Diavolo, esiste!

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Fin da subito Papa Francesco s’è messo a parlare di Satana. Un inquilino che certa teologia ha banalizzato e ridotto a mito.

di Matteo Matzuzzi

Il Demonio è il nemico numero uno, è il tentatore per eccellenza. Sappiamo che questo essere oscuro e conturbante esiste davvero, e che con proditoria astuzia agisce ancora; è il nemico occulto che semina errori e sventure nella storia umana” (Paolo VI,…

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Dalla nouvelle theologie alla nuova morale della situazione

anticattocomunismo:

Con la “nuova morale” non è più la legge a gettare una luce su ciò che si deve o no fare, ma è la situazione dell’individuo a “dettar legge”.

7 agosto 2014

Il modernismo classico teoretico

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[Ernesto Buonaiuti (Roma, 25 giugno 1881 – Roma, 20 aprile 1946), esponente di primo piano del modernismo italiano.]

San Pio X condannando il modernismo lo qualifica come “il collettore di tutte le eresie/omnium hereseon collectaneum” (Pascendi, 1907) in quanto cerca di conciliare il soggettivismo della filosofia moderna con la religione cattolica, erodendola dal di dentro come un tarlo, di modo che di essa resti solo il nome e l’apparenza, ma scompaia la sostanza e la realtà ed infine perisca totalmente (si fieri potest). Papa Sarto spiega che il soggettivismo moderno è applicato dai modernisti a tutti i rami della religione cattolica: a partire dalla filosofia scolastica e dalla teologia dogmatica (teoria), sino alla morale, all’esegesi filologica, alla storia ecclesiastica e al diritto canonico (pratica). Il modernismo, per poter restare dentro la Chiesa e cambiarla sotterraneamente, non ha voluto presentarsi esplicitamente come un sistema teologico ben definito[1], dato il suo carattere segreto (“foedus clandestinum / setta segreta”, S. Pio X, Sacrorum Antistitum, 1910) e il suo orrore per le definizioni, per la logica e la speculazione razionale, la filosofia e la teologia scolastica. Padre Fabro[2] insegna che la pericolosità del modernismo consiste nella sua non facile definibilità, che vuol schivare ogni qualificazione determinata e precisa, sia in filosofia che in teologia, onde si mantiene sul vago, sul “mitico” o poetico ed arriva a conclusioni pratiche totalmente difformi dall’etica oggettiva, naturale e divina. Il modernismo di fatto non è e non vuol essere una dottrina sistematica, ma è piuttosto una forma di sentimentalismo religioso[3], che diffonde l’errore dell’agnosticismo e dello scetticismo relativista ovunque, in maniera confusa, indefinita, per meglio evitare di essere scoperto e condannato e per ingannare i semplici fedeli, che inorridirebbero davanti all’errore esplicito e chiaramente palese. Nonostante ciò, l’errore modernistico fu ben individuato da San Pio X (Lamentabili e Pascendi, 1907; Sacrorum antistitum, 1910).

Il neomodernismo speculativo

L’errore modernistico venne poi ricondannato da Pio XII come neo-modernismo o “nuova teologia” nell’Enciclica Humani generis (12 agosto 1950). Questi Documenti magisteriali mettevano in luce soprattutto gli errori inizialmente teoretici (filosofici e dogmatici) del modernismo e neomodernismo, dai quali derivavano delle conclusioni pratiche ed etiche (“agere sequitur esse”) gravissimamente erronee (“parvus error in principio, fit magnus in fine”). Infatti non vi è stato campo (anche pratico e non solo teoretico) delle scienze religiose che non sia stato avvelenato dai modernisti a partire dalla metafisica e dalla dogmatica.

Il neomodernismo pratico o morale

Nel presente articolo studieremo soprattutto il campo della teologia morale, che en passant era già stato attaccato (primissimi anni del Novecento) a mo’ di conclusioni pratiche dal modernismo classico condannato da San Pio X, ma che è tornato prepotentemente all’assalto con la nouvelle théologie neomodernista (anni Quaranta/Cinquanta) ed infine è assurto alla ribalta dell’ultima moda nel periodo conciliare e post-conciliare (anni Sessanta/Settanta) per far tabula rasa anche della morale naturale e divina con Francesco I. Come vi è una “nouvelle théologie”[4], all’inizio soprattutto filosofico/dogmatica, ed una “nuova esegesi”[5] (delle quali abbiamo già parlato abbondantemente su ‘sì sì no no’) così vi è pure una “nuova morale” detta della situazione[6] per corrodere e relativizzare ogni pratica di vita virtuosa, dopo aver abbattuto i principi speculativi. Di questa tratteremo particolarmente ora.

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[Pierre Teilhard de Chardin SJ (Orcines, 1º maggio 1881 – New York, 10 aprile 1955), fondatore della nouvelle theologie].

In che cosa consiste la “nuova morale”?

Più che un vero e proprio sistema di teologia morale, la morale neomodernistica della situazione è un fenomeno, una tendenza o una moda, in breve una mentalità sentimentale, secondo il modus operandi a-dogmatico ed irrazionale del modernismo. Non esiste un manuale sistematico di teologia morale della situazione, un documento o un “Manifesto” autentico che raccolga i princìpi fondamentali della nouvelle morale. Tuttavia “si constata un po’ dappertutto e sotto le forme più disparate […], particolarmente in letteratura, dove si abitua un pubblico troppo fiducioso ad opporre alle leggi giudicate troppo rigide della Chiesa cattolica la legge semplice e sovrana della coscienza individuale. Dunque essenzialmente l’errore consiste nel voler sostituire alle norme oggettive […] le aspirazioni soggettive e il sentimento personale” (F. Roberti – P. Palazzini, Dizionario di Teologia morale, Roma, Studium, IV ed., 1968, vol. II, p. 1065, voce “Morale della situazione”, a cura di Pietro Palazzini). La nuova morale parla molto di coscienza soggettiva[7]. Ora la coscienza ha due significati: uno morale e uno psicologico; il significato principale è quello morale: essenzialmente la coscienza è la consapevolezza morale della bontà o malizia degli atti umani. Con la morale soggettiva della situazione, invece, prevale il significato psicologico, ossia l’uomo cosciente o consapevole di esistere ed agire e che reclama il primato assoluto della coscienza soggettiva sulla legge morale oggettiva[8]. San Tommaso d’Aquino definisce la coscienza un atto di giudizio pratico, con il quale si applicano i princìpi universali alle azioni particolari (S. Th., I, q. 79, a. 13). Quindi – secondo la retta morale – la coscienza applica la norma morale oggettiva al caso particolare e non crea – come vorrebbe la nuova morale neomodernistica – la norma secondo la situazione soggettiva in cui ci si trova. Il termine “coscienza” che ci riguarda è, dunque, quello morale, ossia il giudizio col quale la persona valuta le proprie azioni in quanto moralmente buone o cattive. Inoltre la voce della coscienza, dopo aver giudicato se un’azione è moralmente buona o cattiva, dice all’uomo se è suo dovere compierla o no e poi approva l’azione buona (la tranquillità della buona coscienza) e disapprova quella cattiva (il rimorso della coscienza). La coscienza morale è il giudice interiore di ogni uomo. Suo compito è quello di applicare i precetti oggettivi della legge morale naturale e divina ai casi singoli. Per esempio, la coscienza applica il comandamento “non uccidere” al caso particolare di una gravidanza indesiderata in un periodo difficile. Anche in quel caso o situazione particolare la voce della coscienza dice che non è lecito uccidere l’innocente per alleviare le difficoltà soggettive dell’individuo concreto.

La morale della situazione esito del modernismo

Il modernismo, dopo aver fatto tabula rasa nel campo teoretico, ha invaso quello pratico ed etico con la nuova morale della situazione della nouvelle théologie. La morale della situazione, quindi, rappresenta lo stadio terminale del neomodernismo, che vuol distruggere anche l’agire umano morale separandolo dalla legge divina, naturale e positiva. Si veda l’assalto che si sta scatenando oggi, con Francesco I, nella fase terminale dell’ultra-modernismo, contro la morale coniugale (sacramenti ai divorziati, che vogliono continuare a convivere) e naturale (i matrimoni omosessuali legalizzati; l’affidamento dei figli alle coppie omosessuali e l’ incitamento, sotto forma di educazione sessuale, al peccato contro la purezza, anche contro natura, insegnato all’asilo sin dai quattro anni). Il modernismo – inizialmente soprattutto teorico – condannato da San Pio X nella Enciclica Pascendi del 1907, si è ripresentato nella seconda parte del Novecento terminalmente nel campo morale cercando di conciliare ciò che è inconciliabile, ossia l’etica oggettiva e il soggettivismo, che annulla l’oggettività della morale rendendola soggettiva, individuale e personale per cui in questa situazione per me (hic et nunc) il tal Comandamento (oggettivo)[9] o la tal Virtù (oggettiva)[10] non è praticabile e quindi non mi obbliga. Le conseguenze per i cattolici sono l’ indebolimento dello spirito di fede, della pratica delle buone opere ed infine della virtù di umiltà, che ci fa riconoscere i nostri sbagli con vero dolore e sincero proponimento di correggerci conformando la nostra condotta alla morale oggettiva. La morale laica o kantiana, autonoma e indipendente da Dio (di cui tratteremo), è l’antesignana della morale neomodernistica penetrata nell’ambiente ecclesiale negli anni Sessanta, così come il cogito di Cartesio e le categorie soggettive a priori di Kant sono stati gli avi del modernismo teoretico dei primi del Novecento. L’unica differenza, non da poco, è che, mentre il magistero ecclesiastico dei secoli XIX-XX condannò il soggettivismo kantiano[11], la “pastorale” del Vaticano II ha accolto le istanze del soggettivismo relativista della modernità[12].

Pio XII condanna la nuova morale

La Chiesa, con lungimiranza, aveva già condannato negli anni Cinquanta la nuova morale della situazione con tre solenni dichiarazioni pontificie di Pio XII: Radiomessaggio agli educatori cristiani del 23 marzo 1952 (AAS, n. 44, 1952, p. 273); Discorso ai delegati della Fédération mondiale des jeunesses féminines catholiques (AAS, n. 44, 1952, p. 414); Discorso in occasione del quinto Congresso mondiale di psicologia clinica del 13 aprile 1953 (AAS, n. 45, 1953, p. 278). Infine il S. Uffizio emanava il Decreto del 2 febbraio 1956 (AAS, n. 48, 1956, pp. 144-145). Il Papa, nel primo intervento, condannava il voler sostituire alla legge divina e naturale il proprio arbitrio soggettivo; nel secondo equiparava la nuova morale alla filosofia idealista, attualista, esistenzialista e soggettivista ed infine, nel terzo, metteva in guardia dal voler lasciare la morale tradizionale per adattarsi ed aggiornarsi alle esigenze dell’ uomo moderno e concreto in tutte le situazioni in cui si trova ad agire. Il S. Uffizio, poi, ricordava che la morale oggettiva e tradizionale ha sempre studiato le circostanze (quis, quid, ubi, quibus auxiliis, cur, quomodo, quando/chi, cosa, dove, con quali mezzi, perché, come, quando[13]) che accompagnano l’atto umano, ma non ha mai messo le circostanze, le esigenze soggettive e le situazionali al posto della legge morale oggettiva, naturale e divina. Le circostanze possono mutare la specie del peccato (per esempio, se “chi / quis” viene ucciso è una persona che ha fatto il voto di religione ci si macchia anche di sacrilegio oltre che di omicidio), possono diminuirla ed anche annullarla (se qualcuno è costretto sotto tortura, “con quali mezzi/quibus auxiliis”, a rivelare un segreto) oppure possono aggravarla (se si ruba una materia grave si commette peccato mortale, mentre se si ruba una materia lieve si commette peccato veniale), ma non sono la legge e la morale. La circostanza è qualcosa che sta attorno (“circum-stare”) ad un nucleo essenziale, come suo accessorio. In teologia morale si parla delle circostanze dell’atto umano, le quali sopravvengono a modificare[14] la moralità dell’ atto, che è data essenzialmente dall’oggetto, mentre le circostanze ne sono la parte secondaria e accessoria, anche se non insignificante[15].

Dal nominalismo alla “nuova” morale

Alla base della morale della situazione c’è la filosofia nominalista, iniziata sistematicamente con Roscellino (secolo XI), continuata da Abelardo, ripresa e sviluppata da Guglielmo Occam (†1349), aggravata dalla filosofia moderna (Cartesio-Hegel) e specialmente da quella sensista ed empirista britannica (XVIII secolo) ed infine dal nichilismo post-moderno (Nietzsche-Freud) ed applicata alla vita morale dalla morale della situazione. Il nominalismo ritiene che i concetti universali (per esempio, “umanità”), la natura o essenza generica (per esempio, “animale”) e specifica (per esempio, “umana”) non hanno nessuna realtà oggettiva fuori della mente pensante e che l’unica realtà extra-mentale è la cosa singolare, l’individuo (per esempio, Antonio). Gli universali logici (nomi) e ontologici (essenze o nature) sono solo voci (“flatus vocis”) di cui ci serviamo per indicare gli individui reali, che si assomigliano tra di loro (Antonio, Marco, Giovanni…). Se Abelardo riteneva almeno che l’universale fosse un concetto o idea, Occam[16] nega anche la realtà del concetto, che esiste solo nel pensiero dell’ individuo, aprendo, così, le porte a Cartesio e a Kant. Il nominalismo radicale di Occam, infatti, riduce la metafisica alla logica e l’essere al pensiero, deprime la capacità della ragione umana di conoscere la realtà e spalanca la via allo scetticismo e all’agnosticismo posteriori. Il nominalismo, spiega l’eminente studioso di Occam padre Carlo Giacon, è erede della sofistica greca antica combattuta da Socrate, Platone e Aristotele, poi ripresa dall’ empirismo o sensismo inglese, secondo cui la conoscenza umana non è razionale, ma solamente sensibile. Il nominalismo è all’origine dell’ individualismo sensista filosofico, del liberalismo politico e quindi del libertarismo morale. Infatti esso ritiene che si può conoscere solo il fatto e il singolare nella sua singolarità sensibile e quindi è la negazione della metafisica, della speculazione intellettuale, della sana ragione e del senso comune[17]. La conclusione pratica e morale del nominalismo, negando esso che ogni uomo mantiene la stessa essenza o natura di essere umano (animale razionale e libero) nelle situazioni particolari e concrete in cui si trova a vivere, è che la situazione soggettiva ha il primato sulla legge morale oggettiva e diventa, così, la regola dell’agire etico dell’uomo.

Il luteranesimo: la situazione soggettiva prevale sulla morale oggettiva

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[Martin Lutero (Eisleben, 10 novembre 1483 – Eisleben, 18 febbraio 1546), è stato un teologo tedesco. Fu l’iniziatore della rivoluzione protestante.]

Inoltre il nominalismo, negando la realtà delle qualità stabili (per esempio, la salute/la malattia naturale o la grazia/lo stato di peccato soprannaturale), sconvolge la dottrina della grazia santificante ed apre le porte al luteranesimo. Infatti la grazia abituale o santificante è un dono permanente o un abito divino infuso soprannaturalmente nella sostanza dell’anima umana, cui conferisce la santità o la presenza della SS. Trinità. Ma la natura, l’abito entitativo per il nominalismo sono soltanto voci e parole, che non hanno nessuna realtà. Lutero, formatosi filosoficamente sul nominalismo occamista, rigettò la dottrina cattolica sulla grazia santificante, riducendo la grazia santificante ad una estrinseca imputazione o attribuzione puramente nominale della santità di Cristo al peccatore, la quale non cancella realmente il peccato e non conferisce la vita soprannaturale, ma copre soltanto come un velo il peccato, che, perciò, resta egualmente nell’animo umano, intrinsecamente corrotto ed insanabile[18], come la sporcizia sotto un tappeto. Per la sana filosofia la natura o essenza di un ente (per esempio Antonio) si ritrova in tutti gli altri enti (gli uomini in generale) della medesima specie (umana) individuata in maniera assolutamente unica in ogni singola persona, in qualsiasi situazione si trovi. Infatti la situazione soggettiva non muta l’essenza oggettiva dell’uomo, ossia tutti gli uomini, in ogni situazione, mantengono la loro natura di animali razionali, liberi e responsabili. Quindi, tranne casi eccezionali o circostanze che tolgono o diminuiscono notevolmente l’uso di ragione e l’impiego del libero arbitrio, ogni uomo è responsabile dei propri atti, che debbono corrispondere alla morale oggettiva, naturale e divina, per essere buoni; altrimenti sono moralmente cattivi o peccaminosi. Una volta negato ciò, ogni uomo è lasciato in balìa dei suoi istinti soggettivi e personali ed inoltre la stessa legge morale non è più un comandamento, un ordine universale, avente valore oggettivo e reale per ogni uomo concreto in quella particolare situazione, ma è la situazione particolare che prevale sulla morale e la legge oggettiva, naturale e divina. Proprio come per Cartesio non è più il pensiero che si deve conformare alla realtà extra-mentale, ma l’essere e il reale sono un prodotto del pensiero soggettivo (cogito ergo sum/penso quindi sono). Così la situazione soggettiva prevale e libera il singolo uomo dagli obblighi universali della morale reale ed oggettiva (situatio ista particularis gravis est, ergo lex divina non obligat me/questa situazione è troppo penosa, quindi non sono obbligato soggettivamente dalla legge oggettiva, divina e naturale).

Una fuga dalla responsabilità morale

Come la filosofia moderna (Cartesio/Kant) è una fuga dalla realtà, che non sempre è piacevole, fuga simile a quella del dissociato mentale, così la morale moderna (Lutero)[19] è una fuga dalla responsabilità del dovere morale per rifugiarsi nella non-responsabilità soggettiva. Ma questa è la strada dell’allucinazione (immaginare o vedere cose non reali come se fossero realtà), che conduce alla dissociazione o alla follia. Ed infatti il mondo attuale è un mondo dissociato, allucinato, avulso dal reale, impazzito e preter-naturalmente indemoniato, in cui tutto è lecito, tranne il vero e il bene. La rivoluzione antropologica[20] e antropocentrica della filosofia moderna ha comportato in morale un primato rivoluzionario e sovversivo delle esigenze del singolo uomo sulla legge divina e l’etica oggettiva. Siccome, per la modernità, le relazioni tra l’uomo e Dio e tra gli uomini stessi sono unicamente soggettive e personali, ne segue che anche la legge morale non è assoluta, oggettiva e universale ma personale, soggettiva e particolare. Ognuno è legge a se stesso: “Il cielo stellato al di sopra di me, la legge dentro di me” (Kant). Questa frase apparentemente bella e sentimentalmente accattivante è realmente e metafisicamente mostruosa perché Dio (“il cielo stellato”) è il noumeno, che sta oltre l’uomo e quindi non è realmente conoscibile così come è, ma solo come appare, mentre la legge morale sta dentro l’uomo e quindi è soggettiva, autonoma e indipendente da Dio, così che l’uomo è legge a se stesso. Per i “nuovi” moralisti la legge oggettiva ed universale è un corpo estraneo che si interpone tra l’uomo e Dio e disturba i loro rapporti immediati e personali. Tra l’uomo e Dio non vi deve esser più nessun intermediario (Chiesa, sacerdozio, magistero, morale, comandamenti, virtù, sacramenti, dogmi, formule dogmatiche, conclusioni teologiche…). L’uomo, che per il modernismo ha una dignità assoluta, deve essere lasciato libero di rispondere, specialmente col sentimento, a Dio nella situazione particolare che si trova ad affrontare e senza l’ostacolo della legge. La fede non è più un assenso della ragione, mossa dalla volontà e soprattutto dalla grazia soprannaturale, ad una verità rivelata. No! la fede è puro emozionalismo, sperimentalismo e sentimentalismo espresso con “parole in libertà”.

La perversità sovversiva della “nuova” morale

Certamente la situazione è un momento in cui l’uomo si trova a dover agire così o colà, in maniera morale o immorale, a dir di sì a Dio o a dirgli di no con una decisione personale, ma pur sempre razionale e libera, che deve corrispondere alla legge e all’etica naturale e divina. Questo è il vero concetto di situazione: dover prendere posizione (in ogni situazione, per quanto difficile sia) pro o contro Dio, la sua legge e la morale oggettiva. Questo concetto non ha nulla di soggettivistico, relativistico, nominalistico e non piega la legge ai capricci del soggetto umano, ma cerca di elevare l’uomo, con la grazia divina, a corrispondere all’appello di Dio, seguendo la Sua legge e la morale da Lui rivelata e scritta nella natura dell’uomo e delle cose. Invece il pretendere, prescindendo dall’aiuto della grazia soprannaturale, di risolvere i problemi morali seguendo il proprio capriccio soggettivo e non i precetti universali, oggettivi rivelati da Dio e insiti nella natura dell’uomo o delle cose, è deleterio ed è questa la perversità sovversiva della morale della situazione. Inoltre i Comandamenti negativi (non avrai altro Dio all’infuori di Me; non nominare il Nome di Dio invano; non uccidere, non fornicare, non rubare, non dire falsa testimonianza) si impongono a tutti sempre e in ogni circostanza (semper et pro semper), perché hanno come oggetto atti intrinsecamente cattivi, che mai in nessun caso e in nessuna situazione possono diventare leciti. Solo l’ignoranza invincibile in buona fede scusa dal peccato formale, ma resta il disordine o il peccato materiale, il che non autorizza a fare dell’eccezione la regola e a disinteressarsi della conoscenza del valore oggettivo buono o malvagio dei propri atti. Invece i Comandamenti positivi della legge naturale e rivelata (ricordati di santificare le feste; onora il padre e la madre) obbligano sempre, ma non per sempre (semper sed non pro semper), ossia in caso particolare di grave difficoltà fisica o morale si è scusati dall’osservanza di tali ordini. Per esempio in caso di malattia non si è tenuti ad andare a Messa la domenica. Ma resta fermo il principio che, nella misura del possibile, bisogna conformarsi ai precetti positivi e non bisogna fare dell’eccezione la regola e delle circostanze la legge morale. Sono dunque evidenti i rischi e i pericoli cui espone la morale della situazione. Quando ci si lascia guidare solo dal proprio punto di vista (“chi dirige se stesso è diretto da un asino” dice San Bernardo di Chiaravalle) e si vuol non vedere o ignorare il valore assoluto e oggettivo della legge naturale e divina (“se un cieco conduce un altro cieco, tutti e due cadranno nella fossa” Lc., VI, 39), si mette l’uomo al posto di Dio e la legge soggettiva umana al posto di quella divina e naturale. È la tentazione del serpente dell’Eden proposta ad Eva ed ad Adamo: “sarete come Dei, conoscendo da voi ciò che è bene e ciò che è male” (Gen., III, 22).

L’oggettività della legge morale naturale

S. Tommaso insegna che la legge naturale è la regola che dirige l’ uomo e fa concordare la condotta umana coi fini che Dio ha inserito nella natura umana, di cui è il Creatore. La natura, come principio formale o attivo, dice ordine all’azione, il tendere verso qualche cosa ossia verso un fine, il che presuppone l’appetito verso il fine e l’intelletto che ordini l’appetito al fine, poiché ordinare una cosa ad un’altra come mezzo al fine è proprio dell’ intelligenza che è ordinatrice[21]. Naturale, in questo contesto, non significa causalità cieca, necessitante e necessitata, ma finalità intelligente e ordinatrice. La legge naturale, quindi, non è qualcosa di esclusivamente genetico e istintivo, come vorrebbero lo scientismo, il materialismo e il freudismo, ma anche e soprattutto qualcosa di razionale e volontario, è una attività della potenza conoscitiva e volitiva, in forza delle quali l’uomo agisce conformemente al suo fine: il vero e il bene. La legge morale naturale in primo luogo «deve corrispondere all’ essenza della natura umana»[22], e in secondo luogo si fonda in Dio , autore della natura umana. L’essenza metafisica dell’uomo, infatti, è il fondamento primo della legge o diritto naturale, ma tale essenza è stata data all’uomo da Dio, assieme all’operare conformemente alla sua natura di animale razionale, libero e sociale. Perciò la legge naturale ci dice di essere e diventare ciò che siamo: “uomini siate e non pecore matte” direbbe Dante. Dall’essere dipende il dover essere, l’agire (“agere sequitur esse”). La metafisica sfocia inevitabilmente in filosofia morale. Inoltre, in quanto animale razionale, l’uomo si auto-orienta ragionevolmente e liberamente al suo fine[23]. In breve, dobbiamo realizzare liberamente e ragionevolmente la nostra natura umana fornita di intelletto e volontà: “Esto vir” (vir = “uomo buono”, da virtus, ossia capace di agire veramente bene). Ancora Dante ci canta: “fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtude e conoscenza”. Onde saremo veramente uomini se seguiamo le leggi naturalmente scritte in noi, alle quali dobbiamo ubbidire volontariamente e liberamente, se non vogliamo tradire la nostra essenza di animali ragionevoli e liberi, ordinati al vero e al bene.

Occam, padre della “modernità”

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[Guglielmo di Ockham, o Occam (Ockham, 1285 – Monaco di Baviera, 1349)]

L’Aquinate definisce la legge naturale come «partecipazione della creatura razionale alla legge eterna»[24]. Essa, cioè, è un ordine stabilito e tutelato da Dio, per cui deviare da quest’ordine è uno snaturarsi o andare contro natura. Gli antichi greci e romani, ancor prima della Rivelazione cristiana, seppero con la sola ragione naturale elevarsi all’ altezza di una legge divina dalla quale quella naturale deriva. Purtroppo la modernità, già a partire dal suo padre spirituale Occam, avendo rotto i ponti con la metafisica classica e soprattutto tomistica, ha invertito anche il concetto di legge naturale, giungendo alle aberrazioni della post-modernità con Freud e la scuola psicanalitica e la nuova morale neomodernistica, che hanno promulgato una contro-legge anti-naturale ed anti-divina, ossia oggettivamente diabolica. In breve la Provvidenza divina fonda la nozione stessa di legge in quanto ordina al loro fine tutte le cose; la legge eterna si fonda nell’Essenza di Dio, coincide con essa ed è Dio stesso il regolatore supremo, che da tutta l’eternità conosce se stesso come imitabile ed amabile in quanto Fine ultimo. Quindi il diritto non si fonda sull’arbitrio umano né per eccesso (tirannia dispotica) né per difetto (lassismo permissivista) né si fonda sulle situazioni soggettive, ma sulla legge di natura in quanto partecipazione di quella eterna. Il vero concetto di legge o diritto naturale comporta una dipendenza ontologica, teologica e finalistica delle creature dalla Causa prima incausata: Dio è la ragione ultima dell’essere, del divenire e dell’agire e quindi è la regola primo/ultima della moralità. Conseguentemente «Dio è la causa prima e principale di ogni nostro obbligo o dovere, essendo Egli il Principio primo e il Fine ultimo di tutte le cose»[25]. Come il principio di non contraddizione regola la metafisica e la logica, così il principio di finalità e la sinderesi regolano ogni agire pratico o morale. Questo ordine del mondo (sia fisico che morale) è la legge eterna: finalità fisica scritta nelle cose irrazionali e finalità morale scritta nelle creature ragionevoli, che ci fa risalire al Legislatore e Giudice supremo. Così Dio non solo comunica l’essere alle creature, ma le ordina ad un fine e provvede affinché lo conseguano. Il concetto di Dio Causa finale ultima completa quello di Dio Causa efficiente prima: come “agere sequitur esse”, così, ordinando le cose ad un fine (“omne agens agit propter finem”), Egli aggiunge una perfezione finale (legislazione) ad una iniziale (creazione). Per S. Tommaso il concetto di legge include le leggi fisiche, giuridiche positive e naturali in quanto partecipazioni di quella eterna. La legge abbraccia cielo e terra. La legge per l’Angelico non è un paragrafo del codice civile o penale.

Il migliore augurio per l’uomo moderno

Ai nostri tempi di pensiero debole (popperiano) o addirittura auto-distruttore (nicciano) trionfa la morale debole o della situazione, priva di fondamento reale e oggettivo. Invece la morale è oggettiva. Vi è una priorità assoluta dell’oggetto dell’ atto umano (“gli atti e le facoltà son specificate dai loro oggetti / facultates et acta specificantur ab obiectibus suis” San Tommaso d’Aquino, S. Th., I-II, q. 18) sulle circostanze, sul fine dell’atto (“il fine non giustifica i mezzi”, contro Machiavelli), sulle situazioni soggettive (morale della situazione). L’oggetto (bestemmiare, uccidere, fornicare, rubare, dire il falso; adorare Dio, santificare le sue feste, onorare i genitori) ha già una moralità o immoralità intrinseca, indipendente dall’ intenzione di chi agisce o dalla situazione in cui si trova ad agire. Dare la vita è bene, sopprimerla è male. Solo il primato dell’oggetto, della realtà, della legge morale sul soggetto, sull’idea, sulla coscienza psicologica soggettiva e sulle circostanze o situazioni garantisce la stabilità, la solidità e l’universalità della morale. Affinché un’azione possa essere considerata moralmente buona occorre che siano buone l’oggetto e le circostanze (delle quali è importantissima l’intenzione o il “cur / per quale fine”). Invece, se uno di questi due elementi non è buono (fo l’elemosina per farmi vedere, parlo in chiesa): l’azione è moralmente guasta e cattiva, “Bonum ex integra causa, malum ex quocumque defectu” (S. Th., I-II, q. 71, a. 5, ad 2). Dunque «dobbiamo riaffermare la dipendenza dell’uomo dal fine ultimo e dalla legge eterna imposta da Dio tramite la legge naturale, che costituisce la nostra stessa essenza di animali intelligenti e liberi e la cui osservanza attua tale nostra natura nel modo migliore»[26]. Purtroppo la nostra epoca è caratterizzata da una specie di fobia per la metafisica, la quale si incentra sull’essere per essenza (Dio) e per partecipazione (creatura) e dalla creatura risale al Creatore, il quale trascende sia lo Stato che l’uomo. Perciò la modernità si preclude la possibilità di giungere alla nozione di diritto naturale, il quale, «muovendo dall’ antichità veterotestamentaria e greco-romana, è arrivato sino a noi attraverso la tradizione della scolastica, della filosofia perenne, che riduce il diritto naturale a pochi, sommi princìpi, che non possono mai essere violati, ma sono suscettibili di diverse applicazioni storiche nei casi particolari, e bisognosi di essere determinati nei contenuti, integrati nelle istituzioni, fatti rispettare anche con congegni più positivi»[27]. Dalla restaurazione della metafisica e del realismo della conoscenza dipende anche la restaurazione della morale naturale, la quale ci aiuta ad essere veramente uomini intelligenti e liberi e ci impedisce di farci travolgere dalla marea montante della sovversione nichilistica animalesca, la quale rende l’uomo simile al bruto, schiavo e determinato dai suoi istinti più bassi. «Se Dio non esiste, tutto è permesso. Nulla è più proibito, non c’è più limite, non c’è nulla che non si possa tentare, che non si debba tentare, perché se tutto ciò che è stato vero un tempo lo è stato partendo dall’ipotesi che Dio esisteva, ora che Dio non esiste, nulla di ciò che era vero allora è adesso vero, nulla di ciò che era bene è bene; dobbiamo ricreare tutto. Ma, prima di ricreare, bisogna cominciare col distruggere […], il migliore augurio che si possa fare all’uomo moderno è di rientrare nell’ordine naturale, che è quello della creazione divina» (E. Gilson in “Se Dio non esiste tutto è permesso”, ne “Il nostro tempo”, 24 novembre 1960). Speriamo e sforziamoci di iniziare a risalire la china per poter esclamare col Poeta, che si era smarrito in “una selva selvaggia, aspra e forte”: “e quinci uscimmo a riveder le stelle”.

La radice prossima della “nuova” morale: l’empirismo britannico

La filosofia su cui si fonda la nuova morale della situazione è remotamente quella di Occam e prossimamente quella dell’empirismo rappresentato principalmente da Hobbes (†1679), secondo cui tutto è materia, anche l’anima umana. Il principio e fondamento di questa filosofia è il tornaconto personale e l’egoismo, fonte del liberalismo politico e del liberismo finanziario. Un altro autore su cui si fondano i “neo-moralisti” è Locke (†1704), che è un puro sensista: l’uomo conosce solo il sensibile e non può cogliere l’essenza delle cose materiali né innalzarsi al trascendente e alla legge oggettiva e universale; le idee e i concetti sono solo “nomi” e non colgono la realtà né la esprimono (nominalismo). Anche Berkeley (†1753) affonda come tutti gli empiristi le radici del suo pensiero nel nominalismo di Occam (†1349), secondo cui le idee sono puri nomi. Berkeley anzi accentua il sensismo di Locke perché non accetta neppure la conoscenza sensibile interna, ma si ferma solo ai sensi esterni. La realtà è materiale e coincide con la sensazione che abbiamo di essa (“esse est percipi / l’essere consiste nell’essere conosciuto dai sensi”). Altro filosofo empirista è Hume (†1776), secondo il quale tutto ciò che supera l’esperienza sensibile non ha nessun valore conoscitivo. Egli nega in maniera categorica e totale il principio di causalità (“un effetto deve avere una causa”): ciò che volgarmente chiamiamo causa non produce l’effetto, ma lo precede soltanto. Quindi l’effetto è “post hoc sed non propter hoc”. Ora, se ci si limita alla sola sensazione, è chiaro che vedo un effetto dopo un altro e non il nesso tra causa ed effetto perché non posso toccar con mano la causalità ossia la produzione dell’effetto. Tuttavia tale nesso, anche se non è sperimentabile sensibilmente, è intelligibile e me ne formo un’idea razionale astraendola dalla conoscenza sensibile. Per Hume, invece, la causa è un puro nome (“nominalismo”) e normalmente precede l’effetto, ma non in maniera costante e necessaria, e soprattutto senza produrlo. Per esempio, se colpisco una palla ed essa corre, secondo la metafisica classica e tomistica il movimento della palla è effetto del colpo che le ho dato mentre secondo Hume vi è solo un susseguirsi opinabile o probabile di movimenti senza che il primo influisca sull’ altro. Così il padre non è causa del figlio, il fuoco non è causa del fumo, la rivoltellata non è causa dell’omicidio e, se un fenomeno (padre/rivoltellata) sin ora ha sempre preceduto un altro fenomeno (figlio/omicidio), è probabile che lo precederà anche in futuro, ma non lo causa e quindi in morale non vi è il concetto di responsabilità soggettiva. Infine Stuart Mill (†1873) si rifà a Hume e riafferma che tutta la conoscenza umana si riduce a semplice sensazione. Egli nega ogni valore alla ragione e si limita alla sola sensazione e all’induzione sperimentale. Nega il principio di causalità e afferma che tale fenomeno (paternità/pugnalata) precede normalmente tal altro (figliolanza/uccisione) senza causarlo[28]. La morale della situazione o della convenienza personale, che è capriccio e licenza, è la conclusione pratica del nominalismo e dell’ illuminismo britannico ed è la contraddizione radicale della morale oggettiva e naturale.

Alfonsus

[1] C. Fabro, in Enciclopedia Cattolica, voce “Modernismo”, Città del Vaticano, 1952, vol. VIII, col. 1191.

[2] C. Fabro, in Enciclopedia Cattolica, voce “Modernismo”, Città del Vaticano, 1952, vol. VIII, col. 1193.

[3] La concezione eterodossa di esperienza religiosa è soprattutto quella del soggettivismo protestantico e modernista. In religione il Protestantesimo, con Lutero, ha posto il soggettivismo nel rapporto con Dio. Martin Lutero si appellava alla soggettività della ‘sola Fides’ (che non è la virtù teologale quale atto intellettivo e volontario, ma è una “fede fiduciale”, che in realtà è “presunzione di salvarsi senza meriti”) e del ‘testimonium Spiritus Sancti’, i quali coincidono – secondo lui – con il sentimento individuale e soggettivo, unico criterio ed oggetto (che coincide e si perde nel soggetto) della religiosità. Padre Fabro definisce tale teoria come «dissociazione della coscienza dal contenuto oggettivo della Fede» (C. Fabro, in Enciclopedia Cattolica, voce “Esperienza religiosa”, Città del Vaticano, 1950 vol. V, col. 603). Tale concezione soggettivista e sentimentale con il modernismo comincia a prendere un indirizzo sempre più irrazionalista e l’esperienza religiosa si sostituisce totalmente sia alla retta ragione che alla divina Rivelazione e alla Fede teologale. Padre Fabro, inoltre, asserisce che la contaminazione più essenziale della dottrina cattolica da parte modernistica «è stata il tentativo d’interpretare l’esperienza intima del soggetto (autocoscienza) in diretta continuità con la vita religiosa e di prendere la coscienza o esperienza religiosa come l’essenza della divina Rivelazione e della vita della Grazia. Invece ogni esperienza religiosa, nell’ambito della vita della Grazia e della Fede, può avere soltanto un valore secondario e in dipendenza della Rivelazione e del Magistero ecclesiastico. […]. Il pericolo del modernismo non è mai completamente debellato perché è insita nella ragione umana, corrotta dal peccato originale, la tendenza ad erigersi a criterio assoluto di verità per assoggettare la Fede a sé. Un tentativo affine al modernismo teologico è la cosiddetta “théologie nouvelle” comparsa in Francia dopo la seconda guerra mondiale ed energicamente denunziata dall’enciclica Humani generis (12 agosto 1950) di Pio XII» (voce “Modernismo”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1952, vol. VIII, col. 1196).

[4]R. Garrigou-Lagrange, “La nouvelle théologie ou va-t-elle?”, in Angelicum, n. 23, 1946, pp. 134 ss.; Id., “L’ immutabilité des formules dogmatiques”, in Angelicum, n. 24, 1947, pp. 136 ss.

[5] F. Spadafora, La “Nuova Esegesi”. Il trionfo del modernismo sull’Esegesi Cattolica, Sion, 1996.

[6] Cfr. J. Fuchs, Morale théologique et morale de situation, in Nouv. rev., théol., n. 76, 1954, pp. 1073-1085 ; A. Boschi, Una nuova morale : la così detta etica della situazione, in Palestra del clero, n. 35, 1956, pp. 969-980; F. Olgiati, Una morale nuova e la condanna del S. Uffizio, in Rivista del clero italiano, n. 37, 1956, pp. 481-490; F. Roberti – P. Palazzini, Dizionario di Teologia morale, Roma, Studium, IV ed., 1968, vol. II, voce “Morale della situazione”, pp. 1065-1067, a cura di Pietro Palazzini; C. Fabro, L’avventura della teologia progressista, Milano, Rusconi, 1974, parte II, “Teologia e Morale”, cap. 1, “Il valore permanente della morale”, pp. 171-251; D. Composta, La nuova morale e i suoi problemi, Roma, 1990.

[7] Cfr. O. Lottin, La valeur normative de la conscience morale, in Ephem. Lovan., 1932, pp. 409-431; E. Lio, Conscientia, in Dictionarium morale et canonicum, Roma, 1962.

[8] Cfr. P. Palazzini, La coscienza, Roma, Ares, 1961.

[9] Per esempio il comandamento “non uccidere”, se nella situazione particolare di una persona soggettivisticamente considerata (una giovane che non si è ancora fatta una strada nella vita e deve accettare una gravidanza indesiderata), riesce troppo gravoso, non obbliga il soggetto e si può abortire. Così pure se sopportare un anziano malato diventa difficile, allora è lecita l’eutanasia e così via.

[10] Per esempio il voto di castità o il celibato ecclesiastico obbligano oggettivamente. Ma se per un sacerdote o un religioso, che si trova immerso nel mondo contemporaneo con tutte le sue esigenze, diventano troppo gravosi, non obbligano il soggetto.

[11] Cfr. G. Mattiussi, Il veleno kantiano, Monza, 1907.

[12] Francesco I ha risposto a Eugenio Scalfari: “Il Vaticano II, ispirato da papa Giovanni e da Paolo VI, decise di guardare al futuro con spirito moderno e di aprire alla cultura moderna. I padri conciliari sapevano che aprire alla cultura moderna significava ecumenismo religioso e dialogo con i non credenti. Dopo di allora fu fatto molto poco in quella direzione. Io ho l’umiltà e l’ambizione di volerlo fare” (Repubblica, 1° ottobre 2013, pag. 3).

[13] Quis indica le qualità accidentali del soggetto operante, per esempio se è un sacerdote; quid esprime la quantità della materia: se ho rubato 1000 lire o 1 milione, se ho ucciso 1 o 7 persone; ubi accenna al luogo particolare, per esempio se ho rubato in chiesa; quibus auxiliis dice i mezzi con cui l’atto è stato compiuto, per esempio se ho calunniato a viva voce o mediante scritti pubblicati; cur è l’intenzione o il fine dell’azione, che è la circostanza principale, per esempio se prego per farmi notare e per vanagloria; quomodo indica il modo in cui si è agito, per esempio se con piena avvertenza o no, oppure con violenza; quando indica il tempo, per esempio se ho portato odio per 1 minuto o per 1 anno, se ho rubato di domenica.

[14] Ci sono circostanze che aumentano o diminuiscono la moralità proveniente principalmente dall’oggetto; per esempio, se rubo 1000 lire o 100 mila, commetto un peccato veniale o mortale contro il medesimo 7° comandamento. Vi sono anche circostanze che mutano la specie della moralità dell’atto, ossia apportano all’atto un’altra moralità di specie diversa da quella dell’oggetto principale; esse costituiscono un secondo oggetto morale distinto dal primo. Per esempio, se rubo un calice consacrato, oltre l’oggetto del furto (peccato contro il 7° comandamento), vi è un altro oggetto morale che è il sacrilegio (peccato contro il 1° comandamento).

[15] S. Th., I-II, q. 18; A. Lanza - P. Palazzini, Princìpi di teologia morale, Roma, 1957, vol. III, n. 117 ss.

[16] Cfr. C. Giacon, Guglielmo di Occam, Milano, 1941, 2 voll.

[17] Ivi.

[18] Cfr. San Tommaso d’Aquino, S. Th., I-II, q. 110; Concilio di Trento, sess. VI, canone 11, DB 821; L. Billot, De gratia Christi, Roma, 1923; R. Garrigou-Lagrange, De Deo uno, Parigi, 1938; P. Parente, Anthropologia supernaturalis, Roma, 1949.

[19] Secondo Lutero il peccato originale ha distrutto totalmente il libero arbitrio dell’uomo, che non è responsabile dei suoi atti e quindi non è libero di fare il bene o il male, ma è determinato a fare il male morale, data la corruzione assoluta della sua libertà. Perciò quando l’uomo pecca non è lui a peccare, ma è Dio che pecca in lui. Quindi conclude Lutero: “pecca fortiter, sed fortius crede / pecca fortemente, ma abbi ancor più fortemente la fede fiduciale di salvarti e ti salverai” perché per lui la sola fede senza le opere basta a santificare e salvare l’uomo. Cfr. H. Grisar, Lutero, la sua vita e le sue opere, Torino, 1933; M. Bendiscioli, La Riforma protestante, Roma, 1953; R. Garcia-Villoslada, Lutero, Milano, Istituto Propaganda Libraria, 2 voll., 1985.

[20] Cfr. C. Fabro, La svolta antropologica di Karl Rahner, Milano, Rusconi, 1974.

[21] In II Sent., d. 38, q. 1, a. 3, sol. 1.

[22] Pio XII, Sintesi di verità e di morale, 30 settembre 1954, in Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, Città del Vaticano, LEV, vol. XVI, p. 177. Cfr. anche S. Th., I-II, qq. 91-95.

[23] S. Th., I-II, q. 91, a. 2: «Tra tutti gli enti, l’uomo è soggetto alla divina Provvidenza in maniera più eccellente, poiché colla sua ragione e libertà ne partecipa maggiormente degli altri, provvedendo a se stesso e agli altri».

[24] S. Th., I-II, q. 91, a. 2.

[25] S. Th., II-II, q. 106, a. 1.

[26] R. Pizzorni, Diritto naturale e diritto positivo, Bologna, ESD, 1999, p. 6.

[27] Ibidem, p. 14.

[28] Per una confutazione di questi errori filosofici cfr. R. Garrigou-Lagrange, Dieu. Son Existence et sa Nature, Parigi, Beauchesne, 1914, 1° vol., sez. II ; par. 12, 13 e 14.

© 2014 sìsì nono

Fatima, il quarto segreto esiste: Socci ha la prova, ecco qual è

Novità apocalittiche da Fatima. L’ultimo mistero: il silenzio della suore, ma chi tace acconsente.

di Antonio Socci (18/08/2014)

C’è una novità nel giallo del «terzo segreto di Fatima», una profezia che attraversa tutto il Novecento e sembra proiettata alla sua realizzazione finale.La novità è contenuta in una pubblicazione ufficiale del Carmelo di Coimbra, quello dove è vissuta ed è morta (nel 2005) suor Lucia dos Santos, l’ultima veggente. S’intitola Un caminho sob o olhar de Maria ed è una biografia di suor Lucia, scritta dalle consorelle, con dei preziosi documenti inediti della stessa veggente.

Prima di vederli bisogna ricordare bene qual è la storia di Fatima. Nel divampare della Grande Guerra, il 13 maggio 1917 la Madonna appare, nel villaggio portoghese, a tre pastorelli. I giornali laici irridono i «creduloni» sfidando la Vergine a dare un segno pubblico della sua presenza. Lei preannuncia ai tre bimbi che darà il segno e nell’ultima apparizione, quella del 13 ottobre, 70 mila persona accorse alla Cova de Iria assistono terrorizzati al vorticare del sole nel cielo. Un fenomeno che l’indomani sarà riferito sui giornali (pure anticlericali).

Nell’apparizione del 13 luglio la Madonna aveva affidato ai bambini un messaggio per il mondo intero. Era la grande profezia sui decenni successivi se l’umanità non fosse tornata a Dio. In effetti si realizzò tutto: la rivoluzione bolscevica in Russia, la diffusione del comunismo nel mondo, le sanguinose persecuzioni contro la Chiesa e infine la seconda tragica guerra mondiale. C’era poi una terza parte di quel segreto che si doveva rivelare - disse la Madonna - nel 1960. Arrivata quella data Giovanni XXIII secretò tutto perché terribile era il suo contenuto.

Provocò così una ridda di ipotesi. Nel 2000 Giovanni Paolo II rese noto il testo del terzo segreto che contiene la famosa visione del «vescovo vestito di bianco», con il Papa che attraversa una città distrutta, i tanti cadaveri e poi il martirio del Santo Padre, di vescovi, preti e fedeli.

Da molti elementi si poteva intuire che non era tutto. Anche io, come altri autori, nel 2006 pubblicai un libro, Il quarto segreto di Fatima, dove mostravo che mancava la parte, scritta e inviata successivamente, con le parole della Madonna che spiegavano la visione medesima. Lo stesso segretario di Giovanni XXIII, monsignor Capovilla, che aveva vissuto tutto in prima persona, in una conversazione con Solideo Paolini accennò proprio all’esistenza di quel misterioso «allegato».

Da parte ecclesiastica si è ufficialmente smentito che esista e che vi siano profezie che riguardano i tempi odierni. Ma una clamorosa conferma implicita arrivò dallo stesso Benedetto XVI che durante un improvviso pellegrinaggio a Fatima, il 13 maggio 2010, affermò: «Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa». Aggiunse: «sono indicate realtà del futuro della Chiesa che man mano si sviluppano e si mostrano… e quindi sono sofferenze della Chiesa che si annunciano». Ma quali profezie potrebbero trovarsi in quel testo? Fanno riflettere queste due frasi del Papa pronunciate in quel discorso a Fatima: «L’uomo ha potuto scatenare un ciclo di morte e di terrore, ma non riesce ad interromperlo». E poi: «La fede in ampie regioni della terra, rischia di spegnersi come una fiamma che non viene più alimentata».

Dalle parole di papa Benedetto s’intuì dunque che c’è davvero dell’altro in quel Terzo Segreto ed è drammatico per il mondo e per la Chiesa. Proprio a quella visita del papa è forse dovuta l’uscita di questo libro che fa filtrare un altro pezzetto di verità.

Il volume infatti attinge alle lettere di suor Lucia e al Diario inedito intitolato Il mio cammino. Impressionante, fra gli inediti, è il racconto di come suor Lucia superò il terrore che le impediva di scrivere il Terzo Segreto. Verso le 16 del 3 gennaio 1944, nella cappella del convento, davanti al tabernacolo, Lucia chiese a Gesù di farle conoscere la sua volontà: «sento allora che una mano amica, affettuosa e materna mi tocca la spalla». È «la Madre del Cielo» che le dice: «stai in pace e scrivi quello che ti comandano, non però quello che ti è stato dato di comprendere del suo significato», intendendo alludere al significato della visione che la Vergine stessa le aveva rivelato.

Subito dopo - dice suor Lucia - «ho sentito lo spirito inondato da un mistero di luce che è Dio e in Lui ho visto e udito: la punta della lancia come fiamma che si stacca, tocca l’asse della terra ed essa trema: montagne, città, paesi e villaggi con i loro abitanti sono sepolti. Il mare, i fiumi e le nubi escono dai limiti, traboccano, inondano e trascinano con sé in un turbine, case e persone in un numero che non si può contare, è la purificazione del mondo dal peccato nel quale sta immerso. L’odio, l’ambizione, provocano la guerra distruttrice. Dopo ho sentito nel palpitare accelerato del cuore e nel mio spirito una voce leggera che diceva: “nel tempo, una sola fede, un solo battesimo, una sola Chiesa, Santa, Cattolica, Apostolica. Nell’eternità il Cielo!”. Questa parola “Cielo” riempì il mio cuore di pace e felicità, in tal modo che, quasi senza rendermi conto, continuai a ripetermi per molto tempo: il cielo, il cielo!».

Così le viene data la forza per scrivere il Terzo Segreto. L’inedito che ho appena citato è un documento molto interessante, dove gli addetti ai lavori trovano facilmente conferma alla ricostruzione storica per cui il Terzo segreto è composto di due parti: una, la visione, fu scritta e inviata prima, mentre l’altra - quella che nelle parole della Madonna è «il significato» della visione stessa - fu scritta e inviata successivamente.

È il famoso e misterioso «allegato» a cui accennò Capovilla. È il testo, tuttora non pubblicato, dove presumibilmente sta la parte che più spaventava suor Lucia. La stessa parte che spaventò Giovanni XXIII (ma anche, prima di lui, Pio XII) e che Roncalli decise di non rendere nota perché - a suo avviso - poteva essere solo un pensiero di suor Lucia e non avere origine soprannaturale.

È una parte così esplosiva che si continua tuttora, ufficialmente a negarne l’esistenza. E l’apertura di Benedetto XVI nel 2010, che ha portato anche alla pubblicazione di questo volume, oggi si è richiusa. Lo dimostra quanto è accaduto a Solideo Paolini, il maggiore studioso italiano di Fatima che, viste le pagine di questo libro che gli ho inviato, ha scritto al Carmelo di Coimbra chiedendo di poter consultare le due opere inedite menzionate nel volume, ritenendo che lì vi siano ulteriori dettagli sulla parte secretata. La lettera è arrivata a destinazione (ne fa fede la ricevuta), ma non ha avuto risposta. Paolini allora ha scritto di nuovo entrando nel merito e chiedendo se suor Lucia ha mai messo nero su bianco quel «significato della visione» che dall’Alto le era stato dato di comprendere e che quel 3 gennaio evitò di annotare su suggerimento della Madonna: «nelle opere che vi avevo chiesto di consultare c’è nessun riferimento a “qualcosa di più” a riguardo del Segreto di Fatima, a tutt’oggi testualmente inedito?».

La lettera risulta pervenuta il 6 giugno. Ma anch’essa non ha avuto risposta. Eppure sarebbe stato semplice rispondere di no. Evidentemente la risposta era «sì», ma non si può dare, perché sarebbe esplosiva. Così tacciono. Tuttavia la visione che ho appena citato rimanda ai due elementi che presumibilmente sono contenuti nel testo inedito del Segreto: la profezia di un’immane sciagura per il mondo e una grande apostasia e crisi della Chiesa. Una prova apocalittica al termine della quale - disse la Madonna stessa a Fatima - «il mio Cuore Immacolato trionferà». 

A questo sperato «trionfo» fece riferimento nel 2010 Benedetto XVI: «Possano questi sette anni che ci separano dal centenario delle Apparizioni (2017) affrettare il preannunciato trionfo del Cuore Immacolato di Maria a gloria della Santissima Trinità». Significa che oggi, 2014, siamo già entrati nella spaventosa prova? In effetti se si guarda la cronaca…

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Biffi agli “esercitandi” (tra cui un certo Giovanni Paolo II): «Senza comodità si può vivere, ma senza ideali la vita diventa insipida e insopportabile»

Le ventidue meditazioni che il cardinale Giacomo Biffi propose agli esercizi spirituali tenuti nel 1989 alla curia romana: «Un altro dono da chiedere è quello di restare sempre nella Chiesa».

di Daniele Guarnieri (08/08/2014)

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«Nel 1989, dal 12 al 18 febbraio, sono stato chiamato a predicare gli esercizi spirituali in Vaticano. Avere tra gli “esercitandi”, che ascoltavano con umiltà e pazienza le mie riflessioni, non solo i cardinali e i prelati di curia, ma anche papa Giovanni Paolo II era certo un’esperienza insolita e in sé emozionante, che mi pare di essere riuscito ad affrontare in semplicità». A scrivere queste righe è il cardinale Giacomo Biffi nelle sue Memorie (Cantagalli). Le ventidue meditazioni che compongono gli esercizi spirituali sono oggi raccolte in un preziosissimo volume di Cantagalli, La multiforme sapienza di Dio. Esercizi spirituali con Giovanni Paolo II (231 pagine, 14 euro), che vale la pena leggere e rileggere per l’attualità delle riflessioni che monsignor Biffi propose. Tempi vi aveva proposto una brevissima anticipazione che oggi arricchisce dopo aver letto il volume.

IL SILENZIO E LA SOLITUDINE. Quegli esercizi sono stati cinque giorni di intenso lavoro fatti di predicazioni, preghiere, letture, silenzio e solitudine. E proprio dal silenzio delle labbra come segno e premessa del silenzio dell’anima cominciano le lezioni: «Il silenzio (inteso come condizione per l’ascolto) è il primo correlativo della parola. La parola di risposta è solo il secondo. Poiché in principio c’è la parola di Dio, in principio ci deve essere il silenzio al cospetto di Dio. “È difficile saper tacere. È raro che uno taccia, anche se non gli giova affatto parlare”, diceva sant’Ambrogio». E poi la solitudine: «È ancora sant’Ambrogio a mettere in risalto la ricchezza spirituale che ci può essere procurata dalla solitudine: “Quando siamo soli, allora ci offriamo a Dio, allora gli apriamo il nostro animo, allora ci spogliamo della veste dell’inganno. Era solo Adamo quando fu collocato nel Paradiso, ma non era solo quando fu cacciato. Era solo il Signore quando redense il mondo. Perciò anche noi cerchiamo di essere soli, perché il Signore sia con noi”».

L’OBBEDIENZA. «L’uomo si imbatte in un nodo che è teoricamente irresolubile: la sua unica vera regola di comportamento è a lui inaccessibile. In parole semplici: a dirigerci bene in questo mondo basta fare la volontà del Signore; solo che non si riesce a vedere che cosa egli voglia da noi. Da questa situazione paradossale abbiamo la possibilità di uscire in sede pratica studiando i segni della volontà di Dio, che sono i riverberi a noi accessibili del volere divino. San Tommaso osservava però che non abbiamo la garanzia che quello che vediamo e capiamo dai “segni” coincide sempre con l’autentico volere divino. Ma questo è sufficiente a risolvere il nostro problema morale: se noi con sincerità di cuore leggiamo i segni e poi ne seguiamo le indicazioni con buon senso e generosità, siamo sicuri di agire secondo il dovere fondamentale dell’obbedienza. Vanno ben considerati gli avvenimenti. I fatti, in quanto opera dell’uomo non sempre sono giusti, ma possono e devono essere essi stessi giudicati. Nella nostra storia personale ciò che è avvenuto ci aiuta sempre a capire meglio che cosa si debba fare per l’avvenire».

IL REGNO OSCURO DEL DEMONIO. Il secondo giorno il cardinal Biffi propone meditazioni sul regno oscuro. «Oggi non si prende sul serio il demonio (salvo poi farne oggetto di attenzione aberrante e perfino di culto): la cultura dominante, che si immagina di essere razionale, lo annovera tra le fiabe. A me pare più sensato affidarsi al parere di Gesù, e Gesù non scherza affatto su questo argomento. Prendere sul serio il demonio è premessa indispensabile per prendere sul serio il male del mondo, e per non ritenere che l’uomo possa eliminare da solo i suoi guai e autodeterminarsi. (…) “Il mondo vi odia” (Gv 15,19), ci ha avvertito Gesù. Dimenticarsi che esiste questa resistenza aggressiva all’opera di Dio è pericoloso sia per il credente sia per la comunità cristiana. (…) La cultura oggi dominante pensa di salvarci dalla tristezza, dall’inquietudine, dal rimorso, eliminando l’idea stessa di peccato. Abitua ciascuno a guardare solo ai suoi diritti: i doveri sono sempre degli altri; induce a ritenere che la colpa non è mai dei singoli, ma della società, delle strutture, dello Stato, della Chiesa. Cristo invece ritiene che sia il cuore dell’uomo la vera causa del male nel mondo (Mt 3,20-23) e che perciò dal cuore dell’uomo – cioè dalla sua vita personale e interiore – deve cominciare il rinnovamento».

IL PECCATO E LA PREFERENZA. Ma che cos’è il peccato? «Il peccato è smemoratezza: è non ricordarci abbastanza di Gesù; è occuparci più delle cose di Dio che non di Dio e del suo amore; è perdere di vista la nostra natura, la nostra condizione di redenti, la nostra dignità di figli. Il peccato è disobbedienza: è disconoscere la piena signoria di Cristo sulle nostre idee, sui nostri affetti, sulla nostra vita; è resistere ai disegni di Dio, cercando di sovrapporgli i nostri calcoli; è la serie dei nostri “no”, pigri e capricciosi, alle divine sollecitazioni. E il peccato è avarizia: è incapacità di donare il nostro tempo, la nostra attenzione, il nostro ascolto». Il cardinale parla poi della positività del peccato come «occasione di una vita spirituale più intensa», del perdono e della forza di Dio, del mistero nuziale e del concetto di preferenza che genera invidia o felicità. «Il gruppo dei Dodici ci offre un bel campionario di umile e diversa umanità: ci sono poveri e ricchi, semplici e capaci di far di conto, riflessivi o impetuosi. Un bel campionario dei difetti umani. (…) È stato notato che probabilmente anche le idee politiche di quegli uomini erano disparate. Tra essi partigiani, come Simone lo zelota, e qualche collaborazionista, come Matteo il pubblicano. Questo vuol dire soltanto che da tutte le estrazioni si può arrivare ad aver parte attiva nella Chiesa. Non significa – come qualcuno ha dedotto contaminando la parola di Dio con l’ideologia – che tutte le scelte sociali e politiche dei cristiani siano legittime e consentite. Il contrario risulta dal Vangelo: questi uomini, in virtù della loro piena adesione a Cristo, sono completamente trasformati e acquistano una nuova originale visione delle cose. Dopo aver incontrato Gesù, né Simone continua a fare lo zelota né Matteo rimane pubblicano, perché “se uno è in Cristo, è una creatura nuova” (2Cor 5,17).

LA SEQUELA. E cosa vuol dire sequela? «Passando per il mare Gesù vide dei pescatori. Tutto sembrava fortuito. In realtà quegli uomini non erano per lui sconosciuti né lui era ignoto a loro. Lo conoscevano già, perciò l’hanno seguito. L’hanno seguito, perciò l’hanno conosciuto davvero. Questa è una legge fondamentale: non si ama se non si conosce, ma anche non si conosce se non amando e impegnando la vita. Dobbiamo dunque riconfermarci nel proposito di voler conoscere il Signore Gesù. Assaporare la sua parola, contemplare i suoi gesti, meditare sul suo mistero luminoso e adorabile. Nessun cristiano può eludere questo programma. Ma perché la conoscenza diventi davvero illuminazione dell’anima e sapore della vita, bisogna amare. Gesù Cristo lo si conosce veramente nell’atto in cui ci si gioca per lui».

NON C’È VITA SENZA IDEALE. E per finire l’ideale. «Il primo elemento di questo racconto che merita la nostra attenzione (la pesca inutile, Gv 21,1-11, ndr) è lo stato d’animo dei discepoli. Non sono uomini in preda alla disperazione: hanno già sperimentato la gioia di incontrare Gesù risorto. Ma sono ecclesiasticamente sbandati, senza direttive e senza progetti. È l’atteggiamento spirituale di quanti hanno sì avuto un tempo un concreto e affascinante ideale di vita, cui si sono donati, ma poi l’hanno lasciato sbiadire nel succedersi delle delusioni e delle stanchezze. Qui c’è un primo argomento d’implorazione. Che il Signore ci mantenga vivo il senso della buona causa per la quale abbiamo un giorno capito che metteva conto di spendere l’esistenza. Piuttosto dia qualche comodità in meno, ma non ci lasci senza ideali. Senza comodità si può vivere, ma senza ideali la vita alla lunga diventa insipida e insopportabile. (…) E un altro dono da chiedere è quello di restare sempre vitalmente inseriti nell’organismo ecclesiale, che ha Cristo come capo, principio di vita e sorgente di energia. Ma non illudiamoci: può venire a tutti la tentazione di mettersi a costruire la Chiesa con le proprie intuizioni e piccole verità».

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Un cattolico conciliarista contestava la fede di un ex comunista

anticattocomunismo:

Raniero La Valle e Claudio Napoleoni, un dibattito rivelatore.

di Piero Vassallo (08/08/2014)

La decriptazione dei fumosi pensieri soggiacenti all’illusorio entusiasmo destato dalla teologia serpeggiante fra le righe del Vaticano II, può essere facilitata dalla lettura del verbale della discussione sull’Eucarestia, in cui si cimentarono, il 12 maggio 1988, l’ex direttore dell’Avvenire d’Italia, Raniero La Valle (1931) e il comunista convertito Claudio Napoleoni (1924-1988).

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Il testo dell’acceso confronto tra i due parlamentari della sinistra, fu pubblicato nel luglio del 1990, in un supplemento al settimanale Il Sabato, un opuscolo che mi è stato spedito in questi giorni da un dotto e cortese amico, proprietario di un robusto e prezioso archivio.

Napoleoni, il brillante economista, che aveva confessato a Del Noce di aver maturato una completa sfiducia nell’ideologia marxista, prossima a rovesciarsi nell’incubo tecnocratico & finanziario, sosteneva la presenza reale di Cristo nel pane eucaristico mentre La Valle (coerente apologeta delle nuova teologia) obiettava che la presenza “non c’è in questo modo fisicistico [reale] a cui si è voluto ridurre” [dal magistero infallibile].

A Napoleoni che insisteva su una indeclinabile verità di fede, La Valle obiettava formulando una domanda retorica, che, in qualche modo, era in sintonia con la infondata e temeraria opinione dell’eresiarca Martin Lutero: “Ti sembra più importante la presenza di Cristo nell’ostia che la presenza di Cristo in te e in me in questo momento?”

E Napoleoni rispondeva puntualmente: “Perché se no il Cristianesimo diventa uno spiritualismo”.

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“No, replicava La Valle infervorandosi, il Cristianesimo diventa l’andare al Padre senza mediazioni che non sia la sua, diventa questa liberazione in atto, diventa il ritorno al Genesi, diventa la restaurazione precisamente della condizione del giardino”.

L’elusivo/confuso fraseggio di La Valle fa sospettare l’adesione al pensiero dei teologi modernizzanti, che progettarono la trasformazione del sacramento eucaristico in amicale banchetto intitolato alla religione buonista.

Il rifiuto opposto da Napoleoni alla teologia dimezzata e abbassata al social-sentimentale da La Valle merita una seria riflessione poiché svela il carattere illusorio della riforma conciliare, finalizzata alla conversione dei miscredenti mediante il dimezzamento dei dogmi e l’inaridimento della liturgia. In uscita dall’inganno ideologico, Napoleoni si era affidato alla fede che supera ogni senso. Irremovibile nella convinzione della inderogabile necessità di scendere a patti con il pensiero moderno, La Valle rifiutava di vedere la prossimità della rovina incombente sul sistema sovietico, paradiso infernale, costruito dai nemici della verità cristiana.

Il profilo ideologico di La Valle non è completo finché non si rammenta il viaggio da lui compiuto, nel 1974, in compagnia di Giampaolo Meucci (l’indulgente giudice del Forteto) nell’ammirata e applaudita Cina concentrazionaria di Mao-Tse-Tung. Viaggio compiuto nel segno della programmata cecità davanti ai crimini dell’ideologia di Marx.

Schierata sulla linea dell’illusione, che nutriva il pensiero di La Valle, una vociante, imperterrita pletora di vescovi, quasi usciti dalla vignette del giornale satirico “Don Basilio”, tenta di nascondere la degenerazione nichilista (nietzschiana/heideggeriana) della filosofia dopo Cartesio, per giustificare la trasformazione della fede cattolica in teologia della liberazione (dalla verità?).

Il risultato di tale affannoso e anacronistico inseguimento della chimera era già leggibile nella risposta di Napoleoni a La Valle: la negazione della presenza reale di Cristo nel cibo eucaristico abbassa la fede cattolica al livello di uno fra i tanti, sterili e inutili spiritualismi, che sono prodotti e spacciati dalle società di pensiero in disperata azione dove il deserto della ragione avanza.

Il numero dei credenti diminuisce in proporzione all’avanzamento della teologia che abbassa il sacrificio eucaristico al livello di un’anodina cerimonia, che prepara la stretta di mano scambiata da amici momentanei, spronati dal suono delle cacofoniche chitarre, che accompagnano sgangherati componimenti in rima (baciata dalla mediocrità).

Alla mente dei cattolici sordi al rumore delle ecumeniche canzonette e refrattari alla suggestione modernizzante, si affacciano intanto le minacciose parole del Signore: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc., 18, 8).

© RISCOSSA CRISTIANA

L’abdicazione di Chiesa e cultura

anticattocomunismo:

E così siamo diventati un campo di concentramento eugenetico chiamato #embrionestaisereno. E’ lontana la formidabile stagione dei “princìpi non negoziabili”, ora la chiesa fugge dalla battaglia e i suoi intellò disertano.

di Giuliano Ferrara (07/08/2014)

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Qualche anno fa, non molti, era battaglia. Sulla vita, sui figli, sul significato di paternità e maternità, sul criterio della selezione eugenetica o selezione della razza, sul carattere umano, troppo umano, dell’imperfezione genetica, sul diritto sempre periclitante a sapere di chi si sia figli (ma nel caso della madre c’era una certezza classicamente e latinisticamente stabilita: semper certa est). Qualche anno fa, non molti, si discuteva accanitamente, e si votava in Italia in un referendum molto combattuto, sulla natura dell’embrione concepito, sul suo corredo cromosomico, sulla tutela biopolitica degli individui nella loro irripetibile singolarità, fissata nelle costituzioni e nelle coscienze. Ci si batteva, con la partecipazione non dei soli medici ed esperti ma di psicoanalisti, di femministe, di gente seria e sorpresa dalla deriva in corso, intorno alla scienza nel suo rapporto con la tecnica, la tecnoscienza, e si pensava che un limite etico fosse necessario, che il crescente potere “creativo” della bioingegneria dovesse essere definito dalla norma e dalle consuetudini e dalle culture anche in base a un crescente potere morale di scelta affidato per sua natura alla società o alla comunità, entità diverse per loro natura da una sequenza numerica di individui privi di connessione storica, di ethos e di pathos comuni, privi di legami forti e di una condivisione efficace e fondatrice anche di obblighi legali e di doveri semplicemente umani.

La contesa era allargata, com’è ovvio, all’aborto, di cui fu proposto un bilancio non ipocrita mentre si discorreva onusianamente di moratoria per la pena di morte, al matrimonio, alla differenza sessuale oltre il dominio, che nessuno ha mai contestato, dei sentimenti privati e delle scelte di eros e di piacere diverse da quelle della norma sociale familiare legata al matrimonio e all’educazione biparentale dei bambini. Un Papa e una chiesa, quella cattolica, avevano detto l’inosabile, qualcosa che suonava come una sconfessione (e non lo era) della democrazia procedurale o ciudadana che vuole ogni perfezione della decisione pubblica affidata alla forza dei numeri di maggioranza: “Princìpi non negoziabili” era la frase proibita, importante per l’etica e per la politica, per la definizione del fondamento extragiuridico dello stato e dell’obbligo politico, la frase che ha portato nel giro di qualche anno alle dimissioni di un Papa teologo e profeta, e all’arrivo, per curare le ferite della contemporaneità cattolica (un ossimoro), di un Papa gesuita e pastorale, la cui teologia biblica sa di misericordia, com’è ovvio, e di oblio e negazione della razionalità del giudicare (il che è meno ovvio).

La chiesa ha abbandonato il campo di battaglia. Si cura le ferite con un linguaggio riluttante e trasversale, fatto di nascondimenti e di gioia evangelica esibita, ma non si capisce fino a che punto vissuta o vivibile. Le classi dirigenti cattoliche e quelle laiche di un tipo speciale, non riducibile alla gnagnera laicista e secolarista, sono un vago ricordo, un fuoco fatuo. La nostra spinta di minoranza fuori della chiesa era autentica, fondata sulla convergenza con una grande visione del mondo e le sue conseguenze, ma quella del personale cattolico di establishment era solo connivenza provvisoria con i vescovi del momento: cambiato il capo dei vescovi, cambiato il clero e il segno del clericalismo, rifugiatosi il capo della chiesa in una disperazione della dottrina, ecco che svaniscono intellettuali, pastori e militanti della battaglia sulla vita, o si nascondono in pratiche ordinarie, il minimo indispensabile ma inutile che oggi va per la maggiore.

Se questa fuga sia una diabolica responsabilità religiosa o filosofica o dottrinale, se la vedranno loro; quanto a noi, interessati alla spiritualità e alla fede di chi la possieda ma sopra tutto alla responsabilità civile, politica nel senso non bassissimo del termine, sentiamo qualcosa di più di una responsabilità, e lasciamo da parte Faust e Mefistofele, sentiamo una colpa. Che cosa abbiamo fatto per meritarci lo scambio degli embrioni in ospedale a Roma, la lite giudiziaria sinistra tra genitori biologici e genitori di gestazione, che si decide a giorni nelle mani di un diritto flebile e prepotente e incurante dei diritti di chi sopravviene, che ha ucciso in culla con 28 verdetti attivistici una legge che ci erano voluti trent’anni per farla? Che cosa abbiamo fatto per arrivare a un decreto del governo che pare cerchi di evitare, estrema linea Maginot, le secche altrettanto sinistre della compatibilità genetica come aggressivo diritto alla pelle chiara o agli occhi celesti nella fecondazione eterologa? Che cosa abbiamo fatto per assistere al trionfo dei “centri” di desiderio immaturi e degli esperti faustiani che negano anche questa blanda e aggirabile necessità normativa, e teorizzano una capacità e opacità riproduttiva legibus soluta, anarchica, fatta di una sicura predisposizione all’eugenetica cioè alla selezione della razza?

Lo sappiamo. Sono cose che arrivano certo dal biologismo nazionalsocialista di origine tedesca e dai miti della razza della destra europea o di una sua parte; ma sono anche cose che vengono dall’ottimismo socialdemocratico, perfino dallo spirito americano, dai territori ideologici in cui si sperimenta nel Novecento il mondo della fitness liberato dall’imperfezione e dalla realtà, che sempre è imperfetta. Leggo le cronache e penso inevitabilmente a una maledizione, a una fatale rinuncia alla ricerca odissaica del vero, alla dismessa curiosità per l’umano in favore della costruzione del transumano, a una brutalizzazione (viver come bruti) del genere a cui appartengo, del suo codice culturale, della sua scintilla divina, in senso cristiano o anche pagano. Siamo caduti veramente molto in basso, e uso consapevolmente questa espressione da nonno bisbetico, e dobbiamo prendere atto di una colpa, di una colpa morale, che condividiamo, quelli che hanno agito nella sciatteria o nell’equivoco per il male assoluto e quelli che non hanno saputo vincere la battaglia per un bene relativo ma certo. Il mondo di provetta selvaggia, del diritto di morire come norma e cultura, dell’aborto selettivo ed eugenetico, della distruzione serena (#embrionestaisereno), il mondo che hanno paventato in pochi, tra questi un intellettuale triste e morto suicida come Alex Langer (“E se Ratzinger avesse ragione?” era un suo articolo in tempi non sospetti), il mondo del sentimento facile e del disprezzo esibito, che si nasconde dietro i bambini di Gaza mentre organizza il grande campo di concentramento eugenetico a cielo aperto che siamo diventati: questo è il mondo che laici impotenti e cristiani riflessivi e solidali hanno costruito. L’abdicazione di Ratzinger è stata simbolicamente molto di più che non la rinuncia al Soglio pontificio.

© IL FOGLIO QUOTIDIANO

Fatima – Roma – Mosca

di don Ennio Innocenti (04/08/2014)

Secondo il messaggio di Fatima, Mosca è destinata ad avere un peso determinante nella crisi mondiale contemporanea, crisi che ha il suo perno in Roma.

In un primo tempo (in cui Roma non obbedisce alla richiesta Celeste), Mosca scatena errori e persecuzioni; in un secondo tempo (in cui Roma aderisce gradualmente anche se inadeguatamente) Mosca opererà una conversione spirituale che avrà il risultato di condurre a un periodo di pace.

Roma cominciò ad obbedire alla signora di Fatima nel 1942 (cui seguì, l’anno dopo, la sconfitta nazista di Stalingrado), obbedienza rinforzata nel 1952 (cui seguì, l’anno dopo, la morte di Stalin) e – sia pure parzialmente – nel 1984 (cui seguì il progressivo crollo dell’Unione Sovietica: 1989). Da allora la persecuzione violenta voluta dalla Russia, cessò, ma le conseguenze politiche e ideologiche mondiali dello scontro continuano (e con esse le persecuzioni).

Dal 1989 la nuova Russia sta gradualmente riprendendo la sua tradizionale fisionomia cristiana e anche la gerarchia ortodossa russa sta incrementando colloqui di chiarimento con la Roma Cattolica.

Ultimamente Papa Francesco (che, appena eletto, disse di voler obbedire pienamente al messaggio di Fatima) ha preso una iniziativa che ha ottenuto un successo mondiale, tale da far sperare in ulteriore miglioramento.

Nel mezzo della crisi siriana, mentre il bellicista governo statunitense stava per scatenare la sua mortifera potenza aerea a favore dei persecutori anticristiani, i venti stati più potenti del mondo (G20) si riunirono sotto la presidenza del Capo russo Putin.

A lui Papa Francesco ha rivolto l’esortazione a farsi mediatore di pace, ottenendo subito la rinuncia al minacciato intervento statunitense e – a seguire – il progredire della calma nella devastata area siriana.

Successivamente Putin, il 27 novembre 2013, ha fatto visita a Papa Francesco, il quale gli ha chiesto ancora di influire “pro posse” per far cessare la violenza nella vasta area del Medio Oriente.

La televisione ha trasmesso quel giorno alcune sequenze del film dell’incontro vaticano. Si videro i due Alti Personaggi avvicinarsi ad un tavolo per scambiarsi alcuni doni simbolici.

Si vide che Putin parlò al Papa indicando l’icona che egli gli aveva portato, l’icona che è la bandiera della rinascita civile e religiosa dei popoli russi, la famosa “Madonna di Vladimir”. Si vide il Papa che ascoltò con deferente e grata partecipazione e poi si mosse per andare nella stanza del previsto colloquio, ma Putin lo fermò chiedendogli qualcosa … il Papa, sorpreso mostrò immediato consenso … Putin ritornò, dunque, al tavolo dei doni e si chinò sull’icona per baciarla con riverenza … dopo di lui anche il Papa la baciò.

Io ebbi l’impressione che Putin avrebbe gradito che fosse stato il Papa a baciare per primo l’icona sacra della Santa Russia.

Questo fatto, oltre a confermare la fede cristiana di Putin, mi è sembrato simboleggiare il possibile ruolo avanguardista della nuova Russia sulla via della pace, sia all’interno della propria compagine sociale sia nel rapporto con Roma sia nei rapporti geopolitici.

E infatti la nuova Russia si difende dal veleno liberale, accetta l’influsso della Chiesa, intesse rapporti di positiva collaborazione con altri grandi popoli asiatici, proclama la sua avversione alla preponderanza della grande finanza che schiavizza e sfrutta i popoli togliendo loro non solo il sangue, ma perfino l’anima, avvilendoli col falso idolo d’una libertà priva di fini, ignara del bene e della gerarchia dei beni.

Questo ravviva la mia speranza che quando Papa Francesco romperà gli indugi e obbedirà pienamente a ciò che il Cielo ha chiesto (dovere che fu riconosciuto dal vecchio Benedetto XVI) allora sarà concesso proprio a noi di vedere l’inizio del promesso periodo di pace.

Senza questa obbedienza, il tempo opportuno scadrà e avremo l’alternativa tragica del famoso terzo segreto ormai pubblicato, ultima conseguenza dell’anarchia anticristiana sbandierata nel 1917 coi finanziamenti dei soliti padroni del mondo.

© RISCOSSA CRISTIANA

Affermazioni spurie riprese - e diffuse - dai media ‘cattolici’. E noi?

anticattocomunismo:

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Segnalazione di un lettore:

Ieri nel banco della buona stampa di una chiesa ho sfogliato la rivista “CREDERE la gioia della fede”, edizioni S.Paolo.
Nel numero 21 del 25 maggio 2014 a pagina 49, nel contesto di un dossier sull’Eucarestia (da staccare e conservare), in fondo vi è un’affermazione che mi ha incuriosito.
Al numero 11, sotto il titolo “Che rapporto esiste fra la Messa e i poveri e i malati” si legge quanto segue:
" …Una comunità che celebra l’incontro con Cristo vivo e risorto… non può celebrare un culto staccato e disancorato dalle urgenze e dal grido di coloro che sono affamati e assetati. In essi è presente lo stesso Cristo adorato e condiviso nell’Eucarestia".
Anzitutto la citazione della Scrittura virgolettata appare alquanto libera, anzi difforme in modo preoccupante dall’originale, non corrispondente al testo ufficiale vigente nei libri liturgici.
Vorrei però soffermarmi sul titolo e soprattutto sulla frase conclusiva a cui è collegato:
"In essi è presente lo stesso Cristo adorato e condiviso nell’Eucarestia".
Mi fa rammentare un’affermazione di Francesco del 2013 pronunciata ad Assisi in un incontro con i bambini disabili. Non essendo teologo non saprei appurare se
tale concetto era già stato espresso precedentemente da qualche teologo modernista a cui Bergoglio magari si riferiva, oppure
se fu Bergoglio stesso a coniare, per quella particolare occasione, la singolare espressione secondo cui la presenza di Gesù nelle Sacre Specie Eucaristiche in pratica si equivale alla sua presenza nel povero e nel sofferente.
Nel primo caso la rivista paolina si farebbe portavoce di una teoria che non mi sembra sia conforme alla Dottrina del Catechismo Cattolico. Nel secondo caso assisteremmo invece ad un evento assolutamente inaudito: a partire da un’estemporanea affermazione del vdr sembrerebbe venga elaborata e divulgata una nuova dottrina ad hoc, lasciando credere all’ignaro fedele che sia quella autentica, quella contenuta nel Catechismo Cattolico.
Quale dei due casi?
Desidererei per favore ricevere da voi un ragguaglio a questo proposito.
Un grazie di cuore. Marius

Carissimo Marius,

lei ricorda bene e ci offre una dimostrazione concreta di come estemporanee affermazioni del vdr permettono l’elaborazione e la divulgazione di una nuova dottrina, lasciando credere all’ignaro fedele che sia quella autentica sempre insegnata dalla Chiesa.

Purtroppo la formulazione «Gesù è presente nell’Eucaristia, qui è la Carne di Gesù; Gesù è presente fra voi, è la Carne di Gesù» a suo tempo suscitò fra noi molte perplessità. Tant’è che ne avevamo già parlato [qui]. Ottiene l’effetto di sacralizzare in modo improprio la «carne» degli uomini sofferenti. Può andar bene come slogan (o neppure come tale), ma dalle parole del Papa ci si attende una valenza teologica, chiara ed inequivoca. La “carne dei poveri” è quella di Cristo “per analogia”, mentre nell’Eucaristia abbiamo il Signore Vivo e Vero… E nei poveri non lo adoriamo, ma lo serviamo, dopo averlo adorato e accolto insieme alla sua salvezza nell’Eucaristia. Ma purtroppo il Papa non lo specifica. Avevamo fatto l’ipotesi che potesse darlo per scontato.

Ma poi lo ha ripetuto ad Assisi e abbiamo formulato successivamente un documento, tradotto anche in inglese [qui] che, insieme a questa formulazione, ne riprende un’altra, anch’essa problematica, sempre inerente all’Incarnazione: «Il Figlio di Dio si è incarnato per infondere nell’anima degli uomini il sentimento della fratellanza. Tutti fratelli e tutti figli di Dio». Cristo Signore non «si è incarnato per infondere nell’anima degli uomini il sentimento della fratellanza», ma per redimerli, da una Croce, dalla schiavitù del peccato originale, ri-generandoli nella Risurrezione, unica ragione che rende possibile ogni autentica fratellanza, che non è quella di conio umanitaristico che emerge da questi discorsi.

Ecco, credo che queste siano tra le cose che non debemus, non possumus, non volumus tacere. Vi rinvio ad una paziente attenta lettura dei testi di cui ai link, nei quali è stato sviluppato un discorso articolato e senza pressappochismi.

Pubblicato da mic (04/08/2014)

© CHIESA E POST-CONCILIO