

Finora abbiamo parlato di famiglia, mercato e proprietà. La finanza ha una natura differente rispetto all’economia “reale”?
Prima di tutto: non può esistere finanza senza economia reale, perché è su quest’ultima che si basano tutti gli investimenti e tutte le speculazioni. Per escludere la finanza dall’economia reale, per demonizzarla, si deve dimenticare tutta la scuola cattolica di Salamanca (XVII Secolo, ndr). L’idea stessa di finanza nasce da quella tradizione, incluso il concetto di speculazione, che non vuol dire altro che “guardare a”, o prevedere, la realtà per capire dove le risorse possano essere preservate o impiegate meglio. Escludere la finanza vorrebbe dire rendere l’economia “reale” più sprecona, meno produttiva e generalmente più misera. Il problema della finanza, così come quello di tutte le branche dell’economia, è la collusione con lo Stato, per chiedere favori, per ottenere protezione (dalla competizione e dal rischio). Un tipico esempio è stato l’aiuto statale alle banche dopo il crollo di Wall Street nel 2008. Ma non è colpa della finanza in sé, bensì dello Stato. Le banche stesse sono incoraggiate a fare passi falsi e cattivi investimenti eccessivamente rischiosi, se sanno di avere un’assicurazione dello Stato alle loro spalle, pronta a coprire i loro errori.

Attualmente si affaccia anche una nuova sfida, quella di un possibile mercato di esseri umani. Non ancora di cloni, ma di procreazione assistita e di uteri in affitto. Cosa dovrebbe fare lo Stato, in questo caso?
Non è affatto una sfida nuova, prima di tutto. Per migliaia di anni è esistito un mercato di esseri umani: la schiavitù. Il mercato è moralmente neutrale, ripeto. La premessa necessaria per una economia di libero mercato è la libertà della persona. Uno schiavo venduto non è una persona libera. Un mercato di schiavi dei secoli scorsi, un mercato di embrioni ai giorni nostri, un mercato di cloni, che temo diventi probabile nel prossimo futuro, sono tutte negazioni della libertà e della dignità di una persona. Si deve dunque impedire che un essere umano possa essere venduto, schiavizzato o manipolato. L’unico contesto degno della persona è quello dell’amore che produce una vita nuova. E qui torniamo alla famiglia e alla sua difesa. Perché solo chi rifiuta la famiglia può pensare di creare questi nuovi Frankenstein. Un mercato di esseri umani è in profonda contraddizione con la libertà di mercato, proprio perché mina la libertà stessa della persona. E credo che, proprio per questo, sia un esperimento che fortunatamente è destinato a fallire.

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Socci: la Chiesa pauperista rinunci all’8 per mille

anticattocomunismo:

Il segretario della Cei Galantino afferma che la Chiesa non ha bisogno di privilegi. Allora, agisca di conseguenza.

di Antonio Socci (22/06/2014)

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La Chiesa vuole essere “più povera di beni terreni e più ricca di virtù evangeliche, non ha bisogno di protezioni, di garanzie e di sicurezze”. Ce lo ripete in ogni modo e anche ieri lo ha ridetto monsignor Galantino, “inventato” da Bergoglio come nuovo Segretario generale della Cei per commissariare e punire il cardinal Bagnasco (“reo” di non aver appoggiato il prelato argentino in Conclave). Dunque - se le parole hanno un senso - la Chiesa non gradisce più i fondi dell’otto per mille. In un’altra circostanza Galantino aveva tuonato: “Ma cosa volete che se ne faccia oggi il nostro mondo di una Chiesa impegnata a difendere le proprie posizioni (qualche volta dei veri e propri privilegi)”.

Si sa che era il mondo laico di sinistra a definire “privilegi” della Chiesa l’otto per mille, l’esenzione dall’Ici e la scuola libera (che fra l’altro fa risparmiare un sacco di soldi allo Stato). Ora, a nome della Cei, lo fa anche Galantino, che brama di essere applaudito da quell’opinione pubblica “scalfariana”. A questo punto perché dargli il dispiacere di inondare la Chiesa italiana di milioni di euro? Bisognerà accontentarlo, sia pure a malincuore per i problemi che ne verranno a tanti bravi sacerdoti i quali svolgono, eroicamente, una missione bella e grande (e per tante opere di carità che potranno chiudere lasciando allo Stato l’incombenza di dover soccorrere chi ha bisogno). È giusto esaudire l’ardente desiderio di povertà di Galantino e compagni che detestano i “privilegi” e i soldi alla Chiesa. Anche se certi proclami sarebbero più credibili se - oltre alle parole - il Segretario della Cei fosse coerente e proponesse proprio la cancellazione dell’otto per mille. Se non devolveremo l’otto per mille quei fondi se li terrà lo Stato e magari si eviterà qualche tassa (come diceva Ezio Greggio: “L’otto per mille? No, no. Lotto per me stesso ed è già molto dura”). La Cei una volta diventata povera dovrà tagliare. Anche la sua Tv2000 (struttura che ha i suoi costi), il quotidiano “Avvenire” e l’agenzia Sir (427 fra giornalisti, tecnici e amministrativi).

Chi comanda

Però questo Galantino non deve averlo capito, perché, a proposito dei media, nei giorni scorsi ha convocato i diversi direttori informandoli che lui stesso farà «un piano editoriale» per rendere tutti questi media come un sol uomo, sotto la sua guida sapiente. Vuole comandare lui. Su tutti. Del resto Galantino ha appena chiamato alla direzione di Tv2000 quel Paolo Ruffini che è stato direttore delle reti televisive che più hanno fatto soffrire i cattolici. Era lui, per fare un solo esempio, il direttore di Rai 3 che realizzò con Fazio e Saviano «Vieni via con me», programma contro cui - per la sua unilateralità - polemizzarono a lungo “Avvenire” e i cattolici. Con la scelta di Ruffini, Galantino chiama l’applauso del mondo laico e del pensiero dominante. Cosa che va di pari passo con la sua ricerca smaniosa di microfoni e telecamere.

È voluto andare perfino a Ballarò dove la sua loquace vanità faceva venire in mente la battuta di Sacha Guitry: “Ci sono persone che parlano, parlano…finché non trovano qualcosa da dire”. Il suo problema è la ricerca dell’applauso ad ogni costo. Siccome l’applauso del mondo arriva solo quando si dicono cose conformi alla cultura egemone, ecco che si rende necessario il “riportino” ideologico. Galantino lo fa spesso. Anche ieri. Nella smania di attaccare quei cattolici militanti che invece lui dovrebbe difendere e rappresentare, con l’intervista al “Regno”, anticipata da alcuni giornali, ha messo ancora una volta in soffitta la battaglia sui “principi non negoziabili” che pure sono magistero ufficiale della Chiesa. E ha bocciato “certe adunate” del tempo di Wojtyla, Ruini e Ratzinger.

Galantinate

Poi ha rincarato la dose mettendo in guardia dai valori che “diventano ideologia” (senza spiegare che significa). Ha evocato a sproposito l’episodio di Pietro che sguaina la spada in difesa del Maestro e ha aggiunto una considerazione sconcertante: “Devo confessare che mi lasciano perplesso gli atteggiamenti di violenza anche verbale con i quali si difendono i valori”. Violenza? Dalla sintesi che ne ha fatto “Avvenire” non si capisce a cosa si riferisca e a occhio e croce pare l’ennesima “galantinata”. Pur essendo nel contesto della sua polemica contro i principi non negoziabili, sembra inverosimile che possa riferirsi ai cattolici, perché non esistono gruppi cattolici che pratichino la violenza. Anzi, in genere subiscono l’intolleranza altrui e Galantino si guarda bene dal protestare per questo. Del resto non dice nemmeno una parola sui tentativi in corso da sinistra di proibire la libertà di espressione sulle nozze gay con una legge liberticida.

Di recente Galantino ha proclamato che nella Chiesa si deve voltare pagina e si deve parlare “senza tabù di preti sposati, eucaristia ai divorziati e di omosessualità”. Poi ha voluto strafare e se n’è uscito con questa desolante dichiarazione: “In passato ci siamo concentrati esclusivamente sul no all’aborto e all’eutanasia. Non può essere così, in mezzo c’è l’esistenza che si sviluppa. Io non mi identifico con i visi inespressivi di chi recita il rosario fuori dalle cliniche che praticano l’interruzione della gravidanza”. A parte la spensierata liquidazione di anni di magistero della Chiesa, ha profondamente ferito quella sprezzante considerazione sui “visi inespressivi” di coloro che recitano il rosario per le donne e i bambini (Galantino si è mai guardato allo specchio? Si sente un Rodolfo Valentino?). Con quelle parole il Segretario della Cei ha immotivatamente ferito il grande “popolo della vita” suscitato dal magistero di Giovanni Paolo II e dall’esempio di santi come Madre Teresa di Calcutta.

C’è stata un’ondata di indignazione. Non solo perché non si è mai visto un vescovo che sbeffeggia dei cattolici che pregano, non solo perché a quelle preghiere - in Italia iniziate da una personalità come don Oreste Benzi - talora partecipano gli stessi vescovi. Ma anche perché a volte a organizzare questi momenti di preghiera sono donne che hanno vissuto sulla loro pelle il dramma dell’aborto. Qualcuna di loro ha risposto a Galantino con parole commoventi. Ma il vescovo di Cassano Jonico - ormai abbonato alle gaffe - non ha ritenuto di scusarsi. Anzi, la settimana scorsa ha lanciato nella sua diocesi un’altra sua pensata: «Vogliamo chiedere scusa ai non credenti perché tante volte il modo in cui viviamo la nostra esperienza religiosa ignora completamente le sensibilità dei non credenti, per cui facciamo e diciamo cose che molto spesso non li raggiungono, anzi li infastidiscono».

Più bravo di Gesù…

Con ciò Galantino intendeva mostrarsi più bravo di Gesù stesso che non risulta si sia scusato con il mondo per essere venuto a svegliarlo, per essere venuto a «disturbare» i peccatori. Anzi lo ha rivendicato: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra: sono venuto a portare non pace, ma spada!» (Matteo 10,34). In effetti Gesù di disturbo ne deve aver creato parecchio se si sono così infuriati da farlo fuori in modo bestiale. Poi nei secoli altri hanno continuato a uccidere martiri, fino ad oggi. Ma al “combattimento” cristiano Galantino non è interessato, né ai martiri cristiani. Con tutto il gran parlare del nostro mondo clericale, mai una volta che - in queste settimane - si sia sentito citare pubblicamente il caso di Meriam, la giovane madre incinta che è detenuta in catene in Sudan ed è stata condannata a 100 frustate e all’impiccagione perché è cristiana e perché ha sposato un cristiano. Per queste cose Galantino non s’indigna. Però testimonianze immense come quelle di Meriam o di Asia Bibi resteranno nell’eternità. Mentre le sue “galantinate” alle dodici del mattino hanno già incartato l’insalata ai mercati generali. Come diceva Chesterton, “non abbiamo bisogno di una Chiesa che si muova col mondo. Abbiamo bisogno di una Chiesa che muova il mondo”.

© LIBERO QUOTIDIANO

Dogma e liturgia. Il Vaticano II secondo il cardinale Giuseppe Siri

anticattocomunismo:

In un nuovo libro le istruzioni pastorali date dall’arcivescovo di Genova alla sua diocesi sull’applicazione della riforma liturgica del Vaticano II.

di Giuseppe Brianza (15/06/2014)

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Nell’ultima riunione della Congregazione dei vescovi, che papa Francesco ha tenuto in Vaticano il 27 febbraio scorso, il Pontefice ha tracciato le linee della missione episcopale secondo il suo pensiero. Non è stato molto ripreso dai media ma, in tale rilevante circostanza, Bergoglio ha indicato l’esempio di un pastore poco amato dai “progressisti” come il cardinale Giuseppe Siri (1906-1989), noto soprattutto per il suo impegno, durante il Concilio Vaticano II, nel cercare d’innestare i necessari “aggiornamenti” nella solida cornice della tradizione. Per esempio in campo ecclesiologico quando, all’inizio della discussione sullo schema De ecclesia nel dicembre 1962, al fine di contrastare una visione “troppo orizzontale” della Chiesa che andava profilandosi nelle discussioni e nelle prime bozze del documento, l’allora arcivescovo di Genova (lo fu dal 1946 al 1987) pronunciò un vigoroso intervento per chiedere ai padri conciliari di dedicare piuttosto un doveroso approfondimento al rapporto tra chiesa visibile e Corpo mistico di Cristo.

WOJTYLA E BERGOGLIO. Siri fu pubblicamente elogiato, per il suo encomiabile ruolo di pastore, da san Giovanni Paolo II quando si recò in visita pastorale a Genova nel giugno del 1985 e, come anticipato, anche Francesco ne ha richiamato di recente il luminoso insegnamento. Nel suo discorso alla Congregazione dei vescovi, infatti, ricordando la loro chiamata ad essere custodi ed apostoli della Verità, Bergoglio ha richiamato al proposito «[…] che il Cardinale Siri soleva ripetere: “sono le virtù di un Vescovo: prima la pazienza, seconda la pazienza, terza la pazienza, quarta la pazienza e ultima la pazienza con coloro che ci invitano ad avere pazienza”» (L’Osservatore Romano, 28 febbraio 2014).

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LA RIFORMA LITURGICA. Del cardinal Siri, che per lunghi anni è stato presidente della Conferenza Episcopale Italiana ed è considerato uno dei maggiori teologi del XX secolo, esce ora la raccolta Dogma e liturgia, che riunisce scritti e discorsi del porporato raccolti e commentati da monsignor Antonio Livi. Dalla lettura di tutti questi testi emerge una costante e “profetica” preoccupazione di Siri per salvaguardare, nell’applicazione delle riforme del Concilio, quel motivo teologico di fondo per cui il dogma dovrebbe continuare a suscitare ed orientare, anche in tempi di rinnovamento profondo, la vita liturgica e la prassi sacramentale della Chiesa. Nell’inviare i fedeli a rispondere alla rispettiva e specifica missione nel mondo, infatti, quella dottrina custodita e trasmessa infallibilmente che è il dogma, rappresenta l’unico mezzo in grado di far conoscere e guarire le malattie mortali dell’anima. «La fede viva e vissuta – scrive Livi nella presentazione -, che non può esistere senza una sempre più convinta adesione al dogma – porta innanzitutto allo spirito di adorazione, cioè a lodare e a ringraziare Dio che ci ha rivelato la sua natura (la trinità delle Persone nell’unità della sostanza divina) e i suoi disegni di salvezza in Cristo (l’Incarnazione, la Redenzione, la Chiesa). Ma l’adorazione non si esprime solo nell’intimità della preghiera individuale ma anche nella preghiera comunitaria e nei riti pubblici, e questo è appunto la liturgia».

DOGMA E LITURGIA. Le norme liturgiche oggi vigenti, dopo la riforma voluta dal Vaticano II, prevedono infatti l’istruzione catechistica (omelia) dopo le letture scritturistiche della santa Messa, all’inizio del rito del Battesimo e anche del Matrimonio fuori della Messa, come anche un ricordo esplicito della dottrina rivelata all’inizio del rito della Penitenza sacramentale. Ai tempi di Siri, la Conferenza Episcopale Italiana ebbe cura appunto di fissare delle norme precise in merito nel celebre documento che si intitola appunto “Evangelizzazione e sacramenti” e che fissa il piano pastorale per gli anni dal 1973 al 1980. Questi principi teologici riguardanti il rapporto tra dogma e liturgia hanno guidato i Pontefici che nell’ultimo secolo sono intervenuti con l’aggiornamento dottrinale e le necessarie riforme in materia liturgica, a partire da Pio XII, che pubblicò un’enciclica sul rinnovamento liturgico (la Mediator Dei et hominum, del 20 novembre 1947) e inoltre provvide a un’importante ristrutturazione dei riti della Settimana Santa. Tra i vescovi italiani diversi sono stati quelli che, nel “post-Concilio”, hanno tentato con successo d’impostare la loro azione pastorale assicurando nella propria diocesi l’osservanza delle norme liturgiche, sia tradizionali che nuove, facendo sì che l’adeguata conoscenza e a personale interiorizzazione dei misteri rivelati servissero a incrementare lo spirito di adorazione di tutti i fedeli e la loro la fruttuoso partecipazione all’azione liturgica comunitaria nelle parrocchie e negli istituti religiosi.


PASTORALE DEL LAVORO. Ma il card. Siri è stato anche un precursore dell’azione pastorale in Italia nei luoghi di lavoro. Infatti, come è stato recentemente ricordato anche dal suo successore della diocesi di Genova e nella CEI, il cardinal Angelo Bagnasco, nell’omelia pronunciata per la scorsa solennità di San Giuseppe patrono dei lavoratori, l’apostolato svolto nella diocesi dai Cappellani del lavoro è soprattutto «merito della tenacia lungimirante del cardinale Giuseppe Siri, che volle garantire questa forma di servizio pastorale anche in tempi difficili». Per rendere accessibili oggi a un pubblico vasto i documenti dell’illuminata azione pastorale del cardinale Siri la raccolta in questo libro dei suoi più significativi interventi dottrinali e disciplinari che vanno dal 1955 al 1972, è sicuramente opera meritoria ed, anzi, necessaria, per alimentare la santità del popolo di Dio a partire soprattutto dalla vita liturgica e sacramentale.

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