Le regole liturgiche di san Sisto Papa

di Cristina Siccardi (27/03/2014)

La proibizione ai laici di toccare il calice e tutti gli arredi sacri fu imposta da San Sisto I Papa (? – 125 ca.), del quale, per entrambi i calendari liturgici, vecchio e nuovo, la festa cade il 3 aprile. Benché il suo nome riconduca al numero sei, in realtà egli fu il settimo erede di San Pietro. Figlio di pastori romani, divenne sacerdote e fu eletto con i voti del clero nel 115.

L’esigenza di quella proibizione nacque, come sempre accade, dalla volontà di alcuni di avvicinarsi alla cose sacre seppure indegni, agendo in un ambito esclusivo dei ministri di Dio. Perciò questa sacra tradizione si è perpetrata nel tempo. Tuttavia, sia la rivoluzione operata dai novatori con la riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II, sia gli aggravanti abusi liturgici ad essa succeduti hanno fatto sì che i laici non solo entrino nel recinto sacro dell’altare, il presbiterio (da presbitero = sacerdote), riservato al clero officiante, ma sono spesso autorizzati a comunicare i fedeli, i quali loro stessi prendono fra le mani le sacre particole.

In quel tempo governava l’Imperatore Adriano (76-138), un originale sovrano-filosofo, amante della cultura e dell’arte greca. Benché pagano, egli fu contrario alle persecuzioni. Scrisse, infatti, ad un suo proconsole in Africa: «Se uno fa delle accuse dimostrando che i cristiani sono rei di delitti contro le leggi, tu puniscili secondo il loro delitto; ma, per Ercole! Se qualcuno mette avanti, per punirli, un semplice pretesto, tu devi decidere secondo la gravità e punire costui».

Papa Sisto fu soprattutto attento allo sviluppo del culto: lo precisò in regole e norme che resteranno come sigillo nella tradizione liturgica cristiana. Inoltre gli stava molto a cuore che tutte le comunità cristiane comunicassero fra di loro e pare che già sotto il suo Pontificato abbiano preso avvio le prime diatribe fra Oriente ed Occidente circa la data della celebrazione della Santa Pasqua.

A Sisto I viene fatta risalire anche l’introduzione del triplice cantico «Sanctus», chiamato Trisagio, posto dopo l’introduzione del prefazio. Il termine Trisagio deriva da agios (santo) e da treis (tre): «Dio tre volte santo». Nell’Antico Testamento esso costituiva una definizione della Santissima Trinità, perché è come si dicesse: «Santo è Dio Padre, Santo è Dio Figlio, Santo è Dio Spirito Santo», ma per conoscere questo bisognava sapere leggere, avere dimestichezza delle Scritture, perciò essere dotti. Fu così che il Sommo Pontefice lo fece sapere a tutti i fedeli introducendolo nella Santa Messa subito prima della consacrazione e della transustanziazione.

Tutte le Chiese, a qualunque liturgia appartengano, qualunque rito seguano, hanno questo Trisagio che è il cantico angelico che Isaia udì quando ebbe la visione celeste e, dopo di lui, San Giovanni, come l’Apostolo stesso racconta nell’Apocalisse (4,8). Afferma Dom Prosper Guéranger (1805-1875), il grande abate benedettino di Solesmes: «Che dicono dunque gli Angeli? Sanctus, Sanctus, Sactus Dominus Deus Sabaoth. Celebrano la Santità di Dio. Ma come la celebrano? Nella maniera più perfetta: adoperano il superlativo, dicendo per tre volte di seguito che Dio è veramente santo. (…) Perché applichiamo a Dio la triplice affermazione della santità? Perché la santità è la principale delle perfezioni divine: Dio è santo per essenza» (P. Guéranger, La Santa Messa, De Vita contemplativa-Francescane dell’Immacolata, Città di Castello 2008, p. 103).

Il Trisagio lo ritroviamo nel Te Deum: «Tibi Cherubim et Seraphim incessabili voce proclamant: Sanctus, Sanctus, Sanctus Dominus Deus Sabaoth» («Santo, Santo, Santo il Signore Dio degli eserciti»): gli eserciti che stanno agli ordini dell’Onnipotente nulla hanno da temere in quanto tutte le guerre, tutte le prove e tutti gli ostacoli potranno essere vinti trionfalmente grazie al loro Dio. Spiega ancora l’Abate Guéranger: «Dunque, Dio è santo e forte, tanto forte quanto santo e tanto santo quanto forte» (Ivi, p. 104).

Questo Romano Pontefice, che cantò e fece cantare fino a noi e ai nostri posteri la santità di Dio nel Santo Sacrificio, non morì martire e il suo riposo, nell’attesa della Resurrezione, non è presso la tomba di San Pietro, bensì ad Alatri (Frosinone), nella cattedrale di San Paolo, dove lo si celebra patrono della città.

© CORRISPONDENZA ROMANA

Bergoglio e pregiudizio

anticattocomunismo:

di Maurizio Blondet (27 febbraio 2014)

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Una lettrice addolorata mi segnala questa notizia da un blog cattolico: Venerdì 14 Febbraio Papa Francesco ha ricevuto in udienza i Vescovi della Repubblica Ceca recatisi a Roma per la loro visita ad limina.

Nel corso della visita, dopo il discorso ufficiale, il Papa ha ascoltato le domande e le osservazioni dei vescovi. Mons. Jan Graubner, di Olomouc, ha riferito alla sezione ceca della Radio Vaticana che il Papa gli ha detto:

[Jan Graubner:] Quando stavamo discutendo di coloro che amano l’antica liturgia e desiderano tornare ad essa, era evidente che il Papa parlava con grande affetto, l’attenzione e sensibilità per tutti per non fare del male a nessuno. Tuttavia, ha fatto una dichiarazione molto forte quando ha detto che capisce quando la vecchia generazione torna a ciò che ha vissuto, ma che non riesce a capire le generazioni più giovani che desiderano tornarvi.

«Quando cerco di andare più a fondo – ha detto il Papa – trovo che è piuttosto una sorta di moda [in lingua ceca: móda). E, per il fatto che è una moda, è una questione cui non dare molto peso. È solo necessario mostrare un po’ di pazienza e gentilezza alle persone che sono dipendenti da una certa moda. Ma ritengo molto importante andare in profondità nelle cose, perché se non andiamo in profondità, nessuna forma liturgica, questa o quella che sia, ci può salvare». (Pope Francis on Feb. 14: “Old Mass? Just a kind of fashion!”)

Che dire? Il Papa attualmente regnante ha confermato qui la sua avversione personale verso i cultori della Messa antica, del resto già nota e comprovata. Quello che ha rivelato chiacchierando (come gli capita) senza misurare le parole, non è solo un giudizio negativo; è, letteralmente, pregiudizio.

«Pre-giudizio» significa un giudizio espresso previamente, ossia prima aver valutato e soppesato la questione. «Pregiudizio» sta anche per «per partito preso», rivela prevenzione mentale contro qualcuno e qualcosa; denota ristrettezza di vedute; fa trasparire superficialità, e, temo, mancanza di carità.

Papa Bergoglio ha scelto di «non capire». Di ignorare i seri e gravi argomenti contro la «creatività» liturgica dei novatori, e le ragioni profonde dell’amore dei pochi per la Messa di san Pio V, che vogliono rendere con ciò il culto e l’adorazione dovuta al Dio realmente presente, secondo rigore e bellezza regale, che Egli merita e comanda. Papa Bergoglio ignora l’ampia letteratura che questi cultori dell’antiquior hanno prodotto per spiegare la loro posizione, dall’opera di Romano Amerio fino (se questa è troppo colta) ai libretti di agile e umoristica lettura di Palmaro e Gnocchi, passando per gli atti del convegno organizzato da «Giovani e Tradizione» nel maggio 2011, e raccolti in volumetto a cura di padre Vincenzo Nuara O.P. Da ultimo suggeriamo la pubblicazione EFFEDIEFFE uscita in questi giorni di un testo di von Hildebrand – Il cavallo di Troia nella città di Dio – che dedica proprio un capitolo sulla “Funzione della bellezza nella religione”.

Anzi, basterebbe aver preso atto di qualche passo del suo augusto predecessore:

«Immediatamente dopo il Concilio Vaticano II – ha scritto Benedetto – , si presumeva che l’uso del Messale del 1962 sarebbe stato limitato alla vecchia generazione che era cresciuta con quello, ma nel frattempo s’è dimostrato chiaramente che anche i giovani hanno scoperto questa formula liturgica, sentito la sua attrazione, e trovato in essa una forma di incontro con il Mistero della Santissima Eucarestia (…) Ciò che le passate generazioni hanno tenuto per sacro rimane sacro e grande anche per noi, e non può essere di colpo interamente vietato o anche considerato dannoso. Spetta a tutti noi preservare le ricchezze che si sono sviluppate nella fede e nella preghiera della Chiesa, e dare ad esse il posto loro proprio» (Benedetto XVI, Lettera ai Vescovi, 7 luglio 2007).

Benedetto è lì vicino, circola in Vaticano ancor addobbato da Papa pur negando di esserlo più, partecipa a concistori senza motivo, giusto aumentando il disorientamento dei fedeli che già ha provocato con le sue dimissioni. Ma in tempi migliori ha lasciato scritto con buon fondamento teologico del pericolo che fanno correre le novità liturgiche: la liturgia «talvolta viene concepita etsi Deus non daretur, come se in essa non importasse più se Dio c’è, ci parla e ci ascolta. Ma se nella Liturgia non appare più la comunione della fede, l’unità universale della Chiesa e …il mistero del Cristo vivente (…) allora la comunità celebra solo se stessa, senza che ne valga la pena. E dato che la comunità in se stessa non ha sussistenza, ma in quanto unità ha origine per la fede dal Signore stesso, diventa inevitabile (…) che si arrivi alla dissoluzione partitica, (…) a una Chiesa che lacera se stessa». (J. Ratzinger, La mia vita, Cinisello Balsamo 1997, pagine 110-113).

Altrove Ratzinger ha avvertito con allarme che «l’unità del rito romano è minacciata dalla creatività selvaggia spesso incoraggiata dai liturgisti…in questa situazione il Messale precedente può divenire una diga contro le alterazioni della Liturgia purtroppo frequenti»; ed è giunto a prendere le difese delle «piccole comunità che fanno uso dell’Indulto (ossia la Messa in latino) e si trovano spesso trattati come lebbrosi, come persone che fanno qualcosa di indecoroso, anzi di immorale» (1).

Questioni e problemi notevoli. Ma per Bergoglio non c’è alcun bisogno di approfondirli né rifletterci, perché per questi ha una risposta preconcetta e facile: è solo una moda. E una moda è un fatto frivolo, irrazionale, fatuo, che non ha bisogno d’esser valutato sul serio. Basta aspettare che passi, nel frattempo «mostrando un po’ di pazienza e gentilezza alle persone che sono dipendenti da questa moda», come si dimostra a quelli che sono dipendenti dal fumo.

Ora, io come fedele qualunque, non solo sento questo giudizio contro i cosiddetti tradizionalisti come disinformato, superficiale e logicamente assurdo (Bergoglio «comprende» i vecchi che per nostalgia vogliono tornare alla Messa antica; «non comprende» invece i giovani che hanno la stessa nostalgia dei vecchi – cosa che dovrebbe farlo un po’ pensare; e chiamare «moda» la volontà di continuare una Messa che è in vigore da 500 anni e non è mai stata abrogata, è semplicemente illogico). Fosse solo assurdo, disinformato e superficiale, come fedele mi adeguerei: Dio ci ha dato un Pontefice di poca istruzione e profondità, e tendente ai pregiudizi, come sicuramente è successo molte volte nei duemila anni di vita della Chiesa – occorre rassegnarsi e pregare per lui.

Ma qui c’è qualcosa di più: questo pregiudizio è offensivo e malevolo, e io come fedele devoto al Papa, sento di dover protestare: per il rispetto che devo a lui, il Pontefice. Persino io, che non sono (i miei lettori lo sanno) un militante per la Messa tradizionale, mi sento offeso: non li si può accusare di essere dipendenti da una moda, proprio loro che alle mode sono contrari e appunto perché rigettano le mode liturgiche nelle chiese vengono «trattati come lebbrosi» ; a seguire mode cangianti fantasiose e frivole secondo il mutevole spirito del mondo, sono proprio i novatori delle liturgie, delle Messe alla chitarra, gangnam, delle Messe-tango, le Messe con la menorah al posto del crocifisso, e via inventando.

Perché Bergoglio svaluta così le aspirazioni, e travisa a tal punto le intenzioni, dei (pochi) amici del Vetus Ordo? Siamo qui, mi pare, di fronte alla mentalità «progressista» identificata dallo psicologo sociale Jonathan Haidt (Stern School of Business della New York University) come «The Righteous Mind». Ne abbiamo accennato di recente, forse ricorderete: Haidt ha sottoposto un questionario a duemila americani che si definivano «liberal», progressisti, di sinistra. Il questionario verteva sulle convinzioni che costoro attribuivano ai «conservatori» e di destra, o piuttosto sulla percezione che i progressisti avevano delle idee conservatrici. Allo stesso sondaggio sono stati sottoposti duemila conservatori. Ne è venuto fuori un risultato paradossale: i conservatori erano molto più aperti e tolleranti verso le opinioni dei «progressisti» – e dunque risultavano più «democratici» nel dibattito pubblico, laddove i progressisti avevano una visione caricaturale di quelli di destra: li bollavano di ignoranti, bruti, razzisti, ovviamente omofobi… Fraintendevano le loro motivazioni e attribuivano loro, sistematicamente, intenzioni deteriori.

Secondo Haidt, ciò avviene perché la mentalità conservatrice tiene conto di valori impalpabili come «autorità, famiglia, senso del sacro» , da lui definiti «valori naturali che fanno parte della mente umana»; i progressisti invece sono sordi (o rigettano) tali valori; e non solo non li capiscono, ma attribuiscono a chi li apprezza, intenzioni deteriori: «Autorità, famiglia e senso del sacro vengono identificati come razzismo, omofobia, fondamentalismo religioso…». I progressisti hanno un angolo cieco, o il loro strumento manca di alcune corde e ì di alcuni toni.

The Righteous Mind, oggi sul sacro soglio, non riesce a spiegarsi l’attaccamento di giovani al Vetus Ordo che come «una moda», un liturgismo vuoto, una debolezza – verso cui ogni tanto perde la pazienza. Denuncia di aver un angolo cieco, e del resto lui stesso ha ammesso, in una delle sue interviste, di non essere mai stato sensibile alla mistica e alla contemplazione.

Il guaio nasce se mette l’autorità e l’infallibilità ricevuti dalla sua; sacra funzione, al servizio dei suoi pregiudizi, preferenze ed autoritarismi. È qualcosa che abbiamo constatato anche per i Francescani dell’Immacolata: non ci si degna di farne sapere il motivo. Un Papa così attento all’opinione pubblica dei giornali e delle tv, non ritiene di dover qualche spiegazione alla più ristretta opinione pubblica dei fedeli. Si dirà che l’Autorità ecclesiastica – in questo, sì, rimane tradizionale – non riconosce una «opinione pubblica» a cui debba render conto, mica è una democrazia. D’accordo, ma il silenzio sui Francescani azzurri, coi tempi che corrono, rasenta di per sé il calunnioso: saranno stati fulminati per qualche orribile peccato di quelli che fanno il deliziato scandalo dei giornali laici? Smantellati per pedofilia, o altre nefandezze del genere inconfessabile? Non conosciamo i termini dell’accusa. Non ne abbiamo diritto, nemmeno ad esser tranquillizzati…

Perché, ben lungi dalla «pazienza e gentilezza» che ha detto di praticare verso i giovani con la debolezza per il Rito Antico, gli sembra urgente anzitutto disciplinare, reprimere, smantellare i gruppi più fedeli alla tradizione e al rigore, come se il pericolo per la fede venisse da loro? E poi, invece, dialoga con infinita compiacenza con gli Scalfari, a cui concede la massima libertà di coscienza?

Magari si diventa persino un po’ gelosi: avesse per quelli che «seguono la moda della Messa in latino» un decimo della carità, benevolenza e compiacenza che ha dimostrato a Scalfari e continua ad esibire per i «lontani», saremmo i più felici dei cattolici, e il problema non esisterebbe. Ma ci rassegniamo a vivere da figli di un Padre che non ci ama, pregando per lui, ché si liberi dai suoi difetti umani.

A chi – tra i miei lettori – sia tentato di andare troppo oltre e concludere in qualche scisma o sedevacantismo, vorrei ricordare una cosa semplice: i Papi santi, nei duemila anni di storia, non sono stati tantissimi. A parte i primi trenta morti tutti martiri, e gli ultimi tre (dopo il Concilio, il Papato si è concesso la beatificazione immediata: ma la consideriamo un benefit, come la Mercedes di rappresentanza per i dirigenti d’azienda), i santi dediti alla perfezione spirituale scarseggiano. Pensate a Dante che ha dovuto vivere sotto Bonifacio ottavo, inveendo e disperandosi; a Santa Caterina da Siena costretta ad invocare i Papi di Avignone ad essere «virili» (vaste programme). Certi Papi nel Rinascimento furono veri e propri farabutti: gente di quel tipo (noi lo sappiamo bene dai nostri politici) attraeva l’enorme potere che aveva allora il vaticano, e il fiume di denaro che ingolfava la cattedra di Pietro a quell’epoca; membri di una mezza dozzina di famiglie romane o fiorentine, talora francesi, che si succedevano sul trono d’oro (credete che Michelangelo e Raffaello venissero gratis?). Solo quando gli eccessi dei Papi irresponsabili provocarono la Riforma, ossia la Revulsione luterana, le grandi famiglie romane accettarono a dare il trono, divenuto rovente, ad asceti e monaci mistici digiunatori. Ciò non toglie che la successione apostolica continuasse ininterrotta a Roma, e quei Papi anche discutibili fossero legittimi successori di Pietro; e di conseguenza, che ogni prete che consacra pane e vino con la dovuta formula liturgica, attua la Presenza Reale: la sola cosa che conta. Per il resto, sopportiamo pazientemente un Papa mal educato, tirannico, che non ci ama come suoi figli.

Del resto, anche lodandolo quando è opportuno. Per esempio, ecco la cosa sorprendente che Bergoglio ha detto recentemente (copio e incollo dal blog di Sandro Magister):

«…La liturgia non è apparsa finora in primo piano nella visione di papa Francesco (…) non una parola di più, se non per il “preoccupante rischio di ideologizzazione del Vetus Ordo, la sua strumentalizzazione”. Ma lunedì 10 febbraio, all’improvviso, Jorge Mario Bergoglio ha rotto il silenzio e ha dedicato alla liturgia l’intera omelia della messa mattutina nella cappella di Santa Marta. Dicendo cose che non aveva mai detto in precedenza, da quando è papa. Quella mattina, nella Messa si leggeva il primo libro dei Re, quando durante il regno di Salomone la nube, la gloria divina, riempì il tempio e “il Signore decise di abitare nella nube”. Prendendo spunto da quella teofania, papa Jorge Mario Bergoglio ha detto che “nella liturgia eucaristica Dio è presente”, in modo ancor “più vicino” che nella nube nel tempio, la sua “è una presenza reale”. E ha proseguito: “Quando parlo di liturgia mi riferisco principalmente alla santa messa. La messa non è una rappresentazione, è un’altra cosa. È vivere un’altra volta la passione e la morte redentrice del Signore. È una teofania: il Signore si fa presente sull’altare per essere offerto al Padre per la salvezza del mondo”. Più avanti il papa ha detto: “La liturgia è tempo di Dio e spazio di Dio, e noi dobbiamo metterci lì nel tempo di Dio, nello spazio di Dio e non guardare l’orologio. La liturgia è proprio entrare nel mistero di Dio, lasciarsi portare al mistero ed essere nel mistero. È la nube di Dio che ci avvolge tutti”. E tornando a un suo ricordo d0infanzia: “Io ricordo che da bambino, quando ci preparavano alla prima comunione, ci facevano cantare: ‘O santo altare custodito dagli angeli’, e questo ci faceva capire che l’altare era davvero custodito dagli angeli, ci dava il senso della gloria di Dio, dello spazio di Dio, del tempo di Dio”. Avviandosi alla conclusione, Francesco ha invitato i presenti a “chiedere oggi al Signore che dia a tutti questo senso del sacro, questo senso che ci faccia capire che una cosa è pregare a casa, pregare il rosario, pregare tante belle preghiere, fare la via crucis, leggere la bibbia, e un’altra cosa è la celebrazione eucaristica. Nella celebrazione entriamo nel mistero di Dio, in quella strada che noi non possiamo controllare. Lui soltanto è l’unico, lui è la gloria, lui è il potere. Chiediamo questa grazia: che il Signore ci insegni a entrare nel mistero di Dio”».

Ebbene: quel che ha detto, sono esattamente i motivi per cui noi vecchi siamo nostalgici, e i giovani hanno bisogno del Vetus Ordo: per entrare nello spazio di Dio, nel mistero di Dio.

Che queste parole gli siano state dettate da un ghost writer (dicono che ne abbia tre) o dallo Spirito Santo, una cosa è evidente: se si prendesse in parola, Bergoglio vedrebbe svanire il suo pregiudizio e cesserebbe di perseguitare e detestare, vedere come un pericolo, gli ordini che, per l’uso della Messa Antica, vedono aumentare le vocazioni e i fedeli.

Ancora una volta dobbiamo constatare che è come se esistessero due Bergoglio. E questo non va bene, Santità…

1) Corrispondenza del card. Ratzinger con padre Matia Augé., tra il novembre 1998 e il febbraio 1999. Citata da Madre Francesca dell’Immacolata nel saggio «Le origini apostolico-patristiche della Messa cosideetta tridentina», nella raccolta Il Motu Proprio Summorum Pontificum di SS. Benedetto XVI, una speranza per tutta la Chiesa – a cura di p. Vincenzo M. Nuara OP. Fede e Cutlura, 2011

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Contro-rivoluzione liturgica – Il caso “silenziato” di Padre Calmel

di Cristiana de Magistris (02/02/2014)

Religioso domenicano e teologo tomista di non comune spessore, direttore di anime apprezzato e ricercato su tutto il suolo francese, scrittore cattolico d’una logica stringente e d’una chiarezza inequivocabile, padre Roger-Thomas Calmel (1914-1975) negli anni ruggenti del Concilio e del post-concilio si distinse per la sua azione controrivoluzionaria esercitata – attraverso la predicazione, gli scritti e soprattutto l’esempio – sia sul piano dottrinale sia su quello liturgico.

Ma su un punto ben preciso la resistenza di questo figlio di san Domenico raggiunse l’eroismo: la Messa, poiché è sulla redenzione operata da Cristo sul Calvario e perpetuata sugli altari che si fonda la Fede cattolica. Il 1969 fu l’anno fatidico della rivoluzione liturgica, lungamente preparata e infine imposta d’autorità ad un popolo che non l’aveva chiesta né la desiderava.

La nascita della nuova Messa non fu pacifica. A fronte dei canti di vittoria dei novatores, vi furono le voci di chi non voleva calpestare il passato quasi bimillenario di una Messa che risaliva alla tradizione apostolica. Questa opposizione ebbe il sostegno di due cardinali di Curia (Ottaviani e Bacci), ma rimase del tutto inascoltata.

L’entrata in vigore del nuovo Ordo Missae era fissata per il 30 novembre, prima domenica d’Avvento, e le opposizioni non tendevano a placarsi. Lo stesso Paolo VI, in due udienze generali (19 e 26 novembre 1969), intervenne presentando il nuovo rito della Messa come volontà del Concilio e come aiuto alla pietà cristiana.

Il 26 novembre il Papa disse: “Nuovo rito della Messa: è un cambiamento, che riguarda una venerabile tradizione secolare, e perciò tocca il nostro patrimonio religioso ereditario, che sembrava dover godere d’un’intangibile fissità, e dover portare sulle nostre labbra la preghiera dei nostri antenati e dei nostri Santi, e dare a noi il conforto di una fedeltà al nostro passato spirituale, che noi rendevamo attuale per trasmetterlo poi alle generazioni venture. Comprendiamo meglio in questa contingenza il valore della tradizione storica e della comunione dei Santi. Tocca questo cambiamento lo svolgimento cerimoniale della Messa; e noi avvertiremo, forse con qualche molestia, che le cose all’altare non si svolgono più con quella identità di parole e di gesti, alla quale eravamo tanto abituati, quasi a non farvi più attenzione. Questo cambiamento tocca anche i fedeli, e vorrebbe interessare ciascuno dei presenti, distogliendoli così dalle loro consuete devozioni personali, o dal loro assopimento abituale. …”. E proseguiva dicendo che bisogna comprendere il significato positivo delle riforme e fare della Messa “una tranquilla ma impegnativa palestra di sociologia cristiana”.

“Sarà bene – avvertiva Paolo VI nella medesima udienza – che ci rendiamo conto dei motivi, per i quali è introdotta questa grave mutazione: l’obbedienza al Concilio, la quale ora diviene obbedienza ai Vescovi che ne interpretano e ne eseguiscono le prescrizioni…”. Per sedare le opposizioni al Papa non rimaneva che l’argomento di autorità. Ed è su questo argomento che si giocò tutta la partita della rivoluzione liturgica.

Padre Calmel, che con i suoi articoli fu assiduo collaboratore della rivista Itinéraires, aveva già affrontato il tema dell’obbedienza, divenuto nel post-concilio l’argomento di punta dei novatores. Ma, egli affermava, è esattamente in virtù dell’obbedienza che bisogna rifiutare ogni compromesso con la rivoluzione liturgica: “Non si tratta di fare uno scisma ma di conservare la tradizione”. Con sillogismo aristotelico faceva notare: “L’infallibilità del Papa è limitata, dunque la nostra obbedienza è limitata”, indicando il principio della subordinazione dell’obbedienza alla verità, dell’autorità alla tradizione. La storia della Chiesa ha casi di santi che furono in contrasto con l’autorità di papi che non furono santi. Pensiamo a sant’Atanasio scomunicato da papa Liberio, a san Tommaso Becket sospeso da papa Alessandro III. E soprattutto a santa Giovanna d’Arco.

Il 27 novembre 1969, tre giorni prima della data fatidica in cui entrò in vigore il Novus Ordo Missae, padre Calmel espresse il suo rifiuto con una dichiarazione d’eccezionale portata, resa pubblica sulla rivista Itinéraires.

“Mi attengo alla Messa tradizionale – dichiarò –, quella che fu codificata, ma non fabbricata, da San Pio V, nel XVI secolo, conformemente ad un uso plurisecolare. Rifiuto dunque l’Ordo missae di Paolo VI.

Perché? Perché, in realtà, questo Ordo Missae non esiste. Ciò che esiste è una rivoluzione liturgica universale e permanente, permessa o voluta dal Papa attuale, e che riveste, per il momento, la maschera dell’Ordo Missae del 3 aprile 1969. È diritto di ogni sacerdote rifiutare di portare la maschera di questa rivoluzione liturgica. E stimo mio dovere di sacerdote rifiutare di celebrare la messa in un rito equivoco.

Se accettiamo questo nuovo rito, che favorisce la confusione tra la Messa cattolica e la cena protestante – come sostengono i due cardinali (Bacci e Ottaviani) e come dimostrano solide analisi teologiche – allora passeremmo senza tardare da una messa intercambiabile (come riconosce, del resto, un pastore protestante) ad una messa completamente eretica e quindi nulla. Iniziata dal Papa, poi da lui abbandonata alle Chiese nazionali, la riforma rivoluzionaria della messa porterà all’inferno. Come accettare di rendersene complici?

Mi chiederete: mantenendo, verso e contro tutto, la Messa di sempre, hai riflettuto a che cosa ti esponi? Certo. Io mi espongo, per così dire, a perseverare nella via della fedeltà al mio sacerdozio, e quindi a rendere al Sommo Sacerdote, che è il nostro Giudice supremo, l’umile testimonianza del mio ufficio sacerdotale. Io mi espongo altresì a rassicurare dei fedeli smarriti, tentati di scetticismo o di disperazione. Ogni sacerdote, in effetti, che si mantenga fedele al rito della Messa codificata da San Pio V, il grande Papa domenicano della controriforma, permette ai fedeli di partecipare al santo Sacrificio senza alcun possibile equivoco; di comunicarsi, senza rischio di essere ingannato, al Verbo di Dio incarnato e immolato, reso realmente presente sotto le sacre Specie. Al contrario, il sacerdote che si conforma al nuovo rito, composto di vari pezzi da Paolo VI, collabora per parte sua ad instaurare progressivamente una messa menzognera dove la Presenza di Cristo non sarà più autentica, ma sarà trasformata in un memoriale vuoto; perciò stesso, il Sacrificio della Croce non sarà altro che un pasto religioso dove si mangerà un po’ di pane e si berrà un po’ di vino. Nulla di più: come i protestanti. Il rifiuto di collaborare all’instaurazione rivoluzionaria di una messa equivoca, orientata verso la distruzione della Messa, a quali disavventure temporali, a quali guai potrà mai portare? Il Signore lo sa: quindi, basta la sua grazia. In verità, la grazia del Cuore di Gesù, derivata fino a noi dal santo Sacrificio e dai sacramenti, basta sempre. È perciò che il Signore ci dice così tranquillamente: “Colui che perde la sua vita in questo mondo per causa mia, la salverà per la vita eterna”.

Riconosco senza esitare l’autorità del Santo Padre. Affermo tuttavia che ogni Papa, nell’esercizio della sua autorità, può commettere degli abusi d’autorità. Sostengo che il papa Paolo VI ha commesso un abuso d’autorità di una gravità eccezionale quando ha costruito un nuovo rito della messa su una definizione della messa che ha cessato di essere cattolica. “La messa – ha scritto nel suo Ordo Missae – è il raduno del popolo di Dio, presieduto da un sacerdote, per celebrare il memoriale del Signore”. Questa definizione insidiosa omette a priori ciò che fa la Messa cattolica, da sempre e per sempre irriducibile alla cena protestante. E ciò perché per la Messa cattolica non si tratta di qualunque memoriale; il memoriale è di tal natura che contiene realmente il sacrificio della Croce, perché il Corpo e il Sangue di Cristo sono resi realmente presenti in virtù della duplice consacrazione. Ora, mentre ciò appare così chiaro nel rito codificato da San Pio V da non poter esser tratti in inganno, in quello fabbricato da Paolo VI rimane fluttuante ed equivoco. Parimenti, nella Messa cattolica, il sacerdote non esercita una presidenza qualunque: segnato da un carattere divino che lo introduce nell’eternità, egli è il ministro di Cristo che fa la Messa per mezzo di lui; ben altra cosa è assimilare il sacerdote a un qualunque pastore, delegato dai fedeli a mantenere in buon ordine le loro assemblee. Orbene, mentre ciò è certamente evidente nel rito della Messa prescritta da San Pio V, è invece dissimulato se non addirittura eliminato nel nuovo rito.

La semplice onestà quindi, ma infinitamente di più l’onore sacerdotale, mi chiedono di non aver l’impudenza di trafficare la Messa cattolica, ricevuta nel giorno della mia ordinazione. Poiché si tratta di essere leale, e soprattutto in una materia di una gravità divina, non c’è autorità al mondo, fosse pure un’autorità pontificale, che possa fermarmi. D’altronde, la prima prova di fedeltà e d’amore che il sacerdote deve dare a Dio e agli uomini è quella di custodire intatto il deposito infinitamente prezioso che gli fu affidato quando il Vescovo gl’impose le mani. È anzitutto su questa prova di fedeltà e d’amore che io sarò giudicato dal Giudice supremo. Confido che la Vergine Maria, Madre del Sommo sacerdote, mi ottenga la grazia di rimanere fedele fino alla morte alla Messa cattolica, vera e senza equivoco. Tuus sum ego, salvum me fac (sono tutto vostro, salvatemi)”.

Di fronte a un testo di tale spessore e ad una presa di posizione così categorica, tutti gli amici e i sostenitori di padre Calmel tremarono, attendendo da Roma le più dure sanzioni. Tutti, tranne lui, il figlio di san Domenico, che continuava a ripetere: “Roma non farà niente, non farà niente…”. E difatti Roma non fece nulla. Le sanzioni non arrivarono. Roma tacque davanti a questo frate domenicano che non temeva nulla se non il Giudice supremo a cui doveva render conto del suo sacerdozio.

Altri sacerdoti, grazie alla dichiarazione di padre. Calmel, ebbero il coraggio di uscire allo scoperto e di resistere ai soprusi di una legge ingiusta e illegittima. Contro coloro che raccomandavano l’obbedienza cieca alle autorità, egli mostrava il dovere dell’insurrezione. “Tutta la condotta di santa Giovanna d’Arco mostra che ella ha pensato così: Certo, è Dio che lo permette; ma ciò che Dio vuole, almeno finché mi resterà un esercito, è che io faccia una buona battaglia e giustizia cristiana. Poi fu bruciata […]. Rimettersi alla grazia di Dio non significa non far nulla. Significa invece fare, rimanendo nell’amore, tutto ciò che è in nostro potere […]. A chi non abbia meditato sulle giuste insurrezioni della storia, come la guerra dei Maccabei, le cavalcate di santa Giovanna d’Arco, la spedizione di Giovanni d’Austria, la rivolta di Budapest, a chiunque non sia entrato in sintonia con le nobili resistenze della storia […] io rifiuto il diritto di parlare di abbandono cristiano […] l’abbandono non consiste nel dire: Dio non vuole la crociata, lasciamo fare ai Mori. Questa è la voce della pigrizia”.

Non si può confondere l’abbandono soprannaturale con una supina obbedienza. “Il dilemma che si pone a tutti – avvertiva padre Calmel – non è di scegliere tra l’obbedienza e la fede, ma tra l’obbedienza della fede e la collaborazione con la distruzione della fede”. Tutti noi siamo invitati a fare “nei limiti che ci impone la rivoluzione, il massimo di ciò che possiamo fare per vivere della tradizione con intelligenza e fervore. Vigilate et orate”.

Padre Calmel aveva compreso perfettamente che la forma di violenza esercitata nella “Chiesa post-conciliare” è l’abuso di autorità, esplicato esigendo un’obbedienza incondizionata. Alla quale i chierici e molti laici si piegarono senza tentare alcuna forma di resistenza. “Questa assenza di reazione – notava Louis Salleron – mi pare tragica. Perché Dio non salva i cristiani senza di essi, né la sua Chiesa senza di essa”.

“Il modernismo fa camminare le sue vittime sotto il vessillo dell’obbedienza – scriveva il religioso domenicano–, ponendo sotto sospetto di orgoglio qualunque critica delle riforme, in nome del rispetto che si deve al papa, in nome dello zelo missionario, della carità e dell’unità”.

Quanto al problema dell’obbedienza in materia liturgica, padre Calmel osservava: “La questione dei nuovi riti consiste nel fatto che sono ambivalenti: essi perciò non esprimono in modo esplicito l’intenzione di Cristo e della Chiesa. La prova è data dal fatto che anche gli eretici l’usano con tranquillità di coscienza, mentre rigettano e hanno sempre rigettato il Messale di san Pio V”. “Bisogna essere o sciocchi o paurosi (o l’uno e l’altro insieme) per considerarsi legati in coscienza da leggi liturgiche che cambiano più spesso della moda femminile e che sono ancora più incerte”.

Nel 1974 in una conferenza diceva: “La Messa appartiene alla Chiesa. La nuova Messa non appartiene che al modernismo. Mi attengo alla Messa cattolica, tradizionale, gregoriana, poiché essa non appartiene al modernismo […]. Il modernismo è un virus. È contagioso e bisogna fuggirlo. La testimonianza è assoluta. Se rendo testimonianza alla Messa cattolica, occorre che io mi astenga dal celebrarne altre. È come l’incenso bruciato agli idoli: o un grano o nulla. Dunque, nulla”.

Nonostante l’aperta resistenza di padre Calmel contro le innovazioni liturgiche, da Roma non giunse mai alcuna sanzione. La logica del padre domenicano era troppo serrata, la sua dottrina troppo ortodossa, il suo amore alla Chiesa e alla sua perenne tradizione troppo leale perché lo si potesse attaccare. Non si intervenne contro di lui poiché non lo si poteva. Allora si avvolse il caso nel più omertoso silenzio, al punto che il teologo domenicano – noto, in parte, al mondo tradizionale francese – è pressoché sconosciuto nel resto dell’orbe cattolico.

Nel 1975, padre Calmel si spegneva prematuramente, coronando il suo desiderio di fedeltà e di resistenza. Nella sua Dichiarazione del 1969 aveva chiesto alla Santissima Vergine di “rimanere fedele fino alla morte alla Messa cattolica, vera e senza equivoco”. La Madre di Dio esaudì il desiderio di questo figlio prediletto che morì senza aver mai celebrato la Messa nuova per rimaner fedele al supremo Giudice al quale doveva rispondere del suo sacerdozio.

© CONCILIOVATICANOSECONDO_it

La Messa per Padre Pio

padrepiopietr:

Ecco cosa raccontava della Messa Padre Pio , pungolato da una di quelle anime che lui chiamava “picchiose”. Dopo aver letto questa conversazione vi prego di meditare sul significato della Messa e chiedervi se trattasi di una Cena o del Santo Sacrificio dell’Altare. Gli eventuali difensori del Novus Ordo sono pregati vivamente di immaginarsi le chitarrine, profanazioni, frizzi e lazzi, scollature e minigonne a cui , purtroppo, siamo abituati , o meglio sono abituati coloro che non partecipano alla celebrazione della Vera e Santa Messa del Santo Sacrificio dell’altare…..volgarmente chiamata “Messa in Latino”…ossia la Messa di Sempre.

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«Padre che cos’è la vostra Messa?»
«Un sacro miscuglio con la passione di Gesù. La mia responsabilità è unica al mondo».

«Cosa devo leggere nella vostra santa Messa?»
«Tutto quello che ha sofferto Gesù nella sua passione, indegnamente, lo soffro anch’io, per quanto è possibile a creatura umana».

«Agonizzate, Padre, come Gesù nell’orto?» «Sicuramente».
«Viene pure a voi l’angelo a confortarvi?» «Sì».

«Quale fiat pronunziate?»
«Di soffrire per i fratelli d’esilio e per il suo divin regno».

«Diceste pure: “e grideranno, crucifige, crucifige”. Chi griderà?»
«I figli degli uomini e proprio i beneficati».

«Come restò Gesù, dopo la flagellazione, Padre?»
«Il profeta lo dice: diventò una sola piaga, diventò un lebbroso».

«E allora anche voi siete tutto una piaga, dalla testa ai piedi?»
«E non è questa la nostra gloria? E se non ci sarà spazio, per fare altre piaghe nel corpo, faremo piaga su piaga».

«Padre quando siete flagellato, siete solo o vi assiste qualcuno? »
«Mi assiste la Vergine santa, è presente tutto il paradiso».

«Padre, Gesù mi ha fatto sentire che voi soffrite la coronazione di spine».
«Altrimenti l’immolazione non sarebbe completa».

«Le spine le avete sulla fronte o intorno al capo?» «Intorno a tutto il capo».

«Padre, i peccatori vi tirano i capelli, come a Gesù?» «Mi tirano pure le ossa».

«Padre, quanto soffrite nella santa Messa »
«Non te ne incaricare: nella Messa è tutto un crescendo, fino alla fine».

«Padre, nel divin sacrificio, prendete su di voi le nostre iniquità?»
«Non si può fare diversamente, perché fa parte del divin sacrificio… la condanna del peccatore cade su di me».

«Padre, vi ho visto tremare, mentre salivate i gradini dell’altare, perché? Per quello che dovevate soffrire?»
«Non per quello che dovevo soffrire, ma per quello che dovevo offrire».

«Padre, perché piangete, quando leggete il Vangelo, nella Messa?» «E ti par poco un Dio che conversi con le sue creature? E che sia da loro contraddetto? E che sia continuamente ferito dalla loro ingratitudine e crudeltà?».

«Padre, perché piangete all’offertorio?»
«Vorresti strapparmi il segreto? E sia pure. Allora è il momento in cui l’anima viene separata dal profano».

L’anima separata dal profano. L’entrata nel sacrum.

«Ditemelo, Padre, perché soffrite tanto nella consacrazione?»
«Perché è proprio lì che avviene una nuova mirabile distruzione e creazione».

Il mondo, l’umanità vengono distrutti e creati nella Messa? In ogni Messa?
«Padre come vi reggete in piedi, sull’altare?»
«Come si reggeva Gesù sulla croce».

«Padre, i carnefici capovolsero la croce di Gesù, per ribattere i chiodi?»
«E come!». «Pure a voi la capovolgono?» «Sì, ma non aver paura».

«Padre, la santissima Vergine assiste alla vostra Messa?»
«E tu credi che la Madonna non si interessi del Figlio?».

«E gli angeli assistono, Padre?» «A torme».

«Padre, recitate pure voi le sette parole che Gesù proferì sulla croce?»
«Sì, indegnamente, le recito pure io».

«E a chi dite “Donna ecco tuo figlio”?»
«Dico a Lei: Ecco i figli del tuo figlio».

«Soffrite la sete e l’abbandono di Gesù?»
«Sì».

«Gesù crocifisso aveva le viscere consumate?»
«Dì, piuttosto bruciate».

«Che faceva la Vergine ai piedi di Gesù crocefisso?»
«Soffriva nel veder soffrire suo figlio. Offriva le sue pene e i dolori di Gesù al Padre celeste per la nostra salvezza».

«Padre, come dobbiamo ascoltare la s. Messa?»
«Come vi assistettero la Santissima Vergine e le pie donne.
Come assistette san Giovanni al sacrificio eucaristico e a quello cruento della croce».

«Padre, che benefici riceviamo ascoltando la s. Messa?»
«Non si possono enumerare. Li vedrete in Paradiso».

«Padre, che cos’è la santa Comunione?»

«È tutta una misericordia interna ed esterna, tutto un amplesso.
Pregate pure che Gesù si faccia sentire sensibilmente».

«Dopo la comunione continuano le sofferenze?»
«Sì, sofferenze amorose».

«Nella santa Messa morite anche voi, Padre?»
«Misticamente nella santa comunione».

«È per veemenza di amore o di dolore che subite la morte?»
«Per l’uno e per l’altro: ma più per amore».

«Dove posò l’ultimo sguardo Gesù morente?»
«Sulla Madre sua».

«E voi dove lo posate?»
«Sui fratelli d’esilio».

«Padre avete detto che nella comunione la vittima muore. Nelle braccia della Madonna vi depongono?»
«Di san Francesco».

© FAMIGLIA CATTOLICA

Sua Ecc. Mons. Schneider alla Fondazione Lepanto

di Fabrizio Cannone (24/10/2013)

Il 30 settembre u.s. Sua Ecc. Mons. Athanasius Schneider, Vescovo Ausiliare di Astana in Kazakistan, ha tenuto una seguitissima conferenza presso la Fondazione Lepanto in cui ha presentato il contenuto della sua ultima preziosa opera, Corpus Christi. La Santa Comunione e il rinnovamento della Chiesa (Libreria Editrice Vaticana, 2013, pp. 100, euro 9).

Mons. Schneider ha colpito i numerosi presenti per il suo portamento davvero episcopale e degno di un Successore degli Apostoli, portamento in cui è facile scorgere la perfetta coerenza dell’uomo con l’insegnamento che appassionatamente ha profuso sulla retta ricezione dell’Eucaristia.

Dopo un sentito Sia lodato Gesù Cristo, il prelato ha iniziato la sua conferenza spiegando che lo spirito cristiano autentico è spirito di adorazione e di preghiera. Solo Cristo, ha detto, può adorare degnamente e perfettamente Dio e noi lo possiamo solo ad imitazione del Figlio. Tutta la Tradizione, secondo Schneider, dà una importanza capitale alle norme liturgiche le quali debbono essere rispettate da tutti senza eccezione: popolo e celebranti. Nell’Antico Testamento per esempio esistevano delle norme codificate per il culto divino e il Nuovo Testamento, benché fondato sul concetto della giusta libertà dei figli di Dio, possiede uno spirito liturgico chiaro e preciso.

Nella storia gli gnostici, gli albigesi, i calvinisti e certi protestanti hanno contrapposto le norme del culto con il suo spirito, ma si tratta di una falsa contrapposizione: le norme esterne di legge restano fondamentali e senza norme non esiste un vero spirito di adorazione legittima.

D’altra parte la Chiesa di Roma, a detta del Prelato, ha sempre rifiutato l’innovazione liturgica come tale, e ciò in nome della Tradizione Apostolica (così si espressero sia i Papi del medioevo che lo stesso Concilio di Trento). La bolla Quo Primum tempore di san Pio V è affatto contraria alle innovazioni arbitrarie e lo stesso afferma la Sacrosanctum Concilium (n. 50 del Concilio Vaticano II). Non si può negare però che dopo la svolta conciliare furono introdotte ovunque delle novità del tutto sconosciute prima come l’orientamento del celebrante verso l’assemblea, la comunione data da laici e da donne, le letture di laici all’ambone, le chierichette, le danze profane, etc.

Secondo il Vescovo è urgente ripristinare alcuni elementi liturgici che si sono persi nell’ultimo mezzo secolo come il silenzio, la genuflessione, l’incenso, il canto sacro: tutte cose che si trovano come tali nel libro dell’Apocalisse. Tutto ciò deve riportare ad un culto teocentrico e non più antropocentrico, come avviene comunemente oggi, con il celebrante che diventa il solo protagonista del rito.

In tale contesto di risacralizzazione non più procrastinabile, la santa Comunione, che è il Corpo di Cristo, deve essere ricevuta in modo degno e pio, e non come un qualunque cibo. Mons. Schneider parla di «opzione preferenziale per il Povero» per eccellenza, ovvero Gesù Sacramentato, spesse volte esposto al disprezzo e all’indifferenza nelle nostre chiese e basiliche. Davvero oggi Cristo Eucaristico è alla periferia esistenziale della Comunità. Il Presule auspica da parte della Santa Sede delle nuove norme che rimettano ordine nella liturgia, nel culto e nella preghiera cristiana.

© CORRISPONDENZA ROMANA

L’indulto di Agathe Christie di Gianfranco Amato

di Cristina Siccardi (04/09/2013)

Lutero non ebbe pietà per la Santa Messa. La straziò. Non ebbe pietà per il Papato. Lo inabissò. Fu proprio smantellando il rito liturgico che l’eresiarca di Eisleben, sferrò l’atroce guerra alla Chiesa, un dramma dal quale fu possibile risollevarsi grazie al Concilio di Trento e a san Pio V, che estese il rito liturgico romano a tutta la Chiesa latina, sempre mantenendo la facoltà di utilizzare altri riti preesistenti, purché almeno di duecento anni anteriori alla riforma stessa, al fine di garantirli da infiltrazioni protestanti.

Nel mese di agosto è uscita in libreria la seconda ristampa dell’esplicativo e avvincente libro di Gianfranco Amato, L’indulto di Agatha Christie. Come si è salvata la Messa Tridentina in Inghilterra (Fede & Cultura, pp. 220, € 18.00), con la prefazione di Monsignor Luigi Negri. L’analisi operata dall’autore spiega, passo dopo passo, come sia stato possibile, nonostante la riforma liturgica del 1969, mantenere il Vetus Ordo, mai abrogato, in Inghilterra.

Qui la Messa di san Pio V non si estinse grazie all’indulto del 30 ottobre 1971, concesso da Paolo VI in seguito a un appello a lui rivolto, pubblicato sul “Times” del 6 luglio 1971 (dal titolo: Appeal to preserve Mass sent to Vatican) e sottoscritto da 57 esponenti del mondo culturale inglese, fra i quali la celebre scrittrice Agatha Christie (al cui nome è rimasto legato sia l’appello che l’indulto). Tra i firmatari della petizione non c’erano soltanto noti personaggi cattolici della portata di un Graham Green, ma figure distanti dal Cristianesimo o anglicani, come colei che aveva dato vita al detective Poirot, oppure come i vescovi Robert Cecil Mortimer e John Richard Humpidge Moorman, il quale aveva guidato la delegazione degli osservatori anglicani al Concilio.

Splendido il parallelismo che gli intellettuali inglesi inserirono in quel formidabile appello: «Ora il fatto è che le basiliche e cattedrali furono costruite in quel modo per celebrare un rito che, fino a pochi mesi fa, costituiva una tradizione vivente. Ci riferiamo alla Messa cattolica romana (…). A prescindere dall’esperienza religiosa o spirituale di milioni di persone, questo rito, nel suo magnifico testo latino, ha ispirato una moltitudine di inestimabili capolavori nelle arti – non solo opere religiose ma anche poetiche, filosofiche, musicali, architettoniche, pittoriche e scultoree – in tutti i paesi e in tutte le epoche. Pertanto, si può ben dire che esso appartiene alla cultura universale non meno di quanto appartengono alla Chiesa e ai fedeli» (p. 20).

Scriveva da parte sua Lutero: «Quando trionferemo sulla Messa, io penso che trionferemo sull’intero papato. Infatti, sulla Messa come su una roccia è costruito l’intero papato con i suoi monasteri, i suoi vescovati, i suoi collegi, i suoi altari, i suoi ministri, le sue dottrine, e poggia su di essa con tutto il suo ventre. E tutte queste cose devono crollare con la sacrilega e abominevole Messa».

In Inghilterra il Cattolicesimo venne smantellato proprio a cominciare dalla Santa Messa, come perfettamente comprese il beato John Henry Newman. Più domande sorgono leggendo queste suggestive e documentate pagine, più attuali che mai, vista anche la tristissima vicenda dei Francescani dell’Immacolata: perché in Inghilterra Papa Montini concesse l’indulto? Forse fu il modo di richiesta che rese clemente il Papa? Forse la stima che nutriva per alcuni firmatari? Forse l’abilità diplomatica del Cardinale Heenan, che dimostrò lealtà e fedeltà al Papa nei momenti difficili? Forse perché molti appellanti appartenevano a quel «mondo moderno», con cui voleva ostinatamente dialogare? Oppure in nome di quei 40 martiri, uccisi in Inghilterra e Galles per il loro attaccamento alla Santa Messa tridentina e che Paolo VI canonizzò il 25 ottobre 1970? 

ANCORA SULLA LITURGIA. RICORDI E ATTUALITA’

di Giovanni Lugaresi (Riscossa Cristiana, 22/08/2013)

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Giova tornare a parlare della liturgia. Anch’io come la gentile autrice (Carla D’Agostino Ungaretti) nei ricordi faccio spesso riferimento all’esperienza personale, perché penso sia emblematico di un tempo, di una temperie, di una educazione (anche religiosa) che aveva innanzitutto il riferimento del rispetto del prossimo, e dunque, ancor prima, il rispetto delle cose della religione. Insegnamenti molto semplici, venivano dalla famiglia, anche se i genitori, come nel mio caso, non avevano avuto istruzione: la sesta classe elementare il babbo (nato nel 1901), la quarta la mamma (nata nel 1903). Insegnamenti religiosi che venivano successivamente ampliati e approfonditi nella frequentazione della chiesa, della parrocchia: preti e catechisti/e. Al mattino a messa; al pomeriggio si andava a dottrina e dopo c’era la benedizione eucaristica. Poi, ecco il ricreatorio, ecco i giochi, ecco i canti, ecco, il teatro, il cinema del patronato. Ogni cosa al tempo e nel luogo giusto. Per cui non c’era modo di confondere il sacro con il profano. Quanto alla liturgia in latino e ad altre preghiere recitate sempre nella “lingua della Chiesa”, crescendo ci si rendeva consapevoli del valore, della forza, espressi proprio con e nel latino. Alla fine delle scuole medie incominciai ad andare a messa con il “Breviario della Gioventù Cattolica” di Pietro Ortolani (Stab. Tip. Simboli Recanati 1925) di mio padre. Attenti alla data: 1925. Sulla copertina, la sigla PAS. Preghiera Azione Sacrificio. Naturalmente, con preghiere e varie pratiche di pietà, c’era la messa: latino nella colonna di sinistra, italiano in quella di destra. Questo aureo libretto non l’ho mai abbandonato. L’ho “usato” e continuo a “usarlo” anche quando partecipo alla messa in italiano. Quella Gioventù Cattolica di quegli anni là – gli anni di mio padre, appunto – non aveva avuto certo le “illuminazioni” del concilio Vaticano II, ma aveva sensibilità, buonsenso, fede, pietà. E ai sacerdoti che (allora) celebravano la messa coram Deo, non passava per l’anticamera del cervello di infarcire la liturgia con la loro “creatività”: quindi, nessun pistolotto iniziale; nessun fervorino prima della Consacrazione o del Pater Noster, come spesso accade nelle chiese dei nostri giorni. Perché, sarà un caso, ma dopo il Concilio e dopo la riforma liturgica, ogni prete si è sentito in diritto di fare quel che più gli aggrada infischiandosene del “rituale”, che pure esiste. In forza del quale, poi, è prevista la distribuzione della Comunione, oltre che da parte del celebrante, pure da un diacono o da un/a religioso/a, ma non da parte di una qualsiasi persona. Questo andazzo prosegue: seguito anche da preti retti, per non parlare dei vescovi che hanno altro cui pensare (le spese incontrollate di qualche loro sacerdote finito nelle maglie della giustizia, magari). Infatti, quando Benedetto XVI parlava, scriveva, di distribuzione delle sacre particole preferibilmente in bocca e con i fedeli in ginocchio, quelli facevano orecchie da mercante… e continuano a farle. Su questo, Francesco non dice, e non scrive! Quanto all’adorazione di Nostro Signore, lasciamo perdere. Sentito con le nostre orecchie in una tv cattolica: venerazione di Nostro Signore!!! Adorazione, asini! Adorazione! Non venerazione! P. S. 18 agosto 2013, con mia moglie a messa nella chiesa di Santa Croce del Montello (Treviso). Liturgia in italiano, ma il giovane officiante ha posto al centro della celebrazione Dio, non il suo “io”. Alla fine sono andato in sacrestia e dopo il consueto “prosit”, l’ho ringraziato.

La Messa in rito antico mandata in ferie dai vescovi?

anticattocomunismo:

di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro (17/07/2013)

La Messa in rito antico è come il gelato: d’estate si squaglia. Nel senso che in molte diocesi dove pure si celebra, quando arriva luglio, o addirittura giugno, si ordina categoricamente che la celebrazione venga sospesa. Così i fedeli che la frequentano sono costretti a farne a meno per tutta l’estate. Costoro sono dispiaciuti, ma abbozzano perché sennò ‒ si dicono sottovoce fra loro, come un manipolo di cristiani del primo secolo nascosti nelle catacombe di San Sebastiano – «sennò se ci lamentiamo poi ce la tolgono del tutto».

Insomma, si vede che, con il caldo, ciò che è lecito ‒ in base a un Motu Proprio scritto da un Papa ‒ diventa illecito. Si vede che è un tipo di Messa che si può fare a seconda di quello che stabilisce il termometro: con la canicola, non s’ha da fare. Il fatto singolare è che questo fenomeno liturgico-meteorologico accade nelle diocesi rette da vescovi definiti “amici” della Liturgia gregoriana, che però evidentemente sono pronti a tollerarla al massimo 10 mesi all’anno. Arrivati al decimo mese, devono prendersi una pausa e diventare un po’ meno amici.

Lo stile con cui viene ordinata la sospensione è, in alcuni casi, piuttosto odioso. Oltre che la sostanza, è infatti il modo che ancor più offende. 

A Monza, antica enclave di rito romano nella diocesi ambrosiana, le cose sono andate pressappoco nel modo che segue. La Messa antica si celebra nella città di Teodolinda ogni domenica e feste comandate esattamente da un anno, dall’1 luglio 2012. I fedeli che promossero a suo tempo la petizione hanno atteso 2 anni prima di ottenere il semaforo verde dall’Arcivescovo Angelo Scola. Avvertiti comunque dall’Arciprete del Duomo che «tutti i sacerdoti della città sono contrari».

Nell’anniversario dalla prima celebrazione, i cattolici che frequentano la Messa antica hanno pensato bene di organizzare una celebrazione un po’ più solenne del solito, domenica 7 luglio, coinvolgendo anche un maggior numero di persone. Insomma, una piccola festa. I volenterosi hanno messo anche delle pubblicità a pagamento sul settimanale cattolico della città (che altrimenti non parla di questa Messa), Messa che non è inserita nell’elenco cittadino delle celebrazioni domenicali, è collocata alle 18.45 (d’inverno andarci è una vera impresa per i fedeli anziani e per quelli che hanno bambini), né compare negli avvisi della chiesa delle suore che la ospita. Insomma, una messa fantasma.

Dunque, inizia la Messa di anniversario. Il celebrante, un sacerdote del capitolo del Duomo di Milano, inizia la sua predica portando i saluti personali dell’Arcivescovo Scola, e riferendo della gioia del cardinale per il celebrarsi così bello e degno del sacrificio eucaristico. Dopo la captatio benevolentiae, però, arriva il colpo di randello: sono certo ‒  dice il prete ‒ che voi tutti accetterete il piccolo sacrificio, che vi chiede il Cardinale, di interrompere la celebrazione di questa messa a partire da oggi e per tutto il periodo di luglio e agosto, fino all’1 settembre. Lo stesso sacerdote spiega poi, nel suo fervorino sul Vangelo, che l’estate è un tempo davvero propizio per stare con Gesù, per approfondire la nostra fede, per ritemprare lo spirito. Ovviamente, a patto di non continuare a frequentare la Messa Antica.

L’annuncio è stato dato a freddo, senza alcun tipo di preavviso, e con modalità che escludono qualunque tipo di dialogo. D’altra parte si sa che questa è una Chiesa in cui c’è tempo e voglia per dialogare con tutti: fratelli delle chiese separate, sorelle pastore valdesi, suore dissidenti, cantanti rock in ricerca, astronome atee, preti di strada, fratelli musulmani devoti impegnati nel ramadan, i fratelli maggiori ebrei, i cugini di altre religioni, i diversamente credenti, politici abortisti, intellettuali omosessualisti, transessuali purché famosi. Ma se si tratta di dialogare con un gruppo di cattolici che chiedono di applicare il Motu Proprio di un Papa, ecco che improvvisamente il tempo del dialogo è scaduto. È così e basta. E la ragione è semplice: mentre i non cattolici godono del diritto all’errore, i cattolici bollati di tradizionalismo possono essere al massimo tollerati. Vengono cioè trattati così come la Chiesa trattava i non cattolici prima del Concilio Vaticano II.

Ovviamente, il «provvedimento di sospensione» è stato accompagnato da alcune suggestive motivazioni: d’estate ci sono gli oratori feriali, le escursioni in montagna, e i preti hanno molto da fare, si assentano dalla città, non ce ne sono abbastanza; e inoltre sospendiamo anche altre Messe; e poi tutte le celebrazioni in rito antico nella diocesi di Milano vengono sospese, quindi dobbiamo sospendere anche quella di Monza.

Di fronte alla richiesta del «piccolo sacrificio» (cioè di rinunciare al rito antico per due mesi) i fedeli che frequentano la Messa antica vanno maturando alcune domande e curiosità. Ad esempio, chissà come saranno le liturgie e le letture dei mesi di luglio e di agosto? Per ritemprare lo spirito, infatti, non le vedremo mai. E la Messa dell’Assunta? Mai la vedremo nello splendore della Messa di sempre. Altra domanda riguarda gli eventi, come dire, imprevedibili e ingovernabili. Come la morte. Se uno muore in luglio, o in agosto, e ha chiesto il funerale in rito antico, glielo faranno? Oppure risponderanno ai parenti che, se proprio voleva “la Messa in latino” doveva morire prima, quando i preti pullulano perché non vanno a popolare come stambecchi le vette alpine? Ma al di là di tutte queste considerazioni, la domanda fondamentale è: perché?

Qual è la ratio che spinge una diocesi a decidere che una Messa, una Messa altrimenti inaccessibile, non si può celebrare nei mesi estivi? Qui si riescono a immaginare razionalmente solo quattro ipotesi:

  1. La Messa in rito antico è una cosa cattiva. Ma se così fosse, bisognerebbe non celebrarla mai, nemmeno in inverno o in primavera o quando c’è abbondanza di sacerdoti. Esortando i fedeli a tenersene bene alla larga. E concludendo che Benedetto XVI è un Papa che sbaglia.
  2. La Messa in rito antico è una cosa buona. Ma se così fosse, bisognerebbe celebrarla sempre, anche d’estate, esortando i fedeli a frequentarla.
  3. La Messa in rito antico è impossibile da celebrare d’estate per mancanza di preti: ad impossibilia nemo tenetur. Ma se così fosse, prima di sospenderla si verificherebbe se esiste un modo per risolvere il problema pratico. Nel caso di Monza, ad esempio, i fedeli frequentanti la messa antica hanno non un nome, ma una lista di sacerdoti cattolici apostolici romani pronti a celebrare il rito straordinario anche durante l’estate. Ma nessuno ha preso nella benché minima considerazione questo fatto. Che smentisce in maniera clamorosa la impossibilità di proseguire la celebrazione.
  4. La Messa in rito antico è una cosa fastidiosa, che va ostacolata se non in linea di principio almeno nei fatti. Perché celebrata d’estate, quando diminuiscono le altre messe, questa liturgia rischia di attrarre fedeli molti fedeli, che conoscendola potrebbero decidere di continuare a frequentarla.Purtroppo, questa ipotesi è la più verosimile. È evidente, infatti, che la sospensione estiva vuole depotenziare la Messa antica proprio nel periodo in cui servirebbe di più, vista l’abolizione di altre celebrazioni curriculari nel rito ordinario.

Che male fa, infatti, una Messa in più in una città che proprio in quel periodo ha meno messe? E se servisse a permettere anche a un solo cristiano di non perder Messa in quella domenica di agosto? Non sarebbe questo motivo, nella prospettiva della legge suprema della salus animarum, motivo necessario e sufficiente per permettere che si compia un bene di tal natura?

Queste sono solo alcune delle considerazioni che si potrebbero esprimere in amicizia, ove esistesse un dialogo con i cattolici che frequentano il rito antico. Ma questo dialogo, è evidente, non lo si vuole. Dimenticando quelle famose preoccupazioni di natura pastorale che da almeno quarant’anni sembrano essere diventate la nuova legge suprema della Chiesa. Insegnare dal pulpito che la contraccezione è peccato? Attenzione, alcuni fedeli potrebbero offendersi e non venire più a messa. Insegnare dal pulpito che il matrimonio è indissolubile? Prudenza, fratelli, perché un divorziato risposato potrebbe andarsene triste. Insegnare dal pulpito che chi mangia l’eucarestia in peccato mortale «mangia la sua condanna»? Carità, carità, sennò la gente si sente respinta dalla Chiesa che è madre.

C’è un gruppo di fedeli che chiede, semplicemente, di celebrare la Messa in rito antico tutto l’anno. Sennò c’è il rischio che qualcuno di loro, magari, perda la Messa perché non trova un’alternativa per due mesi e non si adatta al novus ordo? Fratelli, peggio per lui: se non digerisce la riforma liturgica, che vada pure alla Fraternità San Pio X. Un tradizionalista in meno fra i piedi. 

IL PAPA, I VESCOVI PUGLIESI E IL VANTAGGIO DI RITROVARSI TUTTI MUSULMANI

anticattocomunismo:

di Francesco Colafemmina (2805/2013)

Abbassare ciò che è in alto e innalzare ciò che è in basso. Un programma estremamente chiaro sebbene dagli esiti incerti. È il programma attuale della Chiesa Cattolica. Si sfronda qua e là col machete, e non importa se si dà la comunione in piedi e senza la patena, se sull’altare ci sono due o sette candelabri, se il Papa veste di bianco o di nero, non importa. Importa l’essenziale che è poi un Dio inclusivo, i cui apostoli erano dei rozzi intolleranti, la cui Chiesa è stata per anni la “Chiesa del no”, una Chiesa talmente perversa da aver condotto guerre, crociate in nome di Dio.

E forse sarebbe stato meglio farsi sterminare e convertire mille anni fa. O cinquecento anni fa, o quattrocento anni fa. Avremmo un altissimo minareto nel centro di Vienna e una moschea al posto di San Pietro, ma in compenso non potremmo sentire Radio Vaticana esaltare film dedicati ai compiaciuti accoppiamenti di adolescenti lesbiche esaltati come fossero gli ideali amplessi di un romanzo delle sorelle Brontë, non potremmo vedere il Cardinal Bagnasco dare l’Eucaristia (ridotta concettualmente ad un semplice pezzo di pane) ad un notorio depravato dalla spiritualità confusa almeno quanto la sua identità sessuale, non potremmo leggere le sconclusionate omelie oggi di moda, solitamente condite con un po’ di Dio spray, poco sale e tanto peperoncino all’aceto.

Tristi destini del Cattolicesimo decadente, come la società europea che ha prodotto. Sessant’anni di rivoluzione permanente e questo è il risultato: una Chiesa sciatta e sgarrupata, intimidita dal potere, complice delle imperanti ideologie mondane. Poi ci lamentiamo se le chiese sono disgustose… Come potrebbe un simile clero immerso in un perenne spleen soporifero edificare le grandiose creazioni del passato? Già è tanto se riescono a mettersi una casula decente, figuriamoci ora le chiese… Si discute poi tanto delle recenti esternazioni dei loquaci vescovi pugliesi, tutte volte alla santificazione del Papa. In realtà volte alla giustificazione personale. Così Mons. Di Molfetta che mentre pensa a costruire una nuova cripta nel duomo di Cerignola onde ospitare la sua augusta salma nel lontano giorno della sua dipartita, d’altro canto deve apparire più francescano di papa Francesco e dunque farsi bello con la condivisione dei messaggi papali sulla povertà e sulla Chiesa in cerca di periferie. Così Mons. Padovano il cui obiettivo è dimostrare che il “tradizionalismo” oltre a dover essere oggetto di “vigilanza” (termine solitamente riservato all’antisemitismo) deve sapersi integrare così come fa Mons. Marini con il Papa. Messaggio occultamente rivolto a qualche consultore dell’ufficio per le celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice e ai suoi seguaci in terra di Puglia, piuttosto invisi al Padovano. Così Mons. Martella, tutto intento al culto dontoninobellista della povertà e dell’accoglienza. Sono così i nostri Vescovi, li rispettiamo e gli vogliamo bene, ma pretenderemmo meno chiacchiere e più fatti!

Detto questo, sarò forse un cattolico depresso o acido o tragico? No, sono felice perché credo, perché ancora riesco a contemplare il creato e a farmi largo nella giungla del brutto, del deforme, cercando il bello nelle piccole cose. Ma sono un cattolico incazzato! Non sopporto più la retorica delle buone intenzioni e la doppiezza dei discorsi buonisti. Vorrei vedere dedizione in chi dovrebbe vigilare sulla fede e in vece continuo a vedere un’inesausta gara all’inseguimento del mondo. Signore, per carità, convertili, donagli più luce perché nonostante tutto continuano a brancolare nel buio!